Vorrei provare a tracciare in parallelo un profilo di Nora Puntillo e Ennio Simeone, che ci hanno lasciati a distanza di una ventina di giorni l’uno dall’altra, non solo e non tanto per celebrare giustamente due grandi protagonisti dell’informazione campana, ma per ragionare sul tempo storico in cui la loro parabola si è sviluppata, che ha significato per Napoli uno scatto in avanti sorprendente, a cui essi hanno contribuito in misura non marginale. Parlo della Napoli dei primi anni Settanta, oppressa e schiacciata da una duplice cappa di potere, politico e criminale, a cui si contrapponeva una trama alternativa che, partendo dalle fabbriche, dalle scuole e dalle università, si era intestata la battaglia del cambiamento. In condizioni civili, economiche, sociali, perfino sanitarie (l’epidemia di colera del 1973) che, anche ora per allora, non è azzardato definire proibitive. Dentro questa dinamica di ribaltamento di rapporti di forza e di equilibri che sembravano scolpiti nella pietra, il ruolo dell’informazione – e dell’informazione di sinistra – fu decisivo.
Nora e Ennio appartennero a quella generazione di giornalisti che smontò pezzo su pezzo la teoria – non scritta ma praticata – secondo la quale l’informazione dovesse essere, in realtà, solo un’articolazione, autonoma finché si vuole ma pur sempre organica, dell’establishment. I due maggiori quotidiani cittadini dell’epoca rappresentavano la precipitazione, il portato più significativo, di questo andazzo che non era solo locale, ma nazionale. Il Mattino era di proprietà del partito-Stato, la democrazia cristiana, e nonostante la gloriosa tradizione popolare di cui si diceva continuatore, era di fatto il giornale dei ceti politicamente egemoni, il foglio delle classi dirigenti. Il Roma apparteneva invece all’uomo più ricco della città, di formazione monarchico-fascista.
Contro questo moloch di carta, la sinistra napoletana seppe costruire una piccola, ma agguerritissima, armata, che partiva da l’Unità, passava attraverso Paese Sera, si concludeva con la Voce della Campania. Non era una questione di forze in campo, o almeno non solo. Si trattava di organizzare una contronarrazione dei fatti della città, aprire degli spazi di approfondimento, inchiesta, analisi e ricerca fino a quel momento sconosciuti. Bisognava raccontare Napoli, i suoi drammi, le sue emergenze, ma anche i suoi bacini di partecipazione democratica in maniera radicalmente alternativa. Elaborare una nuova grammatica della notizia, in cui il degrado non fosse solo più il retaggio di un passato malvagio, la camorra un fenomeno poco più che folcloristico, il lavoro e lo sviluppo variabili indipendenti sganciate da scelte e volontà politiche precise.
Ennio e Nora dedicarono le loro energie più preziose a questo processo di rinnovamento che investiva in pieno il modo di fare informazione. E furono, in qualche misura, dei privilegiati, appartenendo a una leva giornalistica che ebbe a disposizione gli strumenti, e un periodo storico, quasi irripetibili. Tutto andava nella direzione del cambiamento: la Napoli post bellica, prima laurina e poi democristiana, vedeva vacillare la propria egemonia culturale sotto la spinta dei movimenti di piazza, che imponevano un cambio di marcia anche alle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, in primo luogo ai loro organi di informazione. Essere stati capaci di cavalcare da protagonisti quella fase rappresenta non un dono della sorte, ma un titolo di merito.
Sia Ennio che Nora interpretarono il loro ruolo secondo le rispettive caratteristiche. Dalle testimonianze che ho raccolto di numerosi colleghi che ne hanno incrociato il percorso professionale, mi è sempre sembrato di capire che Ennio appartenesse a quella categoria di giornalisti nati direttori. Quei giornalisti, cioè, che di fronte a un fatto o una notizia ne immaginano in pochi secondi non solo il racconto, ma anche la collocazione in pagina, il titolo, la foto e persino lo strillo di richiamo in prima. Nora, invece, teneva tenacemente e brillantemente fede al suo bellissimo nome giacobino, incendiando i lettori de l’Unità e Paese Sera con le sue cronache appassionate che scavavano nella carne viva della città e delle sue immense periferie. I suoi reportage dal campo dei tanti drammi napoletani – l’emergenza casa, il lavoro, la sanità negata, i diritti dei più deboli e indifesi calpestati – hanno contribuito non poco alla formazione di un “senso comune” per migliaia di militanti della sinistra napoletana di quegli anni. Fornendo loro strumenti fondamentali per l’attività politica.
Nora e Ennio erano due giornalisti comunisti. E io, ricordando la prima sui social, mi sono permesso di scrivere (senza tema di smentite) che, con le sue inchieste, i suoi articoli, le sue campagne di stampa, era lei a dare la linea al partito, e non (come si sarebbe erroneamente portati a ritenere) viceversa. E qui vengo al famoso “tempo storico” di cui parlavo in premessa. Quello della straordinaria avanzata comunista alle elezioni amministrative del 1975, con la conseguente formazione delle prime giunte rosse al Comune di Napoli, guidate da Maurizio Valenzi. Come non vedere dietro quel grande risultato elettorale – che cambiava completamente il corso della storia contemporanea della principale città del Mezzogiorno – anche il lavoro della piccola corazzata di carta messa in campo dal Pci negli anni precedenti? Lo dico anche con un po’ di strizza. E di rammarico. Perché risultati del genere alla mia generazione, affacciatasi alla professione nel cuore degli Ottanta, sono stati negati. Sicché Nora, Ennio e quelli di quella generazione là, possono dire di aver vinto. Non è quasi mai più accaduto, successivamente.
Massimiliano Amato

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Il ricordo di MATTEO COSENZA
ENNIO… ENNIO… ENNIO…
Avevo 15 anni e da Castellammare mandavo corrispondenze all’Unità. Un giorno venni a Napoli e consegnai un mio pezzo. Dopo poco, appena finito di leggere tu venisti da me e mi facesti la prima e severa lezione perché io, che ero anche il segretario del circolo della Fgci, avevo parteggiato per alcuni compagni: così non si fa se vuoi fare il giornalista. Severo ma giusto, rigoroso e io ho sempre tenuto presente quel primo comandamento.
Ennio, gran parte della mia vita professionale si è intrecciata con te. Solo qualche flash.
Un giorno fui invitato a una riunione della Lega delle Cooperative. All’inizio ci capii poco. Tu e l’indimenticabile Gennaro Pinto stavate facendo nascere la Voce della Campania e in quel giorno si costituiva la Gecer, la cooperativa che doveva editarla. Tutto nuovo per me e poi la sorpresa: fui eletto nel consiglio di amministrazione. Il resto fu una conseguenza fino alla mia nomina qualche anno dopo a direttore della rivista.
E quando fui chiamato a Paese Sera c’era di nuovo lo zampino tuo e di Gennaro. Poi strade diverse. E tanti anni dopo, noi due ormai anziani, il colpo finale. Ero al Mattino, posizione comoda e prestigiosa, da casa al Chiatamone dieci minuti di Vespa, una telefonata… Mi chiamasti dalla Calabria, ormai, come dicevo, non eravamo più giovanotti. “Qui stiamo facendo un bel giornale, vieni a trovarmi”. Qualche mese di visite a Cosenza, tanti pensieri, infine mi trasferii lasciando la famiglia a Napoli. Prima vicedirettore, poi direttore: un’esperienza straordinaria di cui non ti ringrazierò mai abbastanza. Che dire? Sul nostro rapporto lungo più di sessant’anni potrei scrivere un libro. Indimenticabile l’ultimo incontro, prima a casa tua poi nel ristorante dove cenò Pierpaolo Pasolini prima di essere massacrato. E non sai quanto dolore mi diede Luca che chiamai perché non mi rispondevi al telefono: “Sai, papà sta così e così…” E ora? Lasciatemi alle mie lacrime…
PS Da ieri un solo pensiero e tanta gioia nel leggere una valanga di ricordi impregnati di stima, gratitudine, affetto. Poco fa ho raccontato uno dei tanti episodi alla mia famiglia e non ho saputo nascondere il dolore e l’emozione. C’è una foto a me cara. Era il giorno del mio insediamento come direttore del Quotidiano della Calabria e del commiato di Ennio dal giornale. Avevo appena finito di leggere il mio programma, Ennio, seduto, con un sorriso radioso aveva esclamato: “Ve l’avevo detto” e io lo ringrazio mettendogli la mano sulla spalla. Grazie, mio maestro, amico e compagno.

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Il ricordo di LUIGI VICINANZA
DOLORE, ANCHE ENNIO CI HA LASCIATI. VENTI GIORNI DOPO NORA
Dolore. Anche Ennio Simeone ci ha lasciato. Venti giorni dopo Nora Puntillo. Una irripetibile generazione di giornalisti di razza. Ennio avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 9 agosto. È stato il mio primo capocronista negli anni 70 del secolo scorso: lui era l’indiscusso capo della redazione napoletana de “l’Unità”, il giornale del PCI; mentre io provavo a muovere i primi passi come corrispondente dalla mia città, Castellammare di Stabia. Era severo e cordiale al tempo stesso. Un maestro, come non ce ne sono più. I “ragazzi di via Cervantes” gli devono tanto.
Una carriera straordinaria la sua, nel corso della quale ha riunificato l’Italia intera, da Napoli a Bolzano a Reggio Calabria. Tra i tanti incarichi di prestigio, fu anche direttore de “il Tirreno” dal 1993 al ‘96, il quotidiano toscano che io poi ho avuto il privilegio di dirigere dal 2016 al 2019. In occasione del 140 anni di quel giornale, nell’aprile 2017, chiesi a tutti i direttori che mi avevano preceduto un loro ricordo. “Il Tirreno” lo ha ripubblicato sul proprio sito nel dare la notizia della sua scomparsa; ecco il link:https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.iltirreno.it%2Ftoscana%2F2017%2F05%2F02%2Fnews%2Ftre-anni-memorabili-e-una-catena-come-strategia-1.15281120%3Ffbclid%3DIwcGRvZgFleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBUUWVDa3kyTVM4ODFLNnpXc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHqOzfhMKbO_91O3rNWlpq0NURsGjzycTF7rbJIMnxfmSFjqJ5BwTfxrexlWf_aem_7rSYH29NrXSIwD_07bIt4w&h=AUABFeZdQPKOJCaUmsrlvoxU6jvQr-XusoZ_QwV9fZBzH0Tb_XSveXkc6CNe6G6N0E33qeCBsHhaEoOusx_rX4rmV0MohRHYM1xdD8Rdp-jEd4_amXsn4R-Q1mqFdFZXQd_hjBGhGptI-KsKYNmHiCW_5SeB4ca-iw&__tn__=-UK-R&c[0]=AUC9OHniEOO6zsvennPl9XDvEejo-sAW42vTzcN6oXiB2Or4dD9VG8h9iOp-pBQrWT0IUV7CHhmJGnLaUN1hWG6UjnNExSszuu_8Oyw3PFmMLfEOYE_qbKBhwpl3OUD4PIjfKoAQ3ma04ebjZOOwEikznrR2GRxICU93drNJ-GtrKIYXQpeiqjPlgT4cPSzI0jfEuUNrkEoU74oy_vRk-rZoIrfywg
Caro Ennio, un ultimo reverente saluto. Condoglianze ai familiari.

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Il ricordo di MARCO DE MARCO E ANGELO LOMONACO
MAESTRO DI UNA GENERAZIONE DI GIORNALISTI

