Ho ritrovato degli appunti miei, scritti nel novembre del 2009, quando fummo interessati da un’epidemia influenzale, detta “la suina”. A rileggere, oggi, quelle annotazioni, mi sembra di averle scritte appena ieri:

” L’influenza così detta suina preoccupa un poco tutti, e non potrebbe essere diversamente. Ma sono anche le parole, di per sé, che a volte incutono paure o timori reverenziali.

E a proposito dell’attuale terribile influenza “suina”, molti a sentire parlare di pandemia si saranno chiesti se fosse diversa da una epidemia o dalle influenze che ogni anno ci capitano tra testa e collo.

L’ epidemia,  malattia infettiva che colpisca quasi simultaneamente molte persone, ha una ben delimitata diffusione nello spazio e nel tempo. Si differenzia dall’endemia, che è costantemente presente in una popolazione o in un determinato territorio; e dalla pandemia, la cui diffusione interessa più aree geografiche del mondo, con un alto numero di casi. Esse sono voci del linguaggio dotto, tutte formate con parole del greco antico, cioè da dēmos, sostantivo che pronunciamo almeno una volta al giorno  con la sua inseparabile metà, -crazia. E pensare che nella mitologia greca l’epidemia era anche l’apparizione della divinità, e che in onore di Giunone, Apollo e Diana si celebravano feste dette “Pandèmie”. Ma bisognava stare molto attenti, in passato, a pronunziare  l’aggettivo  derivato da questo sostantivo. “Pandèmio” infatti voleva indicare qualcosa appartenente a tutti, e, ancora nel mondo classico, era  epiteto di Eros e di Afrodite,  divinità dell’amore sessuale.  Voce dotta, potreste dire, da pronunciare sdrucciola, aggiungereste con attenzione alla fonetica; ma se provavate alla fine dell’Ottocento a chiedere ad una gentil donna se abitasse in una “casa pandèmia” vi avrebbe risposto con un ceffone sonoro.

L’influenza suina ha portato scompiglio, il virus AH1N1 è conteso tra innocentisti e colpevolisti. Il virus della suina è un banale virus influenzale, dicono gli uni. No! è pericolosissimo, è un killer, sostengono gli altri. E il pensiero va a I Promessi Sposi, romanzo  sempre di straordinaria attualità, e al personaggio di Don Ferrante, il signorotto milanese presso la cui casa viene ospitata Lucia dopo la liberazione dal castello dell’Innominato. Egli non è persona incolta, tutt’altro; ma dinanzi alla grave realtà della pestilenza che imperversa nella città e miete vittime, vuole dimostrare per logica che la peste non è una epidemia, ma una chimera…”His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”.

Una considerazione mi viene da fare: la nostra percezione di pericolo è inversamente proporzionale alla distanza che esso ha da noi, nel tempo e nello spazio. Quanti di noi conoscono la Repubblica Centrafricana, uno degli Stati più poveri al mondo? Ed esso è tanto lontano da noi che non  interessa a nessuno, o quasi, sapere come vivono i suoi abitanti. Se qualcuno, però, ci mette davanti agli occhi l’immagine di un immigrato che sta compiendo una qualche azione delittuosa grave o lieve che sia, ci prende la preoccupazione o la paura.  Non solo, ma si affida la gestione della “cosa pubblica” a personaggi che non ne sono all’altezza per competenza, cultura e capacità. Non c’è bisogno di dire di più; guardate quello che accade negli Stati Uniti, o nel Regno Unito o a casa nostra, per restare nell’Occidente.

Virgilio Iandiorio

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