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Editoriale

Del virus. Della Cina. Della solidarietà e dell’amicizia

Non abbiamo competenze per valutare le decisioni del Governo italiano dopo l’esplosione del cosiddetto Coronavirus o COVID 19.
Nel complesso ci sembrano improntate a grande serietà e senso di responsabilità.
Ciò che invece è poco responsabile è non aver dato l’idea di un rapporto stretto con le autorità cinesi e con quel popolo; di non reagire a sufficienza nei confronti di una campagna fatta di pregiudizi, di ignoranza, di paure che, nell’insieme, non sono degne di una società moderna che presume di essere tra le prime al mondo per capacità produttiva e per cultura; di non riuscire ancora oggi a far vivere quel sentimento di vicinanza, di solidarietà nei confronti di quella parte del mondo così esposta oggi.
L’amicizia nei confronti di un popolo si misura nei momenti di difficoltà.
Poiché su questo terreno conta anche ciò che ciascuno di noi fa, per la nostra piccola parte, vogliamo testimoniare vicinanza e solidarietà: a coloro che sono così lontani da noi, a coloro che vivono in Italia e contribuiscono allo sviluppo della società italiana, convinti come siamo che l’amicizia è la cosa più forte che si possa mettere in campo per affrontare insieme battaglie che solo così, insieme appunto, possono essere vinte.
E poi forse servirebbe una riflessione più generale su che società globale si sta costruendo, su questo veloce e instancabile e totale movimento di merci, cose, animali, umanità da un capo all’altro del mondo fintamente ispirato a libertà ma sostanzialmente dettato da ragioni di mercato e di profitto. Si può separare allora la legittima e straordinaria voglia e possibilità di movimento, di conoscenza, di scoperta per tutti dal febbrile andirivieni indotto dal mercato che non lascia scampo di fronte al diffondersi di rischi e pericoli, accentuati a loro volta dagli effetti dei cambiamenti climatici? Ma davvero andare più lenti è sinonimo di ‘arretratezza’ e non invece di un recupero di capacità di governo sociale di processi e tendenze? No, il mercato non può. Ci vuole uno sguardo sottratto ai suoi domini. Più la globalizzazione procede così e più il rischio di ‘collassi di sistema’ si accentua. Se ne occupa anche la letteratura ormai. Ed è segno dei tempi, come sempre. Da leggere l’ultimo lavoro di un romanziere visionario, Robert Harris: Il Sonno del Mattino.

L’opportunità dopo l’Emilia

Sarebbe più che colpevole se il voto dell’Emilia Romagna non venisse colto in tutte le sue implicazioni.
Senza girarci intorno: quel voto si è caricato di una valenza politica più generale e da lì è venuta una risposta incoraggiante a fronte di un così pericoloso ritorno di destra che si nutre di nazionalismi, razzismi, chiusure e paure alimentate.
Il beneficiario primo di essa è stato il PD di Nicola Zingaretti.
Bene.
E ora, succede qualcosa a sinistra?
Se si immaginasse di procedere con una rinnovata navigazione a vista, con i tira e molla tipici di un corto respiro nelle forme della politica e nell’azione del Governo, si sciuperebbe la cosa più promettente che da quel voto è venuta e che ci parla di una società che se attiva, partecipe, vigile, esigente può rafforzare la democrazia e rappresentare il cuore di una rinnovata soggettività politica diffusa: di cosa ci parla se non di questo la nuova generazione scesa in campo tra Sardine e impegno contro i Cambiamenti Climatici? Siamo già, oggettivamente, su un terreno nuovo che non si attraversa senza la consapevolezza di questa novità e senza il rimarcare, in un doppio movimento, i punti di distanza nettissimi con ciò che fino ad ora sei stato e hai rappresentato e senza un recupero di capacità prospettica, di visione , ossigeno fondamentale per quel conflitto che va invece pensato, organizzato ,agito qui ed ora al tempo di questo capitalismo ingordo e senza limiti.
Questo a noi sembra il punto: quale giudizio, appunto, su questo capitalismo.
È nella misura con esso che si ridefinisce lo spazio per la sinistra.
Ma se non lo nomini neanche, cosa è la sinistra a quel punto? Insistiamo, c’è una radicalità nella situazione per cui occorre costruire risposte adeguate, non balbettii.
C’è una radicalità nella ‘guerra alla democrazia’ che questo capitalismo onnivoro ha scatenato, sottraendo intanto ad essa settori sempre più consistenti di una società esposta alle più profonde disuguaglianze.
C’è il segno di questa radicalità anche nel modo in cui la società del digitale, sotto il segno di pochi grandi player privati globali, ci calcola, conta, osserva mettendo a suo profitto anche i recessi più profondi della nostra personalità.
E c’è una radicalità nel suo ‘consumare natura e futuro’.
L’intensità e la concentrazione di questi fatti connessi non ha precedenti nella storia dell’umanità.
E se la politica non si misura con questo, cosa ne rimane?
Del resto, in Spagna, non sono stati forse costretti i Socialisti di Sanchez ad una alleanza organica con la Sinistra critica di Podemos?
E negli Stati Uniti, il fatto che nei primi Stati al voto per le primarie Democratiche, Sanders, il Rosso, il Socialista, sia in testa dovrà pur far riflettere dove, a contrario, i Repubblicani sono rappresentati dall’estremismo di Trump. E persino In Irlanda il boom elettorale del Sean Fenn sta a dire ancora questo. E persino in Inghilterra la sconfitta di Corbyn più che essere figlia del suo radicalismo appare più figlia delle incertezze derivanti dal fatto che una via di critica al presente non può vivere in una dimensione ristretta di nazionalismo, per quanto di sinistra: se non cerca un nuovo ancoraggio europeo si presenta come difficilmente credibile.
Si, perché questi grandi fatti evocano il bisogno, l’urgenza di un nuovo pensare e agire insieme, di una capacità di progettare società al di fuori delle logiche di un mercato malato.
E’ da qui soltanto che può muovere l’idea, tornando in Italia, di una fase di nuova fondazione della soggettività politica, capace di sperimentare e far vivere nuove forme del suo organizzarsi e vivere improntate alla più larga partecipazione e valorizzazione di autonomie e dimensioni associative federantesi e che ha da essere ‘critica’ o semplicemente non serve alla bisogna.

E la Calabria?

Questa ricchissima e dolentissima regione è diventata metafora dell’intero Mezzogiorno. Non ci spieghiamo lo sbandamento di oggi, l’affidarsi a improbabili salvatori protettivi senza interrogarci su quanto il Mezzogiorno sia scomparso dall’agenda nazionale per eguale e comune responsabilità di tutti coloro che il paese l’hanno governato negli ultimi venti anni: centrodestra e centrosinistra, impegnati sostanzialmente in una rincorsa mefitica.
E non ci spieghiamo lo sbandamento di oggi, già manifesto nel plebiscito ai 5 Stelle delle ultime politiche, senza fare un bilancio critico dell’esperienza di governo del centrosinistra nelle Regioni del Sud, a lungo tutte da esso governate con la propria azione, il più delle volte, chiusa in un mero orizzonte di potere. Vogliamo ripartire da qui allora? Vogliamo farci una riflessione in vista dei prossimi appuntamenti, a cominciare dalla Campania e dalla Puglia?
E allora, ben venga il rivoltare il partito come un guanto di cui parla Zingaretti.
Ma è di questo che stiamo parlando?

Di Napoli e del PCI degli anni ’50, ricordando Ermanno Rea e Mistero napoletano

di Francesco Barbagallo

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