IL VOLUME E’ STATO CURATO DA LEANDRO LIMOCCIA. ANTICIPIAMO L’INTRODUZIONE DI GIANFRANCO NAPPI

Riflettendo su quei ragazzi di 40 anni fa e guardando invece ai loro figli di questo tempo nostro

di Gianfranco Nappi

Diversi interventi sulla stampa napoletana si sono sviluppati in questo periodo – di fronte alle notizie dello scioglimento rinnovato per condizionamento della camorra di diversi Comuni in Provincia di Napoli –  sul se la lotta ai poteri criminali, a mafia e camorra che proprio dal Napoletano giusto 40 anni fa, sul finire del 1982,  ad opera di giovani e studenti, prese le mosse per diventare grande movimento di una intera generazione, abbia visto mantenute le promesse e realizzate le speranze.

Intorno a cosa si sviluppò quel movimento?

Esso si indirizzò in primo luogo sul punto decisivo della interruzione dei rapporti tra mafie e politica, tra mafie e Stato, per sconfiggere tutte quelle zone buie di contiguità tra potere politico e potere criminale e di contiguità con settori deviati degli apparati dello stato, realtà tristemente caratterizzante per lungo tempo la storia repubblicana. In questo ambito il Decalogo del buon Amministratore che divenne in quegli anni strumento di lotta nei confronti di tante amministrazioni pubbliche malate di indifferenza o di vera e propria connivenza rappresentò un punto alto di elaborazione.

Poi si allargò a quello del rapporto tra mafie ed economia, mafie e patrimoni, mafie e poteri finanziari, individuando anche nel mercato della droga, e nella lotta contro la sua diffusione, un modo sia per salvaguardare la vita di tanti giovani che per stroncare una fonte di arricchimento illecito devastante. E da questo nacquero, tra le altre cose, una grande manifestazione nazionale a Roma contro la droga nel maggio del 1984 e, con la Nuova FGCI, nel settembre del 1985, un concerto con Pino Daniele alla Mostra d’Oltremare di Napoli che servì a finanziare l’attività dei Centri di Iniziative della FGCI contro le Droghe: a testimonianza, se ve ne fosse ulteriore bisogno, della straordinaria sensibilità sociale di questo grande artista napoletano.

E, proprio sul tema delle condizioni materiali di vita delle giovani generazioni, si giunse a sviluppare una iniziativa che vedeva nella estrema precarietà lavorativa o di disoccupazione di massa giovanile una particolare esposizione alle influenze della camorra e della sua sub-cultura. E da questo nacque quella che rimarrà la più grande manifestazione giovanile della storia meridionale, i 200.000 della Marcia per il Lavoro a Napoli nel dicembre del 1985.

Infine, quel movimento provò a connettersi con il mondo della cultura, della sua produzione e dei suoi protagonisti individuando in quel livello, quello appunto della elaborazione di conoscenza e di produzione di idee e valori simbolici nuovi, un terreno strategico per sottrarre terreno alla influenza dei poteri criminali. Questo livello di iniziativa si condensò in tantissimi appuntamenti dei quali il convegno nazionale con il mondo della cultura del gennaio 1984 a Napoli e il dialogo con Eduardo De Filippo rappresentarono le due più alte espressioni.

Oggi abbiamo visto come, nel tempo dell’immersione totale nel flusso informativo, una protesta locale possa diventare immediatamente globale. L’esperienza di Greta e di Friday For Future cosa altro rappresenta se non questo? Grazie alla connessione alla rete, un punto di contraddizione localizzato –  la tenacia di questa ragazza di sostare costantemente in segno di protesta davanti al Parlamento del suo paese –  coglie un sentire, una sensibilità, un bisogno di manifestarsi che già covavano nell’animo dei giovani di questo tempo sul cruciale tema dei cambiamenti climatici e del futuro del Pianeta e, nel giro di pochi mesi, nasce un movimento di massa globale che coinvolge una intera giovane generazione e si impone all’attenzione delle istituzioni e dei potenti che fanno a gara per parlare con Greta. Un movimento che arriva là dove, purtroppo, la spinta della cultura scientifica non era riuscita ad arrivare: imporre, almeno per il tempo che ha preceduto l’irruzione della guerra, un cambio di priorità nelle agende dei decisori politici.

Nel 1982, nella nostra dimensione nazionale e meridionale accadde la stessa cosa: per intensità e per velocità. La differenza è che allora internet non c’era né c’erano i telefonini…Questo fu un tratto straordinario di quella esperienza: l’insorgenza dei ragazzi di Acerra che il 30 settembre si riunirono per la prima volta con il loro Vescovo Riboldi, e poi si rividero in assemblea a Ottaviano fino alla Marcia Somma Ottaviano del dicembre di quell’anno, scatenarono una reazione in tutte le scuole napoletane, decine e decine di manifestazioni, mobilitazioni in tutta la regione e poi il saldarsi con lo sviluppo dei movimenti in Sicilia, Calabria, Puglia, altre regioni del paese. Fu una cosa a tratti travolgente.

Si espresse lì il bisogno di una intera generazione di ribellarsi alla cappa opprimente della camorra e della mafia che uccidevano, spadroneggiavano, sembravano incontrastabili e poco contrastate. La lotta alle mafie divenne simbolo di un’ansia alla libertà e al futuro fortissima.

Ho ancora un ricordo vivido di quando con i giovani della FGCI di Acerra e con quelli di Ottaviano discutemmo dell’idea di costruire una risposta di speranza che avesse un alto valore simbolico, e così nacque l’idea di Ottaviano e di quel Castello che allora non era Mediceo ma semplicemente di Cutolo, di quella marcia, di quella sfida. Insomma, il nostro Parlamento svedese era quel castello…E così ne parlammo con i responsabili territoriali del PCI e della CGIL, Gennaro Limone e Rocco Civitelli, fino a parlarne con il Segretario Regionale del PCI, Antonio Bassolino, accompagnati dal Segretario provinciale della FGCI Sandro Pulcrano.

Di quella ideazione originaria protagonisti furono altri compagni, ragazze e ragazzi di Acerra come Carmine Siracusa, Pierino Santoro, Bruno Giacinto, Antonella Visone.

Quell’ansia di libertà si incontrò così con il sostegno del Sindacato- con Luciano Lama, Sergio Garavini, Bruno Trentin -,  del PCI – con Enrico Berlinguer in prima persona –  e della Chiesa con i suoi Vescovi – Don Riboldi in testa , anche dal punto di vista della sua biografia era un punto di sintesi tra Campania e Sicilia, e poi il Vescovo di Nola, Giuseppe Costanzo che dopo Nola andrà proprio a Catania e fare il Vescovo.

A Torre Annunziata e in tutta l’Area stabiese un giovane giornalista, Giancarlo Siani, lo incrociò quel movimento, e quando ancora si sviluppavano le sue iniziative Giancarlo era nel frattempo caduto proprio sotto i colpi della camorra.

Abbiamo lavorato in questi ultimi mesi per raccogliere materiali, testimonianze, documenti e poi riflessioni e analisi che uniscono l’ieri all’oggi. In parte qui e integralmente su centoannipci.it trovate la rassegna stampa completa di quegli anni attraverso l’Unità e Paese Sera. Abbiamo chiesto anche a il Mattino ma non abbiamo avuto risposta, e ci è dispiaciuto.

Così nasce questo numero davvero straordinario con la cura di Leandro Limoccia che voglio ringraziare di cuore e con quella di un altro ragazzo di quel tempo, Tommaso Esposito di Acerra che in più momenti divenne quasi il volto di quel movimento insieme al giovane di Ottaviano, Michele Pizza, che parlò in rappresentanza del movimento perfino ad una  Piazza San Giovanni gremita all’inverosimile in quel 24 marzo del 1983 per la manifestazione operaia e del lavoro contro il Decreto che tagliava la Scala mobile.

Studenti e operai insieme. Anche questo segno fu fortissimo: assemblee e incontri insieme, studenti e operai, dall’Alfa di Pomigliano alla Mecfond di Napoli, solo per citarne due.

Siamo nei primi anni ’80. Gli anni in cui emerge l’esaurirsi di un intero sistema politico che non regge più di fronte alle domande di cambiamento della società e di cui questo movimento, insieme a quello femminile, pacifista e del lavoro rappresenta una delle espressioni più forti.

Allora, ad Enrico Berlinguer –  che aveva colto  questo esaurirsi e che pose il tema di un radicale rinnovamento della politica e dei partiti, pena un loro drammatico decadere che correva il rischio di travolgere la stessa democrazia, condensato nella questione morale –  il grosso del sistema dei partiti rispose con un arroccamento in una logica di potere e di chiusura istituzionale.

Non è un caso che fu proprio Enrico Berlinguer, nella sua ricerca di quegli anni, l’unico Segretario di un partito nazionale, insieme a Lucio Magri per il PdUP, ad accettare la richiesta di incontro degli studenti del movimento: un incontro che qui è raccontato di nuovo dai protagonisti di allora.

E, detto per inciso, è dunque giusto che questo numero straordinario esca proprio in coincidenza di Berlingueriana e del nuovo appuntamento di Figgicci on the road again .

Quel movimento segnò il primo e più alto punto di rottura di consenso intorno a quello che allora era definito come sistema di potere politico che poi collasserà nel tornante dell’89  non avendo saputo rinnovarsi, come quei ragazzi esigevano .

E quel movimento segnò un punto di sostegno fortissimo all’azione di quanti, forze dell’ordine, magistratura, donne e uomini dello Stato compivano con coraggio il proprio dovere.

Nel complesso, un movimento su cui si è riflettuto troppo poco e che ha trovato punti limitati di valorizzazione autentica.

E quindi, tornando all’interrogativo iniziale e alle riflessioni che hanno proposto autorevoli firme del giornalismo napoletano come quelle di Pietro Perone, che fu tra gli studenti promotori di quel primo incontro tra Acerra e Ottaviano; di Ottavio Ragone, che a quel movimento nella sua Castellammare prese parte;  o alle riflessioni anche amare sul Mezzogiorno che per altro verso un altro ragazzo di allora, puteolano in questo caso, ed oggi anch’egli giornalista affermato, Claudio Scamardella è venuto sviluppando sul Mezzogiorno dalla terra pugliese, insomma, di quel movimento, oggi, cosa rimane?

Rimangono certo tante cose. Il clima oggi intorno a chi combatte i poteri criminali, gli strumenti dello stato, le forze impiegate sono imparagonabili  rispetto ad allora.

Colpi alla camorra, alla ndrangheta, alla mafia sono stati assegnati e vengono di continuo assegnati.

Quel Castello di Ottaviano è ridiventato Mediceo e ospita oggi la sede del Parco Nazionale del Vesuvio Monte Somma.

I beni confiscati alle organizzazioni criminali vengono, in parte, solo in parte purtroppo, gestiti a fini sociali e danno lavoro ad alcune migliaia di ragazze e ragazzi.

Quel movimento non c’è più. Ma idealmente esso vive in una esperienza strutturata con migliaia di volontari come Libera e grazie allo straordinario Don Luigi Ciotti.

Eppure, di fronte a consigli comunali che continuamente vengono sciolti, di fronte ai segni di un potere criminale che non è sconfitto, certo viene l’amaro in bocca.

Sul piano del potere economico se non si smetterà di vedere le organizzazioni criminali come segno di ritardo dello sviluppo, di povertà residuale e non si vedranno per quel che sono: una delle più moderne espressioni del dominio del potere finanziario globale, ben difficilmente la partita potrà essere vinta. Senza porre limiti alla mobilità oscura e alla sete speculativa che muove capitali enormi su scala mondiale la partita con mafia e camorra non si vincerà.

E non si vincerà questa partita fino a quando non si capirà che un ragazzo delle nostre città che non completa l’obbligo, che evade, che abbandona;  che non ha strutture e mezzi per fare sport, teatro, musica, per giocare; a cui sono negati  la mensa, il tempo pieno, è una sconfitta per la democrazia, per lo sviluppo del paese ed un favore diretto a tutti quelli che delinquono.

E infine, e qui dobbiamo tornare a quei ragazzi e ad Enrico Berlinguer, c’è poco da fare:  fino a quando la politica non sarà quel che dovrebbe essere, strumento trasparente e partecipato attraverso il quale la società si organizza per risolvere i suoi problemi e governare il suo bisogno di futuro e continuerà ad essere un deserto ideale e di non rappresentatività sociale; con una soggiacenza sostanziale e in tanti casi anche formale agli interessi dei più forti, della finanza, di cosa vogliamo parlare?

Quel bisogno di politica pulita, partecipata che esprimevano quei ragazzi si ripropone oggi come un bisogno pressante.

Allora essi trovarono solo in una parte della politica una interlocuzione critica.

Oggi manca anche questa.

Ed è da questo che occorre ripartire per dare risposte alle ragazze e ai ragazzi di questo tempo nostro.

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