da la Repubblica.it del 6 aprile.

Nell’emergenza non si polemizza, è così?

Ci sono momenti in cui dovrebbe prevalere il sentimento di appartenenza ad un comune destino: la pandemia in un attimo ha svelato la fragilità della condizione umana, ha beffato i muri e i porti chiusi di tutti i sovranisti, ha denunciato il crimine sociale del dissanguamento del Welfare. Siamo dentro una catastrofe, eppure c’è chi si aggira tra le macerie cercando di speculare sul dolore.

Si riferisce a Salvini?

Chi invoca le chiese aperte in piena strage, chi gioca con le fake news e strilla indignazioni da stadio, chi approfitta dell’emergenza per rimettere in circolo  proposte mafiose di condoni fiscali e edilizi, chi non nasconde la propria  ammirazione per la deriva parafascista di Orban,  è costituzionalmente estraneo a quel patriottismo civico che servirebbe in un momento come questo.

I tagli alla sanità sono stati una politica criminale?

Con la mascherina della lotta agli sprechi, si sono colpiti diritti e servizi, si è stressato il sistema sanitario, si è bloccato il turn over delle professioni: e, come si sa, gli sprechi sono aumentati. Il crimine, così io penso, è l’aziendalizzazione della sanità e la mercificazione della salute. A questo aggiungerei una riflessione cruciale: la salute non si produce negli ospedali, ma nel territorio. Negli ospedali bisognerebbe solo curare alcune malattie. Il modello lombardo, così ricco di eccellenze private e così desolatamente povero di sanità territoriale, è stato travolto dal coronavirus…

Ci sono colpe anche dei governi di centro-sinistra?

C’è stato un grande cedimento culturale del centro-sinistra ai totem e tabù della rivoluzione liberista: e la cultura dell’aziendalismo, dalla scuola alla sanità, è stata egemone anche nel nostro campo. E qui occorre una riflessione autocritica seria e anche spietata.

La sanità deve essere statale?

La sanità deve essere pubblica, una moderna organizzazione fondata sull’universalismo del diritto alla salute.

Il governatore della Lombardia rivendica il modello sanitario regionale e il federalismo.

Sarebbe grave non vedere oggi, con lucidità, cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato, al centro e in periferia, nella gestione di questa inedita emergenza. Chiedo: perché il modello veneto è stato di gran lunga più efficiente del modello lombardo? Forse perché ospedalizzare gran parte dei contagiati significa trasformare gli ospedali in focolai di infezione.  E forse perché non avere una rete potente e attrezzata di sanità territoriale e di assistenza domiciliare è un buco in cui si rischia di far precipitare fin troppe vite.

Il rapporto stato-regioni che l’autonomia differenziata sul punto di essere realizzata prevede, come lo giudica?

Diciamo che in quest’ultimo mese l’abbiamo vista realizzata una forma di autonomia differenziata, una geografia del caos istituzionale e una costante frammentazione della catena di comando. Consiglierei vivamente di lasciar perdere, anche perché è difficile rendere buona una proposta che nasce cattiva, che nasce come dice Gianfranco Viesti come “secessione dei ricchi”.

Teme che la logica dell’emergenza orienti anche il dopo?

Tutto dipende da come si risponderà alla crisi sociale che come un’ombra accompagna questa crisi sanitaria: se al bisogno travolgente di protezione si risponderà poco e male, allora monterà forte un’onda autoritaria. Se la visione di questa specie di dopoguerra sarà fondata sul diritto al reddito e su un ciclopico intervento pubblico di sostegno all’economia e al lavoro, magari in chiave green, allora la democrazia sarà salva e forse sarà capace di rigenerarsi.

C’è un rischio in questa sorveglianza imposta dal coronavirus?

Ci sono i rischi che un controllo sociale centralizzato e governato dalla tecnologia prefigura: penso alla raccolta, all’uso e alla proprietà dei dati sensibili. Tuttavia penso che non ci siano alternative all’auto-reclusione e  al distanziamento sociale quando è in gioco così pesantemente la nostra vita.

Da dove ripartire secondo lei? E quando?

Credo che occorra ripartire dalla realtà della condizione umana: così bisognosa di protezione, di cura, di diritti.  Disinvestire in armamenti e investire in ricerca scientifica è una assoluta priorità oggi. Sottrarre alcuni beni essenziali dai devastanti processi di mercificazione e privatizzazione: se non ora quando? Tornare a ragionare sul lavorare meno, lavorare tutti, lavorare meglio. Insomma è il momento di ritrovare un’idea alta e ricca di comunità.

Come sta trascorrendo questi giorni di emergenza?

Cucino, gioco con mio figlio, vedo film, leggo, scrivo poesie.  

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