E’ davvero stimolante questo libro di Lucio Ferella LIBERTA’ DI CONTARE Condizionamento, scelte e futuro delle aree interne 2026.
Un libro che è nel suo insieme una riflessione. Non vi troverete programmi, progetti, proposte operative.
Ferella ci propone qualcosa di diverso ma di più profondo: ci propone di ricostruire, nella visione delle aree interne, le precondizioni fondamentali per giungere poi ad un quadro nuovo di proposte e di progettualità possibili e necessarie.
Una scelta impegnativa la sua perché lo conduce a misurarsi non con un piano di denuncia sui limiti, le manchevolezze, gli errori delle politiche per il sud e per le aree interne: quante ve ne sono state già, e tutte in larga misura certo fondate.
No, la sua è una sorta di Lettera a chi nelle Aree interne vive, come a dire: “ Insomma, ci guardiamo negli occhi e facciamo una analisi dei nostri problemi per capire da dove e come aprire un futuro diverso, posto che la realtà in atto sta conducendo all’estinzione? In cosa dobbiamo cambiare noi, il nostro sguardo, le nostre pratiche per poter rivendicare ed affermare pienamente la nostra libertà di contare?
Questo è il tema di fondo che Lucio Ferella pone e davvero c’è da sperare che queste sue domande provochino un confronto largo.
Il cuore della sua analisi tende ad enucleare tutti i meccanismi che generano dipendenza, che contrastano con il bisogno di poter contare come contenuto concreto di una libertà in azione, e ad affermare le condizioni per sconfiggerli con una pratica vera di autonomia che sola può consentire quell’esercizio di libertà.
Dipendenza versus autonomia.
E ci sono processi strutturali che se non ben individuati e contrastati tendono a generare crescita di dipendenza.
Il primo è il partire. Dei giovani soprattutto.
“ Perché una comunità può accettare che i propri giovani partano per conoscere il mondo. Può persino esserne orgogliosa. Ciò che fatica ad accettare è l’idea che la partenza sia l’unica strada considerata possibile.”
Se la partenza non è una scelta nella quale è contemperato anche il ritorno possibile, ma un vincolo, l’unica strada, essa genera, sia in chi parte che in chi rimane una perdita, una sottrazione.
“ Quando una comunità perde abitanti, non perde soltanto persone. Perde relazioni, competenze, servizi, opportunità e, spesso senza accorgersene, perde anche una parte della propria sicurezza collettiva. “
Ed è qui che nasce l’insicurezza, la vulnerabilità.
Come rispondi a questa condizione?
C’è la via individualistica e solitaria e c’è la via collettiva.
La prima porta alla ricerca di protezione, molto ricercata da ogni politica praticata come logica di potere: affidati a me ed io risolvo. E in cambio tu mi assicuri il consenso che mi occorre. Una strada questa che il Mezzogiorno conosce benissimo. Anche il Mezzogiorno repubblicano l’ha conosciuta per decenni. Il bisogno di protezione, la tua esigenza trasformata da diritto in concessione individuale hanno rappresentato il cardine su cui si è retto un intero sistema di potere negli anni della sua crisi.
E anche oggi, sempre di più, con altri protagonisti, soprattutto nel Mezzogiorno, sia nelle aree interne della dorsale appenninica che nelle grandi periferie congestionate della metropoli, con protagonisti diversi tornano pratiche da sistema di potere, da politica che induce dipendenza e non autonomia nella società.
“ Ogni volta che un favore appare più efficace di una procedura, la procedura perde una parte della propria credibilità.“ E la democrazia, aggiungo io, vive un nuovo momento di sua crisi profonda.
Senza dimenticare poi che ovunque, anche nelle aree interne sottolinea Ferella c’è la condizione di chi ‘non conosce’, di chi non riesce a raggiungere ‘protezione’: ed è nuova e ulteriore solitudine che vive in settori non piccoli di società.
E se il meccanismo è quello di ‘affidarsi’, esso coinvolge non solo il cittadino, ma anche chi lo rappresenta, i sindaci ed amministratori locali ad esempio che sono anch’essi posti di fronte al tema di rappresentare autonomia del proprio territorio o di portare a casa qualcosa in virtù di un rapporto preferenziale con il politico che sta più su. E qui l’appello a spezzare il meccanismo da parte di Ferella è molto forte, avendo vissuto anche lui l’esperienza di sindaco nel Fortore.
Scrive Lucio ancora: “ È una forma di solitudine particolarmente insidiosa perché non produce necessariamente conflitto. Produce adattamento. Produce rassegnazione. Produce una riduzione progressiva delle ambizioni collettive. E forse è proprio questo il rischio più grande per le aree interne. “
E, sottolinea ancora Ferella con lucidità di analisi: “La vera ricchezza di un territorio non coincide soltanto con le risorse che possiede. Coincide con il grado di autonomia che riesce a generare. Con la capacità di permettere alle persone di costruire il proprio futuro senza dover dipendere continuamente da qualcuno. È una ricchezza difficile da misurare. Non compare nei bilanci. Non entra nelle statistiche. Eppure determina la qualità della vita civile molto più di quanto siamo abituati a riconoscere. “
E qui viene il punto decisivo di una possibile via diversa, la seconda, da quella individualistica che non può che contare sulla dimensione collettiva, dell’impegno comune, dell’organizzarsi in forme nuove per affermare la propria autonomia di scelta e con essa il proprio diritto al futuro. E’ solo dentro questa dimensione collettiva, del comune, di costruzione di nuove trame sociali e di solidarietà che la mia individualità, perfino la mia libertà individuale è effettiva e forte.
Non è un caso infatti che proprio questo è il punto su cui l’offensiva neoliberale e neocapitalistica ha insistito di più: tu sei padrone del tuo destino e il tuo destino si gioca in concorrenza con gli altri che diventano tutti tuoi potenziali nemici e se non riesci è solo colpa tua. E’ questa ideologia che ha concorso a smantellare ogni dimensione collettiva. E’ questa ideologia che ha reso quell’individuo che si voleva padrone del proprio destino, più solo, fragile, meno autonomo e più dipendente. E quindi meno libero. E più si riduceva il diritto reale del singolo e più cresceva invece la forza dei potenti, della finanza, del mercato, che sono diventati veri imperi.
Eppure sono imperi dai piedi di argilla, perché hanno bisogno di noi, del nostro lavoro super sfruttato, del nostro sapere. E nei loro piani, l’ambiente, i territori, la biodiversità, le storie e le culture locali non solo non contano, ma sono da azzerare e riportare all’uno dei loro modelli di consumo e di vita massificati.
Eccoli allora coloro che da un lato spingono per concentrare tutte le risorse nei mercati forti delle metropoli sottraendole agli altri e che dall’altro hanno bisogno che le aree interne invece che autonome siano strutturalmente dipendenti.
E allora, affermare la libertà di contare, come dice Lucio, vuol dire cogliere l’impero nel punto di sua maggiore debolezza: sottrargli la nostra disponibilità ad alimentarlo immaginando e sviluppando forme originali di autogoverno territoriale, di organizzazione delle comunità, di emersione di bisogni e dei percorsi per affermarli verso tutti.
Questo è insieme un percorso di conflitto e democratico.
Di conflitto, necessario, perché non ci si illuda: chi ha il potere non è disposto a condividerne neanche un pezzetto. E allora bisogna, in forme nuove, praticare proprio il conflitto che a sua volta è il sale della democrazia. Senza conflitto, che animi partecipazione e protagonismo diffusi, non vive la democrazia.
Confido che l’esperienza del Movimento Rigenera Campania, di cui Lucio Ferella è un protagonista, possa rappresentare nei prossimi mesi, con le sue nuove e ancor più incisive campagne, proprio uno degli strumenti più utili per affermare la necessaria libertà di contare.
Mentre di sicuro per questo obiettivo è contributo di non poco conto questo bel lavoro che merita di essere letto, riflettuto ed agito.
Gianfranco Nappi


