L’altro giorno sulla pagina di Infinitimondi è stato pubblicato un post di informazione su questo libro molto bello di Andrea De Simone e di Tonino Scala sul giovane Enrico Berlinguer. Il libro peraltro à impreziosito da un’opera originale del Maestro Vittorio Avella in copertina.
Il post è stato molto letto. Vogliamo premiare questo interesse pubblicando il primo capitolo del libro.
Un inizio forte, incisivo,bello….
Ma direte voi.
Ovviamente, poi ci fermeremo…


Eccolo:
” Cap 1 – 12 gennaio 1944
Il freddo avvolge la città come un manto di gelo. Le strade sono deserte.
A Sassari, come nel resto del Paese, vige il coprifuoco. Le viuzze strette e buie rendono ancora più tagliente l’inverno in questo angolo di Sardegna. Quel freddo pungente penetra nelle ossa, accentuando il gelo che avvolge l’Italia in questi giorni.
I vicoli di Sassari, in questo freddo 12 gennaio 1944, sono angusti e bui, simili a serpenti di pietra che si snodano tra le case addossate le une alle altre. I muri, di un grigio spento e segnati dal tempo, trattengono il gelo e lo restituiscono come un soffio glaciale ogni volta che qualcuno vi passa accanto. Le strade, coperte da una sottile patina di ghiaccio misto a fango, sono silenziose, quasi spettrali. Le poche persone che vi si avventurano camminano in fretta, avvolte in sciarpe e cappotti logori, con il viso nascosto per proteggersi dal gelo e, forse, anche dalla paura.
Le finestre delle case, chiuse e coperte da tende consunte, lasciano filtrare solo una luce fioca, appena sufficiente a rivelare le sagome delle poche figure che si muovono nell’ombra. Le insegne delle botteghe, scolorite e pendenti, sono testimoni mute di una città in attesa, sospesa tra il timore del presente e l’incertezza del futuro. Il suono dei passi sui ciottoli è ovattato, come se il gelo avesse attutito ogni rumore, lasciando spazio solo a un silenzio angosciante, rotto di tanto in tanto dal rumore lontano di un motore o dal gracchiare di una radio che trasmette notizie frammentarie e spesso censurate.
L’aria è impregnata di un misto di fumo di carbone e odore di legna bruciata, segni di una lotta quotidiana per scaldarsi in un inverno che sembra più rigido del solito, forse perché aggravato dal peso della guerra che devasta il Paese. Le notizie che giungono dal fronte sono frammentarie e spesso inquietanti: il Sud è stato liberato dagli Alleati, il Nord è occupato dai nazifascisti, e nel mezzo infuria la guerra partigiana, che incendia montagne e valli, portando con sé speranza e terrore.
A Sassari, il gelo che avvolge i vicoli sembra riflettere il freddo che pervade il cuore degli abitanti, un freddo non solo fisico ma anche emotivo, quello di un paese bombardato e diviso, in cui la vita quotidiana è scandita dalla paura di un futuro incerto e dalla consapevolezza di un presente intriso di sofferenza e sacrifici. I vicoli, un tempo cuore pulsante della città, sono ora l’immagine di un popolo costretto al silenzio, che si muove tra le ombre coltivando la segreta speranza che, un giorno, il sole torni a scaldare le pietre di quelle strade desolate.
Le festività natalizie sono ormai un ricordo sbiadito, segnato da povertà e restrizioni. La guerra morde l’Italia, e Sassari, come il resto del Paese, è piegata sotto il peso di un conflitto che sembra non avere fine. La neve, caduta in strati sottili, si è ormai trasformata in fanghiglia sporca, mentre il cielo, cupo e opprimente, sembra schiacciare ogni speranza.
Da più di vent’anni, l’ombra del regime fascista si è distesa come una cappa su ogni casa, ogni via, ogni animo. È nell’aria, nel respiro soffocato delle persone, nel silenzio pesante che avvolge i vicoli della città. L’oppressione è ovunque: nelle file per il pane, nei discorsi sussurrati dietro porte chiuse, negli sguardi sfuggenti di chi ha paura perfino di sperare in un futuro diverso.
In via San Sisto numero 4, in un piccolo edificio dai muri scrostati, la luce fioca di una lampada a olio filtra dalle finestre al piano terra. È la sede del Partito Comunista, uno dei pochi rifugi per chi, nonostante tutto, ancora crede nella possibilità di un cambiamento. Qui, nel cuore di una Sassari poverissima e stanca, si riuniscono i giovani della sezione giovanile.
Sono una ventina, seduti su vecchie sedie traballanti, attorno a un tavolo di legno grezzo. Ridono, parlano a bassa voce, cercando di scacciare il freddo con la complicità della loro giovinezza.
Le loro voci sono un misto di speranza e paura, un fragile equilibrio tra il desiderio di combattere e la consapevolezza del pericolo che li circonda.
All’improvviso, la porta si apre.
Un giovane non molto alto e magro entra, con i capelli neri spettinati e gli occhi grandi che brillano di determinazione.
Un silenzio momentaneo cala nella stanza mentre tutti gli sguardi si posano su di lui. È Enrico. La sua presenza riempie la stanza di un’energia nuova, una forza che li spinge a credere che, forse, in questo freddo gennaio del 1944, la storia possa ancora essere riscritta. ….”


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