di Peppe Napolitano

L’ondata di emozione che ha provocato la morte di Diego Armando Maradona non la si può comprendere se ci si limita al solo aspetto sportivo o allo stereotipato racconto del ragazzo povero che ce l’ha fatta.
Limitarsi a ricordare Diego nel rettangolo di gioco rimane un facile esercizio in cui tanti, in questi giorni, si sono cimentati e rischierei di ripetermi pur bastando una sola parola: Genio
No, Diego è stato ed è vissuto nell’immaginario collettivo molto di più del genio calcistico che era, percepito da sempre come, per dirla con le parole di Edoardo Galeano, “il più umano degli Dei”, come un “Dio sporco”.
Diego è il simbolo e la testimonianza che anche gli ultimi possono vincere, rimanendo se stessi.
Diego ha rappresentato il riscatto, ma restando come uno degli ultimi e schierandosi sempre dalla parte degli umili. Ha combattuto a viso aperto a favore di innumerevoli battaglie dalla parte dei diseredati, si è sempre schierato in prima persona e in tutti gli ambiti contro tutti gli establishment e contro il loro potere corruttivo, le ipocrisie che li caratterizzano e contro ogni logica opportunistica.
Aveva dentro di sé la vocazione di Davide ed è rimasto e ha vissuto come un Davide fino alla fine.
Sentiva le sofferenze, le ingiustizie e le diseguaglianze come un qualcosa da combattere sempre e in ogni contesto.
Sentiva come un dovere morale, prima ancora che civico o politico, non doversi girare dall’altra parte di fronte ad un’ingiustizia e ad una sofferenza che sia di un popolo, di una collettività o di un singolo, nella vita come nel calcio.
Sentiva tutto ciò perché, pur essendo arrivato, e nonostante la ricchezza raggiunta, era riuscito a rimanere il ragazzo cresciuto in una baracca nella favela di Villa Fiorito.
Schierarsi, prendere posizioni scomode nonostante questo gli abbia sempre creato problemi che lui affrontava con orgoglio e pagando in prima persona.
E lo faceva sempre e in ogni contesto con un naturale slancio, in modo istintivo e generoso.
Il suo stare dalla parte dei tanti sud del mondo contro i più forti che opprimevano era una vocazione, nel calcio così come sul piano sociale e politico.


Le sue battaglie contro la gestione della Fifa prima di Havelange e poi contro quella “mafiosa”, come lui la definiva, di Joseph Blatter le ha pagate a caro prezzo, non solo a USA 94, anche se la storia ha dimostrato che aveva ragione.
Così come il suo schierarsi a viso aperto contro Bush e contro la guerra, al fianco di Fidel Castro contro l’embargo, di Hugo Chavez per la cancellazione del debito e l’autodeterminazione del Venezuela, di Daniel Ortega che lo ha insignito dell’Ordine Sandinista, la sua amicizia con Pepe Mujica diventato presidente dell’Uruguay, al fianco di Evo Morales e Lula per un’America Latina unita e indipendente economicamente e politicamente dagli Stati Uniti.
Anche qui, al fianco e in prima persona a metterci la faccia dalla parte degli usurpati, in difesa di popoli vessati. Un rivoluzionario come magistralmente si è raccontato nella sua autobiografia “Io sono El Diego”
Ma Diego ha fatto tutto questo senza mai negare le sue debolezze, le sue fragilità e gli errori fatti nella sua vita. Anzi. Li ha ammessi e provato a combatterli sempre.
Che si trattasse della cocaina o del suo rapporto con le donne e con i figli.
Lo ha fatto pubblicamente senza mai nascondersi o attribuire ad altri eventuali colpe, l’ha fatto sempre con lealtà e sincerità versando lacrime, anche pubblicamente, con il candore che solo i bambini e le anime belle possono fare ma con schiena diritta e con l’orgoglio che solo l’onestà, il senso di lealtà che aveva dentro di se poteva consentirgli di farlo senza alcuna ipocrisia.


Illuminante, per chi non l’avesse ancora visto, è il suo mettere a nudo se stesso e le sue fragilità nel bellissimo film-documentario di Emir Kusturica del 2008.
Ed è per questo che nell’immaginario collettivo è stato percepito e vissuto come una persona vera e intellettualmente onesto in ogni contesto, a differenza delle ipocrisie che circondano il nostro vissuto.
Già in vita rappresentava una leggenda con il destino segnato nel dover diventare un’icona immortale, così come lo è il Che che lui tanto amava, per tante generazioni che in queste ore lo stanno piangendo, pur non avendolo mai visto giocare.
Ed anche per questo che a Diego non solo non gli è stato perdonato mai niente, ma è stato oggetto di un continui tentativi di sfruttare la sua immagine e il suo potere evocativo, perfino i suoi eccessi e le sue fragilità diventavano motivi e occasioni di strumentalità, di saccheggio, non solo sul piano materiale, come fu per la vicenda delle sue frequentazioni con i fratelli Giuliano che meriterebbe uno specifico approfondimento.
Così come la storiella del Diego evasore ricostruita con dovizia scientifica di fatti e documentazioni (illuminante la lettura del libro-inchiesta del 2008 “L’oro del Pibe” di Pedersoli-Maurelli ) che dimostrerebbe l’inesistenza delle accuse che pure hanno consentito una campagna diffamatoria costruita negli anni.


DIEGO E NAPOLI
Appena arrivato a Napoli dichiarò “voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires” e subito il suo sentirsi Davide si identificò con la città, con il vissuto del popolo napoletano, con le sue contraddizioni e le sue potenzialità da sempre espresse in modo ondivago.
Non era e non ha rappresentato e interpretato solo la voglia di riscatto di una città che nell’84 era in ginocchio sotto il peso delle macerie morali e materiali che caratterizzarono gli anni 80 a Napoli e in Campania.
Era molto di più, una simbiosi identitaria.
A Napoli storicamente il calcio ha rappresentato e rappresenta una sorta di religione laica ed il tifo è stato da sempre un tifo identitario: chi tifa per la squadra tifa per la città e viceversa.
Per Diego e il suo sentirsi Davide è stato naturale identificarsi e rappresentare con orgoglio e a viso aperto la voglia di riscatto di una città e di un popolo che si è sentito e visto, da sempre e in ogni ambito e settore, discriminato e marginalizzato da scelte che hanno via via accumulato un divario strutturale dal nord del paese.
Divario che si è, nel corso degli anni, alimentato e legittimato con forme di discriminazioni, se non di vero e proprio razzismo, che non sempre hanno visto risposte adeguate nel combatterle, sia sul piano culturale sia su quello economico e legislativo.
A questo non poteva certo sfuggire il calcio e l’ambito sportivo.
E Diego se ne accorse subito fin dal suo esordio in campionato in Verona-Napoli con i “Napoli colera” e i “benvenuti in Italia”, ma più in generale si accorse subito della funzione e del valore, anche sociale, che il calcio raffigurava per la città di Napoli.


Rappresentò la città e il suo orgoglio con i suoi continui richiami allo strapotere del nord, non solo nel calcio, che lo portò anche a rifiutare un assegno in bianco dell’avv. Agnelli che voleva il suo genio al servizio della sua Juve, storicamente la nostra rivale per antonomasia, dichiarando che in Italia non avrebbe mai potuto indossare una maglia se non quella del Napoli e che mai poteva tradire il suo popolo.
In modo trasversale è stato un’icona per tutti i segmenti sociali di questa città e con una modalità interclassista che prescindeva anche dalle sue magie sul campo perché frutto del suo modo di difendere la città in ogni contesto e della sua generosità.
Amato in modo trasversale, dal parcheggiatore ai lavapiatti dei ristoranti in cui si recava e a cui elargiva, di nascosto, notevoli somme di mance, a settori dell’intellettualità e della cultura cittadina che l’hanno celebrato in diversi momenti di approfondimenti e convegni, il più famoso dei quali, Te Diegum, divenne un vero e proprio caso.
Del resto lui è stato un genio e un eccellenza unica e irripetibile nel calcio, così come Napoli ha espresso eccellenze dai tempi della prima ferrovia, nel teatro con il grande Eduardo, nel cinema con Totò, Troisi, con Pino nella musica e potrei continuare in tanti settori della vita economica, culturale e sociale.
Eppure, nonostante le tante eccellenze e potenzialità, storicamente abbiamo vissuto sulla nostra pelle le inique scelte che hanno alimentato e sedimentato in decenni un divario sempre più forte tra Nord e Sud del Paese, in tutti i campi da quello economico a quello sociale.
Parallelamente è stato così anche per Diego, quasi in simbiosi con il vissuto di questa città :
genio, intelligenza, generosità e al tempo stesso debolezze e fragilità che ha pagato sempre in prima persona, anche più del dovuto.
Così come Napoli è stata saccheggiata, depotenziata e deturpata nelle sua storia, così a Diego nulla è stato perdonato proprio perché era grande per avere debolezze e per essere stato sempre un piccolo grande Davide.
Ma Diego ha insegnato a questa città, per la prima volta, a vincere e a farlo con orgoglio.
Al di là dei suoi meriti sportivi con la maglia azzurra, è questa simbiosi tra Napoli e Diego che solo chi non è napoletano non potrà mai capire e che l’ha consegnato all’immortalità nei nostri cuori.


Peppe Napolitano

Peppe e Luca Napolitano











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3 commenti

  1. Complimenti, descritto alla perfezione cosa è stato veramente Diego! Chapeau

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