Traiamo dalla sua pagina fb la riflessione che Alessandro Genovesi ha dedicato ieri, nel giorno del saluto, a Gigi Agostini: affetto, comunanza e impegno politico da continuare.

Un ricordo di Gigi, per continuare a studiare e lottare…
Un grande affetto univa me e Gigi, pur così diversi per età, esperienze, formazione oltre che per rigore intellettuale. La nostra amicizia procurava battute da una parte (i vecchi e gloriosi compagni della FLM di Gigi) e dall’altra (i miei amici scapestrati che, come me, si sono formati tra partiti morenti e associazionismo studentesco).
Non so in quanti sapessero che i miei primi passi in CGIL li mossi, dopo l’esperienza studentesca, sotto la sua direzione, lui Responsabile del Dipartimento Diritti di Cittadinanza e Terzo Settore e Betty Leone Segretaria Confederale. Uniti per di più da una comune esperienza politica in quel gruppo, poco conosciuto, che all’epoca erano i Comunisti Unitari.
Con Gigi ci eravamo infatti conosciuti prima del mio inizio di militanza in CGIL, quando condivisi -nel mio molto piccolo- la posizione di uno sparuto collettivo di compagne e compagni (tra gli altri la Castellina, Magri, Serri, Nappi, Crucianelli, Bielli, Vignali, Manca, Del Fattore, i figli di Gigi – Roberta e Riccardo – Stumpo, Peppe Napolitano, Filippetti ecc.) di sostenere, attraverso la nascita del Governo Dini (vi ricordate la vignetta di Vauro sul “baciare il rospo”?), un’alleanza più organica tra progressisti e popolari. Quello che sarebbe stato poi l’Ulivo di Prodi che dopo, nel 1996, riuscì a battere Berlusconi ed i fascisti del MSI.
Era il tema delle alleanze larghe, dell’alleanza tra forze che si richiamavano esplicitamente alla Costituzione, contro una destra dai tratti non solo liberisti ma anche autoritari…
Un tema caro a Gigi e a chi, di formazione comunista, viveva con assillo costante il tema delle alleanze. Alleanze tra parti del paese, tra strati sociali, tra culture politiche, non certo (o solo) tra apparati e amministratori.
E sin dalla nostra iniziale relazione una caratteristica essenziale di Gigi Agostini mi ha sempre colpito: la costante ricerca e tentativo di tenere insieme una teoria del mondo, del lavoro, della politica, dell’essere di sinistra, con il mutare dei contesti, delle tecnologie e dei costumi. La sua curiosità non è mai stata, infatti, fine a sé stessa, speculativa.
Anzi la sua curiosità era prima di tutto capire come dare attuazione concreta, quotidiana, ad una visione del mondo, della politica e del ruolo del sindacato confederale.
Soggetto politico a tutto tondo la Cgil – per Gigi – che, insieme ai partiti di massa (Gigi chiamava la CGIL e il PCI, gemelli siamesi) dovevano adattarsi ai mutati contesti, geopolitici o tecnologici che fossero. Senza mai smarrire la propria carica di “trasformazione” dei rapporti di produzione e quindi sociali e di potere.
Un sindacalista comunista come lui stesso si definiva con una punta di aristocratico orgoglio. Consapevole di essere diventato, nel bene e nel male, con soddisfazioni e delusioni, il primo laureato della famiglia, il primo a fare della passione della propria gens di origine contadina, scelta professionale e di vita.
I suoi studi sul ruolo dello Stato in economia, a partire dalla sua esperienza nella direzione nella FIOM seguendo infine la Siderurgia (Gigi chiamava i siderurgici i nuovi “Prometeo” perché padroneggiavano e donavano il fuoco) e poi il suo interrogarsi su come stava cambiando la fabbrica con l’automazione e il just in time (in Veneto da Segretario Generale fu affascinato dal modello Benetton, lui che conosceva la produzione standardizzata) fino alla sua esperienza come responsabile organizzazione della CGIL (contribuì non poco ad intuizioni come l’Auser o la Federconsumatori, nota la sua passione per il movimento consumeristico e la sua critica ad una concezione del mercato, a sinistra, tutto spostato sull’offerta e mai sulla domanda). E poi – dopo una breve parentesi in FP dove fu mandato dopo la sfiducia a Pizzinato che lo aveva voluto in Segreteria – lo ritroviamo ad interrogarsi sui vecchi e nuovi diritti di cittadinanza. Quasi al termine della sua esperienza in CGIL come non ricordare infatti il suo impegno per conoscere e far conoscere il mondo del terzo settore, provando a contrastarne derive mercantiliste e liberiste (lo ha ricordato in un bell’articolo Nuccio Iovene, ex dirigente Arci e all’epoca Presidente del Forum del Terzo settore), o ancora l’elaborazione che portò al convegno “Genetica e cittadinanza” nel 1998 – si nel 1998 -con il premio Nobel Renato Dulbecco che venne a spiegare, a Corso d’ Italia, a noi sindacalisti come la predeterminazione genetica insieme alle nano tecnologie avrebbero posto il tema di nuove tutele di fronte allo strapotere tecnologico. E poi come rappresentante per i DS nel CDA dell’INAIL lo ritroviamo ad interrogarsi su come la potenza di calcolo potesse e possa essere messa a disposizioni addirittura per prevenire gli infortuni.
Sono oggi più di ieri convinto che la sua formazione, la sua libertà intellettuale, i prezzi (anche personali) pagati per le sue battaglie politiche, gli fecero intravedere ed intuire passaggi e trasformazioni con cui, gran parte di noi, ha cominciato a fare i conti solo diversi anni più tardi. Di questo in tanti, oggi, dovrebbero rendergli merito.
E allora le sue letture e i suoi studi, il vederlo sempre con un libro in mano – fosse un saggio di geopolitica o un testo filosofico, una biografia o un saggio sull’Intelligenza Artificiale – tutto per lui era “materiale buono” da utilizzare in questa ricerca costante per una “sinistra contemporanea”.
“Come il mondo si evolve, così si evolve il lavoro, la sua rappresentanza, il suo significato, la sua forza emancipatrice” amava spesso ripetermi, da ultimo dimostrando una simpatia per le battaglie che come Fillea CGIL stavamo e stiamo portando avanti (con lui, insieme a Mariagrazia Gabrielli, a Serena Sorrentino e a Sergio Cofferati organizzammo un anno fa una riflessione sulla “portata strategica” delle nuove norme introdotte per i sub appalti, si vedano gli atti del Convegno tenutosi il 16 giugno 2021).


Del resto GIGI non perdeva occasione di ricordare che occorresse sempre partire dalla analisi e dall’azione concreta lì dove, tecniche e organizzazione, producevano ricchezza (il valore d’uso per dirla con Marx) e – lì – esercitare i rapporti di forza, far agire l’azione rivendicativa del sindacato.
Lui che si è sempre sentito più vicino a Garavini, al sindacato di classe e dei luoghi della produzione che non a Trentin, alle sue elaborazioni sulla cittadinanza, sui nuovi diritti. Convinto che non bastasse alla CGIL avere un Programma fondamentale, dopo la caduta del muro e la crisi dei partiti storici PCI e PSI, senza al contempo un orizzonte più ampio di valori e di ideali. Quelli che GIGI ha continuato a cercare e sistematizzare fino all’ultimo, come provano i suoi tanti scritti. Non solo i saggi “il pipistrello di Lafontaine” o Neo socialismo, ma anche i suoi contributi più minuti, i suoi interventi in Articolo 1 e da ultimo il convegno sui 100 anni del PCI e sul ruolo dei comunisti nella CGIL (Bandiere Rosse).
Con la scusa di presentare questo ultimo libello (a cui partecipò pochi giorni prima di morire anche Guglielmo Epifani) Gigi aveva iniziato un nuovo tour di confronto e ascolto tra vecchi e nuovi compagni, assillandomi costantemente per stamparne sempre nuove copie perché “c’è fame di sinistra tra i nostri”, mi ripeteva- ora a Trieste ora ai Castelli dove mi “costringeva” in qualità di editore (il libro è stato stampato dalla Fillea) a partecipare.
Infine un tratto più personale che farà sorridere tutti coloro che hanno avuto a che fare con Gigi: proverbiale era la sua mania (nessuno di noi vi è scampato) per Sun Tsu e l’Arte della Guerra, per Von Clausewitz e per Napoleone e proverbiale il suo modo di guardare alle giovani leve sindacali e di partito, con l’occhio del Generale che non va mai in pensione: “chi diventerà dirigente lo riconosci subito – diceva – è quel militante, è quel soldato della Cgil che porta già nello zaino il bastone da maresciallo”.
A compagne e compagni come loro con la loro serietà, curiosità, capacità di tenere insieme “teoria e prassi”, studio e organizzazione, dobbiamo molto. E cambiare, adeguare la nostra tattica, la nostra azione, alle grandi incognite dell’oggi, senza smarrire l’ambizione “di un pensiero lungo” forse è l’omaggio migliore che possiamo fare loro. Ciao Gigi.
Ps: un ringraziamento non rituale lo voglio fare al nostro Segretario Generale Maurizio Landini per le belle parole dette al saluto tenutosi il 18 Maggio in Cgil Nazionale. A Gigi, questo “onore delle armi” avrebbe fatto un grande piacere. Conquistato sul campo.

Alessandro Genovesi

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