di Gennaro Avano


N. 1 L’arte urbana e civile

A Napoli l’arte è sempre stata un’esigenza politica e civile prima che espressiva e culturale. Chi ha intrapreso la via dell’arte non ha pensato troppo spesso al successo. Una serie di riferimenti morali, etici, fanno da esempio, e chi ha avviato gli studi artistici non ha potuto fare a meno di identificare – per esempio – l’impegno militante di LuCa/ Luigi Castellano, di Mario Persico o di Guido Biasi, con il senso più profondo dell’arte.
Il lavoro di questi militanti storici si identifica con l’urbanità, così che l’impegno morale e civile diventa anche poesia, canto del posto, troppo forte nella sua identità per consentire il riferimento ad una cifra altra da sé.
La Città è un crocevia di forze, di emanazioni vivaci e di sperimentazioni totalizzanti. La bellezza sovrabbondante di alcuni profili urbani fa da accompagnamento al subbuglio materico di altri. Ugualmente, la sovrapposizione di caratteri e storie di certi quartieri si contrappone – conflittualmente – all’ anomia e alla rozzezza di posti senza identità e senza pace.


Da questa condizione antitetica vengono partorite due tipologie di creativi, quelli che la soffrono e quelli che la godono, che partendo dalla medesima lettura del reale costruiscono una diversa interpretazione della propria contemporaneità e dei luoghi, che sono fisici, sociali e produttivi. Rileggono l’intorno come una rappresentazione mentale, un fiume di caratteri culturali dal quale pescare e ridefinire oggetti in infinite soluzioni e poi restituire con nuove interpretazioni.
Claudio è un’artista operaio, è stato un valido studente dell’Accademia di Belle Arti, adesso lavora di notte ad una pompa di benzina di Via Galileo Ferraris, uno stradone popolato e sconnesso del rione di Napoli Est, vicino a “ ‘e Ccase nove”, prossimo alla vasta area industriale dismessa, una delle più grandi d’Europa. Prossima anche a Poggioreale, a San Giovanni, a Barra, a Ponticelli facendo da collegamento tra l’urbe e i comuni vesuviani, caratterizzato dal caos e dall’abbandono.
Claudio descrive nelle sue incisioni la vicinanza dell’aeroporto e dell’area portuale, dei raccordi autostradali, delle ferrovie metropolitane e “di Stato”, e del Centro Direzionale.
Si identifica molto bene in questo luogo marginale, benché lo soffra. Una zona della città in attesa permanente di sviluppo, sempre prossimo e sempre disatteso. Un’ attesa della quale restano oggi soltanto i profondi segni di una trasformazione non contenuta, che vive nei suoi lavori.
Narra di cento anni che frangono la continuità del tessuto urbano e rendono permanente il degrado, l’assenza di sostenibilità, la perdita dell’identità.
Narra gli scheletri delle grandi strutture industriali, i fasci di soprelevate, il raccordo ferroviario, i resti delle raffinerie sparite in una sola notte.
Narra di una vasta area isolata dal mare dai parcheggi container del porto e dalla ferrovia che sfila sulla costa.


Claudio recupera “corpi abbandonati”, o li riproduce; oggetti trovati e resuscitati all’utopia, che spiegano molto bene l’orizzonte creativo partenopeo.
Fermi davanti alla pompa dell’impianto di rifornimento mi racconta di aver avuto un invito importante. Un critico gli ha chiesto se vuole realizzare un’opera da inserire in una collettiva di artisti campani che si terrà nel mese di luglio «Sarà un evento contrapposto a “Sensi Contemporanei” » mi spiega, e alla mia espressione di ignoranza incalza «…Sensi! l’evento del Ministero dell’Economia e della Cultura; fa parte di un operazione che punta a portare alcune sezioni della cinquantesima Biennale Arte a Napoli». «Caspita, allora ti inseriscono nella sezione napoletana della Biennale». «Seé, Gennà mi inseriscono nella mostra, contrapposta, alla Biennale!».
Aspetto che finisca il turno; chiude la pompa e ripartiamo. Ci perdiamo nella musica dell’autoradio: un acid jazz di Miles Davis che danno a Radio Tre. Lo sguardo che si perde sui muri di via Ferraris caratterizzati da stili e mezzi espressivi che spaziano dal readymade al graffiti, dal murales all’installazione di cascette jettate ‘e mmunnezza.

Gennaro Avano


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