Se per un verso non si può non esprimere una giusta soddisfazione per il modo in cui si è conclusa la battaglia del Quirinale, dall’altro lato essa ha rappresentato uno dei punti più alti e più emblematici della crisi di un intero sistema politico e di alcune delle caratteristiche stesse del nostro assetto democratico.
Il centrodestra in un passaggio così delicato ha dimostrato tutti gli elementi di sua divisione e di irresponsabilità democratica e ne è uscito nel suo insieme colpito e frantumato.
Il centrosinistra, seppur in misura apparentemente minore, ne esce non meno segnato e l’idea del rapporto privilegiato tra PD e M5S andrà incontro a nuovi momenti di tensione, a partire dalla divisione conclamata e difficilmente rimediabile dei 5S che genererà al minimo ulteriori instabilità e tensioni se non una loro rottura verticale.
Il PD è apparso in buona sostanza forza priva di una strategia anche in questo passaggio giocato tutto di rimessa: lucra sui clamorosi autogol del centrodestra, ma alla fine si trova anch’esso indebolito nella prospettiva elettorale che è tanto dietro l’angolo da far apparire difficile l’anno scarso che la separa dall’oggi come un tempo di tranquilla navigazione politica anche per il Governo.
Insomma, la rielezione di Mattarella ha evitato che tutto deflagrasse. Ma le condizioni di una deflagrazione permangono tutte.
Dove sta dirigendosi la crisi democratica e di sistema nella quale siamo immersi e di cui questo passaggio ne( togliere) ha presentato un quadro impressionante?
E qui davvero ci sono fortissimi elementi di preoccupazione.
Come andiamo ripetendo da tempo ritrovandosi in questo una delle ragioni di fondo della ricerca di Infinitimondi, la preoccupazione è accentuata dall’emergere di un dato inedito nella vicenda democratica del nostro paese: per la prima volta dal secondo dopoguerra matura una crisi senza che siano in campo agenti organizzatori di una strategia democratica rinnovata, dove per democratica si intendano il pensiero, l’azione, l’organizzazione di forze che pensino se’ stesse, la loro politica, il loro farsi in intima connessione con una più alta funzione di rappresentanza sociale, di ampliamento delle possibilità di partecipazione di massa e, per quel che riguarda la sinistra, di lettura autonomamente ( rispetto alle idee e ai valori dominanti ) critica del presente. E questa assenza nasce esattamente dall’aver lasciato inagito proprio il terreno fondamentale che invece andava reinventato e reinterpretato: la riforma della politica.
Ecco la preoccupazione.
Accentuata anche dalla dinamica internazionale nella quale l’insufficienza di un progetto europeo che ha coinciso troppo con il mercato – privando così lo scenario internazionale di una spinta verso lo sviluppo comune, il disarmo, la giustizia globale – apre il varco all’accentuarsi di un clima da guerra fredda tra le tre grandi superpotenze che nutre un rischio di guerra nel cuore dell’Europa dalle conseguenze incalcolabili e il diffondersi di muri e barriere contro i poveri del mondo.


Le pulsioni per un ulteriore salto in direzione della estrema personalizzazione della politica e per un salto in direzione non di una più forte capacità di decisione delle istituzioni pubbliche, che sarebbe cosa buona e giusta, ma verso un decisionismo senza rappresentanza e tutto affidato alle logiche più radicali di una tecnocrazia economica e finanziaria del tutto interna alle logiche di sviluppo di questa fase del capitalismo da questo passaggio escono più forti ovunque : in tutti gli schieramenti, in tanti commenti di opinionisti così pronti a stigmatizzare il basso profilo della politica ma ciechi di fronte all’insopportabile livello di ingiustizia e sofferenza sociale.
E, detto per inciso, che sapore ha, nel silenzio generale, questo dare addosso a studenti che in tutta Italia, dopo l’assurda morte del loro compagno diciottenne durante l’Alternanza Scuola Lavoro, giustamente rivendicano il bisogno di una scuola diversa e di un vero diritto allo studio e alla formazione – e vivaddio che lo fanno! – e si vedono invece respinti a colpi di manganello e di gas lacrimogeni da poliziotti in assetto antisommossa? Cari Ministri Bianchi e Lamorgese, avete niente da dire?
E così, invece di prendere finalmente atto del fallimento della transizione aperta in quel lontano 1992, e figlia essa stessa di un passaggio d’epoca che interrogò tutto e tutti – e a cui la democrazia italiana arrivò sfibrata per non aver voluto raccogliere la sfida al rinnovamento e alla costruzione di nuova rappresentanza sociale che Enrico Berlinguer rappresentò in modo tenace – si prepara una accelerazione presidenzialistico-tecnocratica della crisi, di cui del resto la gestione autocratica del PNRR, senza alcun grande confronto pubblico e di selezione trasparente delle priorità e finalità di intervento è sotto gli occhi di tutti come de te fabula narratur.
Non è bastato aver ridotto il Parlamento ad una assemblea di nominati, minandone così prestigio e funzione di rappresentanza democratica; non è bastato aver prodotto un taglio del numero dei parlamentari senza aver approntato alcunché per evitare che da qui a poco una risicata maggioranza parlamentare ( e ampia minoranza rispetto ad un paese che ormai per metà non partecipa al voto ), possa decidere tutto; non è bastato aver ridotto i partiti ad un campo di battaglia per singoli in competizione tra di loro senza alcuna idea, progetto politico, rapporto con la società che non siano l’organizzarsi di gruppi di potere connessi a chi più ha.
Ecco, non è bastato.


E lo stato d’eccezione, accentuato dalle sfide della crisi economica, ambientale e pandemica, si avvia a passare di grado, a stato ordinario dell’organizzazione dello spazio pubblico.
Certo questa verrebbe ancora chiamata democrazia, ma con ben poco a che vedere con la Costituzione, il suo spirito e perfino la sua lettera.
Questa è la gravità del passaggio che stiamo vivendo. Si avverte che attraverso altri scossoni possibili verso quell’esito si giunga più rapidamente di quanto si poteva immaginare anche solo poco tempo fa.
Il PD, che è la principale forza del campo democratico, cosa rappresenta rispetto a questa prospettiva?
Io lo vedo molto interno ad essa.
Non vedo agire nel suo dibattito una dinamica attiva che parli d’altro, in modo forte.
Il PD stesso appare avviluppato in questa crisi e in qualche modo se ne presenta come co-artefice.
E allora si fa ancora più stringente la domanda: tutto qui a sinistra dal punto di vista politico?
La sinistra politica coincide, e muore nei fatti con il PD?
E’ questo un esito accettabile?
Se è vero che l’ultimo grado della trasformazione/involuzione della democrazia – ha scritto di recente cose interessanti su questo Luciano Canfora – non è ancora definitivamente dato, allora vuol dire che tutto quel grande e immenso campo di esperienze, soggettività, generosità sociale, culturale e ideale che in mille forme vive nel paese reale; che nonostante tutto costruisce conflitto e solidarietà, pensiero e pratica nuovi; che non vuole accettare esiti e destini dati e immodificabili; che nonostante la sua crisi vede nella stessa CGIL un riferimento fondamentale, ha oggi un dovere in più: pensarsi come capace, nell’esaltazione della pluralità dei suoi percorsi e delle sue soggettività, di colmare quel vuoto di soggettività politica che si vive a sinistra.
Può essere una impresa affascinante che motivi nuove generazioni nel misurarsi con la politica e capace di rimotivarne altre invece sfiduciate.
E’ possibile. E’ urgente.

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2 commenti

  1. …..È possibile. È urgente, urgentissimo.

  2. Un bel manifesto e solo questo.
    Purtroppo la sinistra? di oggi, leggi PD ,è figlia di molti sottoscrittori del manifesto.

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