Il titolo già dice molto del senso del nuovo e ricco lavoro di Carlo Galli: Necessità della politica ( Raffaello Cortina Editore 2026 ).
L’intenzionalità è argomentata nell’introduzione in modo netto: “ …una polemica contro l’antipolitica e contro tutte le posizioni – dal neoliberismo alla tecnocrazia – che fanno della politica una variante subordinata…della politica non ci si libera….soltanto attraverso di essa passa lo sforzo di trovare nella sua necessità un valore positivo ( felicità o libertà o benessere) e non solo il lato del dominio. “
E’ nell’essenza della relazione umana, costitutiva del farsi della società, lo stabilirsi di una relazione di potere e “ sta nella pluralità e nello squilibrio dei poteri in una società, comunque si configurino, la caratteristica essenziale della necessità primaria della politica…l’oggettività e l’universalità sono impossibili.”
La società è sempre almeno duale ci ricorda Galli, e ogni tentativo di scioglierla in un universalismo omnicomprensivo corre il rischio di coprire, di giustificare invece forme di potere che persistono: potere di una parte verso, contro, su un’altra.
E’ questa dualità che genera una tensione, un conflitto come connaturati alla stessa società che però ha fondamentalmente una funzione positiva, perché è in questo conflitto che risiede, potremmo dire con Machiavelli, il sale di una società che migliora se’ stessa, nella quale si aprono spazi reali di trasformazione.
In questo senso, dunque, ci ricorda di nuovo Galli, alla politica come potere, kratos, si accompagna anche la sua dimensione di archè, di senso, di finalità.


Anzi, qui potremmo dire con Gramsci, che l’archè è quella cosa, quel logos interno alla politica, che non riduce il kratos a mero dominio ma lo anima con la capacità di costruire consenso, di realizzare una egemonia.
Galli ritiene che “non si può parlare del presente se non si è in grado di rendere parlante il passato, e non per devozione a uno storicismo continuistico, ma proprio per non farsi sorprendere dalle cesure e discontinuità che la politica esibisce ai nostri giorni, che vanno comprese in relazione ad apparati categoriali di lungo periodo.”
Se vuoi levare uno sguardo sul presente che non si fermi alla ‘corteccia’ devi andare in profondità dei fenomeni e dei processi per giungere fino alle ‘medolla’ delle cose, a volerla dire con il Guicciardini.
Esercizio sempre più raro in questa folla immersiva di analisi e commenti che viviamo al secondo che poi, infatti, un secondo dopo sono già superati: e quindi quanto mai utili sia il richiamo che la ricerca di Galli.
Che infatti si articola proprio esaminando e ricostruendo criticamente lo sviluppo del pensiero politico che si è innervato nei diversi tempi della società: per leggerlo nel suo snodarsi non certo lineare, egli si fa aiutare dalla individuazione di quattro sintesi categoriali – trascendenza, umanità, modernità, immanenza – alla luce delle quali scorrono i contributi dei principali interpreti del pensiero politico da Platone, Aristotele a Hobbes, Machiavelli, Spinoza, Smith. A Sorel, Marx, Schmitt, Nietzsche, Benjamin, solo per citarne alcuni.
Fino ai processi del presente a cui Galli dedica la parte conclusiva: forse quella, del suo lavoro, più interessante e densa di implicazioni utili ad un possibile agire e che apre anche alcuni interrogativi.


Nel primo quarto del XXI secolo si consuma il progetto liberaldemocratico, che appare a Galli come quello che meglio, se abbiamo inteso bene la sua analisi, ha saputo interpretare conflitto e sintesi, partecipazione e potere. Quel compromesso socialdemocratico che nel secondo dopoguerra ha dato alla democrazia una forte connotazione sociale.
Ma la liberaldemocrazia è sotto attacco e si è trasformata in postdemocrazia.
L’attacco neoliberista, perfino ordoliberista con uno Stato piegato a favorirne lo sviluppo, ne ha messo in discussione i cardini costitutivi in un processo che unisce disintermediazione e destrutturazione dei corpi intermedi con rapporto diretto tra un capo e un popolo espressione di una frantumazione individualista e desolidarizzata, Passivizzato.
Qui Galli riflette anche sul ruolo peculiare in questa chiave delle nuove tecnologie informative e comunicative: “Un contributo decisivo alla passivizzazione del soggetto è fornito dalla tecnologia elettronica, mediatrice principale del rapporto dei cittadini con il mondo economico, politico e sociale: un rapporto di mediazione extraistituzionale che vede l’utente del device elettronico sempre solo e isolato, e sempre subalterno al mezzo, ai suoi programmi e ai suoi algoritmi….un’immanenza che paradossalmente si pone come trascendenza, indiscutibile, incontrovertibile, di rango teologico ( la teologia tecnologica di Peter Thiel ne è la dimostrazione )…
Certo è una riflessione che può far discutere. E che rimanda alla consapevolezza che occorre avere, senza mai smarrirla, che ogni tecnologia incorpora i rapporti di potere tra le forze sociali in quel dato momento – e quindi, se la vogliamo dire con Renato Panzieri e la prima stagione dell’operaismo italiano e della sua rilettura marxiana: “ La macchina è progettata, costruita, implementata in funzione del comando capitalistico. Non c’è una macchina neutra…”(1) oppure, da ultimo, possiamo dirla con l’Enciclica di Papa Leone, che l’innovazione tecnologica concretamente, “” non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa…” (2)
Fino alla presentazione di queste, eccola l’ideologia dominante, come tendenze oggettive, naturali che conducono, la più umana delle costruzioni, la società, lo Stato e le sue istituzioni, a diventare, dice con parole anche qui molto efficaci Galli “un umano artificio sottratto all’agire umano”.
E da qui che viene il colpo mortale all’idea stessa di democrazia, di partecipazione, di sovranità popolare.
Nello sviluppo della sua analisi critica sull’attacco sistematico alla liberaldemocrazia, molto efficace poi è l’illustrazione della affermazione dei meccanismi securitari, sia nella loro dimensione nazionale che nelle relazioni tra gli stati: qui davvero le pagine del testo sono una bussola per interpretare non poco della linea delle destre nel mondo e in Italia attraverso l’alimentazione permanente di uno stato di emergenza. Il caos come strumento di disciplinamento, potremmo anche dire, e di consolidamento delle élite al governo.
Ma Galli lo dice con parole molto belle ed efficaci:
l’emergenza è la via e l’occasione attraverso la quale la politica opera, normalizzando la società mentre al tempo stesso la mantiene insicura. Grazie alle potenzialità di controllo e di narrazione offerte dalle tecnologie elettroniche, l’emergenza viene gestita in tempo reale non come prodotto di contraddizioni strutturali ma come contingenza da fronteggiare qui ed ora – e da qui anche ci invita a considerare Galli, la moltiplicazione ad horas degli interventi normativi repressivi, restrittivi, che allargano l’area delle punibilità, come appunto risposta immediata di fronte a fatti di cronaca – come immanenza – e al tempo stesso come dimensione incontrovertibile dell’esistenza, non discutibile e non superabile la politica non cerca più di creare la ‘situazione normale’ ma dichiara o incontra un’emergenza e la tiene aperta per trarne legittimazione e per disciplinare la cittadinanza, riducendo gli spazi di agibilità politica e critica, individuale e collettiva, in nome di salvaguardare un bene più alto e indeterminato…la fase terminale della postdemocrazia vede l’affermarsi di una politica che governa non certo con il terrore come i totalitarismi del XX secolo ma con l’insicurezza e l’ansia, cioè con il mettere sistematicamente in contraddizione il bene comune minacciato e i singoli cittadini. Se il liberalismo ha finito per produrre illibertà, il securitarismo vive producendo insicurezza.”


Se guardiamo ai casi diversi di queste settimane che hanno occupato pagine e pagine di cronaca, cosa leggiamo se non questo? Roggero , la tragedia di Fakir, Bologna ( non la manifestazione pacifica di decine di migliaia di persone che scompare , ma l’assalto di gruppi minoritari che – più o meno inconsapevolmente – alimentano proprio questo circuito di reazione); la festa dei No Tav con le sue migliaia di partecipanti pacifici azzerata dalla azione di guerriglia urbana pianificata ( e, come è possibile, non intercettata nel suo organizzarsi e dispiegarsi dalla rete della sicurezza caro Ministro dell’Interno?); l’inversione dell’onere della prova per i minori , che possiamo definire aberrazione giuridica; il Decreto legislativo che dilata tutti i margini di uso del riconoscimento facciale a fini di polizia; la reazione a Ceuta.
Questa è la deriva ultima della postdemocrazia ci dice Galli.


E non si può non convenire.
Ma qui vengono anche alcune domande e qualche dubbio su nodi che la riflessione di Galli lascia sullo sfondo ma che invece balzano subito in forte evidenza proprio seguendo il suo interessante e lucido ragionamento e su cui però è come se egli si fermasse sul limite.

Come si contrasta questa parabola conclusiva della postdemocrazia e che , sempre più, stringe la condizione democratica, formalmente in piedi, in una condizione invece antidemocratica sul piano sostanziale, ma anche su tanti aspetti formali oramai?

L’orizzonte più avanzato che Galli sembra delineare è quello della liberaldemocrazia ad alto contenuto sociale, lo vedevamo anche prima: ma non è proprio nelle maglie e nelle incompiutezze di questo orizzonte che si è inserito con forza il grimaldello postdemocratico?
Cioè, non è immaginando di rilanciare quegli strumenti spezzati, contraddetti, svuotati che si può pensare di reagire.
Devi pensare ad altro.
E qui allora solo ti può sovvenire una idea più alta e ambiziosa della politica: non l’utopia come rinuncia alla politica ( come sembra criticare Galli), ma quell’utopia concreta che può alimentare una politica capace di sottoporre a critica radicale l’assetto oggi dominante; organizzare una forza nella società che cambi quegli equilibri ( o squilibri ) di potere che, come ci ricorda Galli, sono ineliminabili all’interno di una società; e mettere all’ordine del giorno un’altra storia, quella di chi sta sotto , dei ‘sommersi’, spezzando quella precedente di questi ultimi decenni.
Non è che proprio nella rinuncia a questa ricerca – che di fronte alla trasformazione del capitalismo sul finire del XX secolo, anziché immaginare nuove capacità conflittuali ed antagonistiche, nuovi modelli e pratiche di democrazia per contrastare le derive che già si intravedevano ampiamente , ha visto la sinistra, in larghissima parte, compiere la scelta di perimetrarsi nel recinto liberaldemocratico – risiedano anche le ragioni di quella sconfitta che, alla fine, sta travolgendo anche i più sinceri liberali?


Questo è il dato che a mio modo di vedere serve per darsi una ragione più compiuta dell’arretramento determinatosi.

Eppure, altre ipotesi, tendenti a superare da sinistra i limiti o l’esaurirsi del ciclo socialdemocratico, anche sul piano teorico, proprio in quegli anni in cui maturava e cominciava a dispiegarsi la controffensiva poi definita neoliberista o del neoliberalesimo, emergevano. Proprio al concludersi della stagione del compromesso socialdemocratico, nel corso di tutti gli anni ’70, tra Germania, Austria, Olanda, Italia è vissuta, nella più avvertita cultura socialista una ricerca che con Willy Brandt, Bruno Kreisky, Olof Palme, Francesco De Martino, si poneva esplicitamente il tema dell’esaurirsi di quella stessa esperienza e si individuavano i terreni di una nuova ricerca critica verso il capitalismo (3) . E non è un caso che queste riflessioni si incrociarono e dialogarono con quelle, originalissime, dei comunisti italiani e con la ricerca di Enrico Berlinguer, dall’Austerità alla Terza via, sulle caratteristiche di una nuova regolazione delle relazioni internazionali tra Nord e Sud e fondata sul disarmo.
Poi sappiamo che questa pulsione che nell’arco di non molti anni è vissuta in Europa, e che avrebbe potuto essere posta a fondamento di un altro processo possibile, è stata politicamente sconfitta, nessuna concessione al complottismo quindi, senza nulla togliere al fatto che anche altri strumenti sono entrati in campo: l’omicidio, nel caso di Olof Palme; uno scandalo ampiamente montato, nel caso di Willy Brandt; e ci metto, pur in un altro quadro ma con effetti simili, il rapimento del figlio Guido nel caso di Francesco De Martino.
Ma questo nulla toglie al valore di quella ricerca e al fatto che vi si possano ancora ritrovare suggestioni utili per l’oggi.

E’ su questo altro generale da cercare, motivare, teorizzare che trovo quasi una linea, un confine su cui tante riflessioni di grande intensità ed autorevolezza, come pure quella in esame, si fermano.
Perché?
Perché non porre esplicitamente il tema del bisogno, di fronte allo svuotamento/smembramento da destra dell’equilibrio liberaldemocratico, fino alla messa in discussione dell’esistenza stessa della politica ( ovvero di una sua trasformazione in espressione diretta del potere economico-finanziario ), di una critica da sinistra capace di indicare altre strade e di fare leva su nuovi bisogni e protagonismi sociali?

Del resto, quanto questo tema sia all’ordine del giorno ne danno conto non solo tanti movimenti critici della società, massimamente quelli femminili, femministi e quelli ecologisti, in ogni parte del mondo, ma anche sempre maggiori e nuove ricerche di studiosi che avanzano esplicitamente il tema dell’urgenza di un ripensamento della democrazia in direzione del comune, del prevalere di una dimensione collettiva e politica contro il dominio di grandi gruppi economici come condizione di salvaguardia e promozione delle più ampie libertà delle persone, ( insomma è solo con il rilancio di una prospettiva di liberazione umana dai meccanismi nuovi di dominio del neocapitalismo che la stessa condizione di libertà della persona umana si può immaginare. E vale anche il contrario: è proprio nella massima esaltazione di una libertà personale solidale che la prospettiva comunitaria può trarre maggiore forza per affermarsi ). Di una visione della democrazia più ricca rispetto al mero circuito istituzionale classico privato di ogni forza di rappresentanza reale.
La stessa parola impronunciabile, comunismo, si affaccia in modo sempre più esplicito non solo nei testi di filosofi ma anche di economisti, da ultimo Emiliano Brancaccio. (4)
Porsi su un terreno nuovamente critico, radicato nella società, radicalmente proiettato a fare società, a costruire legami, nessi, pratiche comuni.
In assenza di soggettività politiche che lavorino farina per questo pane – perché questa è la situazione nella quale siamo …– non è che proprio dai mondi intellettuali può venire invece la spinta necessaria ad aprire un’atra storia?
Gianfranco Nappi



p.s. ma non tanto. Benjamin, Bloch, Gramsci. E un fascicolo di Jonas, rivista della nuova FGCI, del 1987

Sistemando un po’ di carte del passato è riemerso un bellissimo numero della rivista della nuova FGCI ( Congresso nazionale fondativo Napoli 1985. Passaggio da Marco Fumagalli a Pietro Folena Segretario Nazionale ), JONAS, di cui fu primo Direttore il nostro caro conterraneo Maurizio Vinci, poi emigrato in Basilicata. Progetto grafico e copertina di Giovanni De Mauro, che poi avrebbe inventato e guidato ( e guida ancora ), una esperienza editoriale di successo come Internazionale. Il numero della rivista che ho ritrovato è del 1987. Il Direttore nel frattempo era diventato….absit iniuria verbis….Fabrizio Rondolino. Un numero monografico dedicato ad Antonio Gramsci, nel cinquantenario della scomparsa ( peraltro proprio per questo anniversario si tenne un famoso nella scala degli studi gramsciani, convegno a Sassari nel quale ebbe a relazionare anche Francesco De Martino, relazione che trovate nel volume appena uscito che gli abbiamo dedicato (5) ).


Di quel ricco fascicolo con tante firme, mi ha colpito il titolo di uno dei contributi, quello di Giuseppe Fiori, autore peraltro di una famosa biografia di Gramsci: Perché Gramsci non è più di moda?
E devo dire che mi ha fatto riflettere su quanto Gramsci sia molto poco presente anche nelle linee di riflessione più avanzate del pensiero politico in Italia, come nel caso di questa di Carlo Galli. Anche qui infatti l’ho trovato molto laterale.
In parte accade anche perché il suo pensiero è stato interiorizzato da una parte del ceto intellettuale, e sue categorie interpretative vengono assunte e usate in modo oramai naturale. Merito questo anche del lavoro mai venuto meno con diverse generazioni di studiosi ad opera della Fondazione Istituto Gramsci. E, tra gli altri, anche meritoriamente dello stesso Carlo Galli.
Eppure invece sappiamo e vediamo che la sua strumentazione analitica è utilizzatissima in giro per il mondo, in America Latina. Nello stesso sforzo interpretativo delle contraddizioni del presente ad opera della più nuova sinistra statunitense. Ed è espressamente citata come fonte di ispirazione dalla destra statunitense. (6)


Una lateralizzazione che fa il paio, a mio modo di vedere, con il venire meno di quella più generale tensione critica, verso un altro ritenuto insostenibile
.

Se volete, è una cartina di tornasole anche questa: se pensi la rivoluzione, pensi anche a Gramsci, certo non da solo, ma non puoi fare a meno di pensarlo.
Se non la pensi, puoi anche non pensarlo.
Ma se la pensi invece, nel corpo del pensiero marxista che ha affrontato la tragedia di nazismo e fascismo e che ha rifiutato ogni idea ossificata e dogmatica , c’è un pensiero eterodosso, abbondantemente eretico anche, forgiato nella sconfitta drammatica, con personalità come Walter Benjamin, Ernst Bloch, Antonio Gramsci – che pure non si sono incontrate – ma che presentano più di un incrocio stimolante proprio per quel che serve ora. (7)

O servirebbe.

A voler riprendere a cercare.

1)Massimiliano Amato L’OCCASIONE PANZIERI La critica della pianificazione e della neutralità della tecnica nel tempo del dominio capitalistico esercitato attraverso l’AI DELTA3 2026

2) Papa Leone XIV Enciclica Magnifica Humanitas. 15 maggio 2026

3) Su questo davvero  prezioso il lavoro di Gaetano Arfè che ha raccolto i contenuti fondamentali di un carteggio tra i leader socialisti europei  ( Brandt-Kreisky-Palme, Quale socialismo per l’Europa, prefazione di Gaetano Arfè, Lerici 1976 ), di cui ho dato ampio conto nel mio Dedicato a Enrico Berlinguer, Infinitimondi 2022

4) Emiliano Brancaccio LIBERCOMUNISMO Scienza dell’utopia Feltrinelli 2026

5)Francesco De Martino Il socialismo che non rinuncia ai principi. Discorsi Meridiani.  Infinitimondi 2026

6) Ce lo ha raccontato con grande forza Marco D’Eramo Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi. Feltrinelli 2023

7) Autori Vari. Un incontro mancato: Walter Benjamin e Antonio Gramsci, Quodlibet 2023

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