Non è mai facile quando ti misuri con i grandi nodi del pensiero e del presente. Ma è anche vero che senza farlo corri il rischio di attraversare il tuo tempo con scarse consapevolezze.
Ecco uno dei tanti pregi di questo lavoro densissimo di Giacomo Marramao: spingere a riflettere in modo radicalmente critico esattamente su alcuni dei più grandi nodi del pensiero e del presente.
E ancor di più perché lo fa sul terreno spinosissimo, e caldissimo, di un corpo a corpo con l’ebraismo e il valore del suo contributo alla storia della civiltà o, meglio ancora, alle storie delle civiltà.
Si può fare una storia del pensiero, delle idee, della religiosità e della stessa secolarizzazione in Europa senza fare i conti anche con l’ebraismo? Perfino per capire le altre religioni monoteistiche e lo stesso cristianesimo non puoi prescindere dal come identità pur diverse si siano costruite in una relazione spesso conflittuale ma anche reciprocamente influente.
E così, proprio nel tempo in cui il Governo israeliano getta una luce sinistra su tutta una cultura, bisogna avere la forza di distinguere, di non fare nessun regalo involontario ad un evidente antisemitismo che le stesse scelte genocide di quel governo stanno alimentando. Sottrarsi è un dovere. E’ il modo per rendere pensabile quello che oggi appare come impensabile, in termini di con-vivenza, di comune destino.
E Marramao si sottrae proprio esplicitando il senso di questo suo lavoro che mira ad evidenziare ” l’estraneità alle radici più profonde dell’autentico ebraismo di alcuni odierni “messianici”, i quali hanno promosso e giustificato un conflitto che poteva avere delle plausibili ragioni nelle prime reazioni all’orrore del 7 ottobre 2023, ma che si è ormai trasformato in una assurda guerra senza limiti e con un cumulo sempre crescente di morti civili...”.
Marramao tira una linea di cesura netta tra questo e le radici di tutto un pensiero alimentato da grandi filosofi e teologi ebraici, fin dal medio evo, a cominciare da Mosè Maimonide. Eppure, egli si chiede e lasciando l’interrogativo pesantemente aperto, come sia stato possibile che in questa cultura si sia determinata, nel tempo, questa frattura tragica.
E’ questo l’esergo del libro:
” Per la giustizia di Dio , chiunque uccide un solo uomo, uccide tutto il mondo “. Mishnah, IV capitolo, V paragrafo.
E così, la riflessione, compiutamente filosofica si proietta, e non potrebbe che essere così, in uno sforzo di orientamento e di senso rispetto alle vicende del mondo e della storia.
E Marramao lo fa sul filo di una lettura del Messianesimo che fa centro sul contributo decisivo di Walter Benjamin, nella sua relazione intensa con Adorno – ma anche nel suo confronto critico con Carl Schmitt – che ne ribalta e capovolge il senso più profondo mettendolo in relazione con Rivoluzione.
Eccolo allora questo titolo così impegnativo: Messianesimo e Rivoluzione.
Marramao è studioso che conosce e ha frequentato direttamente protagonisti e centri di ricerca del pensiero tedesco e ha maturato una particolare sensibilità, tra gli altri, proprio nei confronti di quel nucleo di filosofi del pensiero critico che hanno ruotato intorno alla scuola di Francoforte e che sono stati tra quelli che più si sono misurati con la crisi di civiltà europea rappresentata da un nazismo e da un fascismo che essi, Benjamin in primis, non hanno mai assunto come corpo estraneo rispetto alla cultura europea ma come sua espressione e tragedia: Adorno, Horkheimer, Benijamin appunto. Ernst Bloch. ( Peraltro è già di Marramao del 1992, e poi in edizione ampliata per Mimesis nel 2021 il suo Benjamin e la Scuola di Francoforte )
Messianesimo e Rivoluzione. Questa è la relazione al centro della riflessione. Il messianesimo non più come attesa. Vale, per Marramao, ” la ricostruzione benjaminiana del concetto di storia nei termini di un materialismo messianico o di un messianesimo senza attesa che, spezzando la ‘cattiva infinità’ futurologica del ‘tempo omogeneo e vuoto ‘del progresso, sia in grado di far ruotare l’asse dell’esperienza dall’immagine della fine dei tempi alla rappresentazione pratico-attiva del tempo della fine”.
In questa chiave, ci sono due sviluppi decisivi del pensiero di Benjamin che Marramao mette bene in luce.
Il primo. In questa idea di rifiuto della attesa della fine dei tempi per segnare invece, con l’azione, il tempo della fine, del saper individuare l’attimo, c’è l’affermazione di un carattere postsecolare e postreligioso della sua concezione messianica: egli mette in crisi l’idea dell’attesa della salvezza propria delle religioni monoteiste e mette in crisi, al tempo stesso, l’idea di un progresso naturalizzato, obbligato, certo , che trasforma il tempo in omogeneo e vuoto, secondo le concezioni tipiche di accompagnamento della modernità della socialdemocrazia e del movimento operaio del suo tempo prigionieri di una ossificazione dogmatica di Marx dentro lo stalinismo in formazione, che condannavano poi all’attesa imbelle. E quindi in questo quadro diventa invece decisiva la capacità di agire, di inserirsi nel varco che si può aprire in ogni momento.
Non è sottoposto a critica solo un modo di intendere il messianesimo come attesa. E’ sottoposta a critica una intera concezione della storia incapace di leggere, dice Marramao “ la costellazione insieme singolare e ‘vertebrata’ del presente”.
Non c’è quindi fede in una salvezza che arriverà né in una storia che si compirà.
Tutto, tragicamente ma anche straordinariamente, è sulle spalle dell’umanità vivente che sola può giocare il suo riscatto, la sua redenzione.
E qui viene anche il secondo nucleo forte che Marramao sottolinea. Siamo noi gli attesi da coloro che ci hanno preceduto. Siamo noi il loro futuro. E quindi è affidata a noi la loro redenzione, il loro riscatto. E noi, caricandoci delle aspirazioni e del bisogno di riscatto di tutte le generazioni che ci hanno preceduto, diventando ” eredi dei sommersi della storia ” ( dal testo di Marramao in citazione diretta di Primo Levi, frase di una potenza straordinaria ), recuperiamo più forza nell’oggi, per dischiudere e allargare il varco nel quale far passare la spinta della rivoluzione.
Eccolo il messianesimo senza attesa che Benjamin ci consegna – in un originale e ricco ampliamento della lettura marxiana – e per il quale solo l’azione può compiere l’origine.
Cita l’Autore direttamente da Sul concetto di storia di Benjamin: “ In realtà non vi è un solo attimo che non rechi con se’ la propria chance rivoluzionaria…”.
Io penso che l’attualizzazione della riflessione di Walter Benjamin che Giacomo Marramao propone in questo lavoro abbia un valore non solo per quello che lui stesso ha esplicitato rispetto alla tragedia di Gaza, che assume ormai contorni davvero universalistici.
A me viene anche un’altra sollecitazione, e sarebbe interessante verificarla direttamente con l’Autore: il bisogno di coltivare una alterità radicale nei confronti del tempo presente, del suo sistema di dominio unificato, come condizione per rendere pensabile un’altra prospettiva. Ovvero, usiamola la parola: quella rivoluzione senza la quale rimane solo il rischio della barbarie. Un po’ se volete, come ci ha sollecitato a fare anche l’ultimo Tronti con cui abbiamo intessuto un fitto dialogo. Benjamin ci parla anche di questo. Ancora. E contribuisce ad una visione della trasformazione sociale ricca di umanità, carica di umanità e in una concezione della storia che rifiuta ogni reductio ad unum unilineare, ma sa vedere le molte storie che convivono, i molti-versi da chiamare a raccolta, secondo la lezione che poi sarà anche di Ernst Bloch e di cui Remo Bodei ci ha restituito più di un aspetto fondamentale.
Queste visioni, queste letture, ci aiutano a recuperare forza di fronte non solo alla potenza indiscussa di una tecnica oggi asservita alla logica dominante, ma anche di fronte all’esaurirsi di un ciclo ulteriore della sinistra che ha visto seguire all’idea che – o nella versione socialdemocratica o in quella staliniana – comunque, la storia fosse lo snodarsi di una linea già scritta e necessitata, quella, non dissimile come ispirazione metodologica, dopo l’89 che l’ha condotta, nelle sue componenti prevalenti, ad acquisire la nuova storia della modernità del capitale, effettivamente come l’unica storia rimasta possibile.
E oggi, invece, in questo tornante della storia dell’umanità, ci rendiamo proprio conto che c’è un bisogno, perfino disperato, di speranza da rendere tanto forte da poter costruire concretamente un’altra direzione, un’altra tra le tante storie possibili. Quella, finalmente, del riscatto dei sommersi.
Oggi. Qui ed ora.
Gianfranco Nappi


