Ho partecipato questa estate ad un incontro svolto a Vitulano in provincia di Benevento, sul massiccio del Taburno Camposauro.
Un’area bellissima dal punto di vista paesaggistico e ricca di produzioni vitivinicole di grande pregio.
L’incontro era promosso da SEquS, nuova sigla all’apparenza strana nel panorama politico italiano.
L’invito mi è arrivato da Nino Pascale che ha più motivi per essere apprezzato: è un agronomo votato veramente alla qualità; con il fratello produce in quel di Guardia Sanframondi ottimi vini e un olio non meno buono; è una delle figure storiche di Slow Food in Campania; è stato addirittura Presidente nazionale dell’organizzazione di Carlo Petrini e, vi assicuro, dirigere venendo dal Sud una organizzazione che ha sede nel cuore del Piemonte non è facile.
Nino è il Vice Presidente di SEquS il cui primo esponente è Maurizio Pallante, intellettuale e ricercatore molto noto che ha dedicato il cuore del uso impegno a immaginare le vie necessarie e possibili per uno sviluppo non fondato sulla quantità e sulla dissipazione irresponsabile di risorse naturali che ci ha condotto ad una situazione così critica dal punto di vista dei cambiamenti climatici e dei loro effetti. Il suo lavoro di ricerca si colloca nel solco delle elaborazioni sulla decrescita e della decrescita felice, lungo l’asse Nicholas Georgescu Roegen – Serge Latouche e a cui ha fornito un apporto originale.
Sostenibilità, EQuità, Solidarietà, SEQuS, ecco l’acronimo.
Ho avuto modo di ascoltare tanti interventi e tante riflessioni, idee di vertenze territoriali, proposte concrete, ad opera di esponenti di un movimento politico in formazione nel quale si respira l’entusiasmo dell’inizio ma anche la consapevolezza della difficoltà dell’impresa.
In quell’acronimo c’è tutta l’idea che il Movimento persegue : la sostenibilità come primo tassello di una visione della società che espanda al massimo giustizia sociale e solidarietà.
Non c’è nel nostro paese altro tentativo con queste caratteristiche, e che cioè prova a immaginarsi a partire da una grande contraddizione, la più esplosiva in questo momento, ma vista in tutte le sue implicazioni e interferenze con quella sociale.
Non un movimento ambientalista classico ma un movimento che fa dell’ambiente e della sostenibilità il paradigma fondante di una nuova visione di società che mette radicalmente in discussione quella esistente, con tutte le sue ingiustizie.
Mentre scrivo mi risuona nella testa lo slogan con cui i Friday For Future hanno partecipato a Milano alla preparazione della nuova Cop : giustizia ambientale e giustizia sociale, insieme!
Non lo nascondo, ho provato molto interesse per il piano di confronto che si è sviluppato soprattutto a partire da un dato di fondo.
Chiunque ha un’esperienza associativa e di volontariato, di impegno nella società su singoli grandi temi – e quasi tutti i partecipanti erano in questa condizione – conosce la difficoltà della interlocuzione con la politica.
In passato, in presenza di partiti strutturati e di una sinistra radicata, associazioni e movimenti animavano una azione critica che interloquiva con la politica, con minori o maggiori risultati certo, spingeva.
Oggi, cadute le soggettività politiche, è caduto anche lo spazio dell’interlocuzione e in questo spazio separato la stessa dimensione associazionistica e di movimento è di fronte a scelte radicali.
O accetta la sua influenza ridotta, fino alla inessenzialità rispetto alla decisione pubblica.
O si integra abbastanza passivamente nei meccanismi istituzionali guadagnando un po’ di capacità condizionante, e di risorse per il proprio mantenimento, ma pagando il fio di essere poi foglia di fico per le inadempienze macroscopiche di quelle stesse istituzioni: un Comune o una Regione possono ben patrocinare una pulizia delle spiagge o l’apertura di un orto sociale o di un mercatino contadino, ma poi magari quello stesso Comune , o quella Regione, non completa i suoi strumenti urbanistici , non combatte l’abusivismo edilizio, accompagna una crescente cementificazione del territorio, non blocca l’espansione abnorme delle grandi catene della distribuzione alimentare, … A quel punto occorrerebbe il conflitto. E non sempre c’è.
O, tertium datur, si fa direttamente politica rinnovata: che poi, nella crisi della politica è la sfida che sta di fronte a tutte le, soprattutto, grandi e piccole esperienze associative e di movimento.
Proprio perché non si tratta di soggettività che esprimano una politicità ‘generale’ ma muovono da singoli grandi temi ed esperienze di lotta o di autorganizzazione e di elaborazione, non si può guardare a queste espressioni di politicità come se fossero compiute e autosufficienti: non si possono pretendere da esse progetti organici e omnicomprensivi né esse possono avere una considerazione di se’ come autosufficienti, rinserrate in una dimensione identitaria e di separazione.


A vedere bene però, proprio questo limite, una volta conosciuto e agito, può rappresentare la chiave di volta per superare due dei problemi più grandi che ci derivano dalla crisi del partito novecentesco.
Il primo. Di fronte alla articolazione e alla complessità sociale, ai suoi processi di scomposizione e ricomposizione accelerata ma anche di fronte al crescere di diffusione della cultura, delle conoscenze; ad una marcata orizzontalità favorita dal progredire del flusso digitale che fa saltare tutte le classiche figure di mediazione sociale e spinge per un protagonismo diretto; è sempre più difficile e meno accettata l’idea di una progettualità politica che promani dall’alto, che, compiuta nel suo proporsi, cali da un centro. Nella società frantumata la necessaria sintesi, il necessario sguardo d’insieme, il raggiungimento di un sufficiente grado di organicità – che certo non possono che muovere da un orizzonte di idealità condivise – non è un risultato dato apriori ma può essere solo il frutto di una ricerca che si nutra dell’apporto e del contributo delle singole parzialità che, vivendosi come tali, si predispongono all’incontro, alla ricerca comune, al reciproco arricchirsi : si mettono in gioco per la costruzione di progressive comunanze identitarie come frutto di una pratica innovativa. E quindi quel limite, la consapevolezza di quella non autosufficienza spinge da un lato a valorizzare tutte le forme possibili di partecipazione e dall’altro, a cercare l’altro/altra esperienza, soggettività, lotta, aggregazione…
Ma a vedere bene – e qui ci sono le basi per la risposta al secondo problema – in questa ottica la diversità non è base per una rottura, per una divisione ma diventa valore per assicurare gli apporti, i contributi provenienti dai diversi percorsi e dalle diverse sensibilità.
Riferito tutto questo poi ad una parte della cultura della sinistra nella quale la chiusura dogmatica, la certezza sbandierata e assolutizzata, la propensione alla scomunica e alla rottura, soprattutto nei periodi di crisi politica, prevalgono, può avere invece un decisivo effetto positivo.
E a vedere bene, in questo discorso sul senso del limite, sul senso della finitezza e della non autosufficienza, sul valore della differenza c’è tutto il portato, veramente rivoluzionario, che proviene dal pensiero e dai movimenti delle donne.
Ovviamente, costruire sintesi in questo modo è più difficile e complesso. Ma di sicuro progressivamente costruisce solidità per ogni espressione di politicità.
A tutto questo pensavo ascoltando gli amici a Vitulano
Per questo sono davvero contento della discussione a cui ho assistito e di quello che l’ha animata: l’ho sentita in qualche modo dentro questa ricerca aperta.
Poi mi sono venute in mente altre sollecitazioni su snodi essenziali su cui è maturato un ritardo grande della sinistra: sinistra e industrialismo, sinistra e produttivismo, sinistra ed economicismo… E ho pensato a Enrico Berlinguer, per la difficoltà con cui lui si scontrò per il vero e proprio fuoco di sbarramento che nei confronti di parole importanti da lui usate – compromesso storico, compromesso nella fase attuale, austerità – venne eretto per attenuarle, contraddirle, negarle, e al destino altrettanto difficile di parole come decrescita, decrescita felice in una società nella quale nell’ultimo trentennio l’accelerazione produttivistica e ‘quantitativistica’ indotta dal mercato e dall’economia finanziarizzata e sostenuta da un consumismo compulsivo ha dilagato conducendoci sulle soglie di una irreversibile crisi di civiltà.
E ho pensato a Berlinguer perché nel suo pensiero e nel suo muoversi c’erano, in modo esplicito in alcuni casi e in sviluppo in altri, nuclei fondamentali di pensiero che ho sentito molto vicini ai temi di cui abbiamo discusso.
Ma su questo converrà magari tornare e, perché no, anche insieme agli amici di SEquS e a chiunque altri vorrà
.

Gianfranco Nappi




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1 commento

  1. In questo periodo l’area del Taburno sarà … è bellissima perchè piena di rosso: meno male che ci “pensa” la natura autunnale.

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