Traiamo da micromega.net ( https://www.micromega.net/neofascisti-italiani-in-america-latina ), un estratto da questo ultimo importante lavoro di Donato di Santo, uno dei massimi esperti di America Latina e impegnato politicamente a sinistra da lunghi anni in responsabilità di politica internazionale.
Estratto da L’internazionale reazionaria di Donato Di Santo, Castelvecchi editore. © 2026 Lit edizioni s.a.s. per gentile concessione
Nel ventennio Settanta-Ottanta del secolo scorso, un numero cospicuo di esponenti, manovalanza e terroristi (o “militanti” definizione che, nei suoi scritti, ama usare Stefano Delle Chiaie[1]) di formazioni di estrema destra italiane, come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, insieme a cani sciolti della galassia nera di quegli anni, e a esponenti missini come il parlamentare Sandro Saccucci, dopo aver transitato dalla penisola iberica al servizio dei regimi del portoghese Salazar e dello spagnolo Franco, emulo di quanto fece Licio Gelli anni prima, si installò in vari Paesi dell’America del Sud. Fu un percorso migratorio con diverse matrici e motivazioni. In alcuni casi fu un trasferimento organizzato e funzionale a un disegno collettivo. In molti altri fu invece principalmente dettato da scelte e bisogni individuali, nell’urgenza di trovare una nuova collocazione a fronte della caduta delle due dittature iberiche e della riduzione di spazi di agibilità in Italia, essendo costoro quasi tutti latitanti ricercati per vari reati.
Il libro che indaga approfonditamente e con rigore scientifico questo fenomeno è Il sogno anticomunista. Neofascisti italiani in America Latina (1977-1982) di Vito Ruggiero. Nel volume l’autore inverte il punto d’osservazione: invece che partire, come generalmente si è fatto, dai collegamenti internazionali del neofascismo italiano, osserva e studia il fenomeno a partire dai processi storici che hanno portato alla instaurazione dei regimi militari cercando di individuare le motivazioni che spinsero questi ultimi a entrare in contatto, e spesso a servirsi, dei neofascisti italiani. […].
Rimando alla lettura del libro per comprendere la superficialità di visioni lineari e scontate della migrazione neofascista italiana in America Latina, che associa quei regimi dittatoriali con il fascismo. I fattori che Ruggiero suggerisce di considerare sono tre: la distanza ideologica tra regimi militari sudamericani e neofascismo italiano; lo specifico e complicato contesto politico latinoamericano, e americano, degli anni Settanta; l’impossibilità di considerare, nello specifico contesto spazio-temporale, il neofascismo italiano come un’entità ben definita e strutturata.
Il primo punto ci rammenta che tutte le dittature latinoamericane successive al colpo di Stato che, nel 1964, instaurò il regime militare in Brasile sono variamente ispirate a un’unica teoria, la DSN (Doctrina de Seguridad Nacional), insieme di concetti e pratiche volti a definire una strategia difensiva contro l’avanzare dei movimenti guerriglieri, comunisti e progressisti[2]. Nel clima della Guerra fredda, mentre per un verso si andava sistematizzando e acuendo la repressione interna, per l’altro verso si riconosceva la leadership statunitense nella “lotta al comunismo” e si sposavano le teorie neoliberiste in economia. In questo senso il Cile dei Chicago boys fece scuola. Quindi una impostazione ideologica alquanto distante dalle speculazioni filosofiche “rivoluzionarie” alla Julius Evola, pensatore di riferimento di molti dei movimenti organizzati del neofascismo italiano e, dentro il MSI, di molte personalità a partire da Pino Rauti. Il concetto di rivoluzione, oggi declinato in réclame pubblicitarie, in quegli anni non era solo appannaggio delle sinistre ma permeava linguaggio e mentalità delle destre radicali. Ovviamente, nel caso dei neofascisti, l’obiettivo rivoluzionario non era l’instaurazione di una società di liberi ed eguali, bensì l’Europa-nazione su base corporativa, liberata dagli opposti imperialismi sovietico e statunitense, e dalle influenze delle correnti progressiste “borghesi” che avevano allontanato le masse dai valori tradizionali. Disprezzavano il materialismo marxista tanto quanto il mercantilismo capitalista rivendicando la famosa “terza posizione”, anticomunista ed elitaria. Come si vede, le distanze e le contraddizioni non erano marginali.
Il secondo punto ci aiuta a delineare lo specifico contesto politico latinoamericano (e americano) di quegli anni. La collaborazione tra le varie dittature del Cono Sud raggiunse il suo apice nella creazione del Plan Cóndor, accordo sostenuto in un primo momento dagli Stati Uniti, che permetteva la completa operatività e libertà di movimento dei militari e dei servizi segreti attraverso le frontiere dei Paesi contraenti, senza alcun ostacolo burocratico, che diede una enorme spinta alla sistematizzazione in chiave regionale delle politiche repressive. La proposta di creare questo strumento operativo, nel 1975, fu di Manuel Contreras, capo della DINA, la polizia segreta cilena, con l’avallo del dittatore Augusto Pinochet. Nel tritacarne di questa operazione finirono centinaia e centinaia di oppositori, non solo guerriglieri (e a volte terroristi) di ERP, MIR, Montoneros, MLN-T, eccetera, ma un numero enorme di giovani genericamente progressisti, illegalmente arrestati, brutalmente seviziati, e successivamente assassinati. Il sistema criminale repressivo spesso agiva in coordinamento con organizzazioni paramilitari, come la […] Triple A. I Paesi coinvolti furono Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay, Uruguay e, più marginalmente, Perù. Questo meccanismo iniziò subito a funzionare anche fuori dai confini dei Paesi sudamericani. A questo riguardo, come esempio, possiamo citare l’omicidio di Orlando Letelier, ex ministro del governo Allende, assassinato nel 1976 a Washington dallo statunitense, naturalizzato cileno, Michael Townley, in collaborazione con la DINA e assoldando la manovalanza nelle organizzazioni estremiste dei fuoriusciti cubani di destra.
Poco prima dell’attivazione del Plan Cóndor, ma in perfetta sintonia con il suo “spirito”, ebbe luogo l’attentato contro l’esponente della DC cilena Bernardo Leighton e sua moglie Anita Fresno, avvenuto a Roma il 6 ottobre 1975 e organizzato, su ordine della DINA, dallo stesso Townley e da Stefano Delle Chiaie, mentre l’esecutore materiale fu Pierluigi Concutelli, lo stesso estremista nero che pochi mesi dopo, nel 1976, assassinò il giudice Vittorio Occorsio, che stava indagando proprio su P2 ed eversione neofascista. Su queste vicende ha lavorato l’allora PM Giovanni Salvi, che scrive:
Michael Townley, civile statunitense reclutato dal servizio segreto di Pinochet, la DINA, tra gli organizzatori del colpo di Stato attraverso operazioni di disinformazione e di strategia della tensione, ha deposto in aula nel processo a carico del direttore della DINA, Manuel Contreras Sepúlveda, condannato a vent’anni di reclusione. Egli ha dichiarato che Bernardo Leighton non era tra i tredici dirigenti politici in esilio che dovevano essere assassinati. Fu solo dopo le elezioni del 1975 in Italia e la concreta possibilità di un processo di avvicinamento tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, progetto al quale Leighton si dedicava in relazione all’opposizione cilena, che l’assassinio del politico esule in Italia divenne prioritario[3].
Questo meccanismo di collaborazione fra dittature ricevette due potenti scossoni nel biennio 1977-1978, con il riaccendersi della crisi tra Cile e Argentina per la sovranità sul canale di Beagle (il conflitto aperto venne scongiurato solo grazie alla iniziativa mediatrice della Santa Sede), e con l’elezione di Jimmy Carter alla presidenza degli Stati Uniti che, a quel punto, iniziarono a ritrarsi dal sostegno militare, finanziario e politico alle dittature sudamericane. La conferma dell’esistenza di questa organizzazione terroristica “intergovernativa”, rimasta segreta per molti anni anche dopo il suo scioglimento, la dobbiamo a una persona straordinaria: l’avvocato paraguayano, difensore dei diritti umani e lui stesso vittima della feroce repressione, Martín Almada. La massa di documenti che grazie a lui, e grazie al giudice José Agustín Fernández, sono stati rinvenuti nel 1992 in Paraguay costituisce quello che viene chiamato l’“archivio del Terrore”. […].
Infine il terzo punto riguarda la specificità del neofascismo italiano, sottolineandone l’eterogeneità in una miriade di soggetti, gruppi e gruppuscoli che, pur appartenenti al medesimo ceppo culturale e ideologico, per un verso erano carenti di coordinamento e, per l’altro, presentavano livelli molto diversificati di capacità politica. Addirittura in alcuni casi questa eterogeneità sfociava in aperto conflitto, e queste dinamiche coinvolgevano anche le formazioni più consistenti come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo. Una parte degli appartenenti a queste organizzazioni, e più in generale alle reti anticomuniste informali, si trasferì in America Latina. Spesso il trasferimento avveniva direttamente dalla Spagna o dal Portogallo, dove molti di loro avevano trovato accoglienza in seno alle strutture dei rispettivi regimi. Inoltre il trasferimento nei Paesi delle dittature sudamericane non avvenne in blocco ma in varie tappe e, oltre agli italiani, coinvolse anche terroristi ed estremisti di destra di Francia, Germania e altri Paesi.
In ambito europeo la teoria della guerra rivoluzionaria anticomunista fu alla base del convegno che, nel 1965, l’Istituto di Studi storici e militari Alberto Pollio organizzò presso l’hotel Parco dei Principi a Roma, e al quale partecipò un gruppo di studenti universitari guidati da Stefano Delle Chiaie, che si ritrovarono fianco a fianco con esponenti delle forze armate, del mondo economico, della magistratura e della destra radicale, tra cui il missino Pino Rauti. Un ruolo fondamentale l’ebbe l’Aginter Press, fittizia agenzia di stampa fondata nel Portogallo di Salazar da ex membri dell’OAS francese, che nel 1966 diede vita a OT (Ordre et Tradition), definito nel libro di Ruggiero, richiamando gli atti del Tribunale di Milano, «lo zoccolo duro della cosiddetta “Internazionale nera”». Svariate organizzazioni del neofascismo dei Paesi europei si ritrovarono attorno a OT, fra queste: Ordre Nouveau e Fédération d’Action Nationaliste et Européenne in Francia, Fuerza Nueva e Círculo Español de Amigos de Europa in Spagna, Kinema tes 4 Augoustou in Grecia, Jeune Europe in Belgio e, per l’Italia, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo. Molti dei loro militanti seguirono corsi di addestramento (anche a utilizzare esplosivi per attentati) da parte di ex OAS grazie a OT. Furono insegnamenti indubbiamente utili alla successiva strategia della tensione. Con il fallimento del tentato golpe del neofascista Junio Valerio Borghese, lo scioglimento di Ordine Nuovo in base alla legge Scelba, l’apertura di varie inchieste giudiziarie contro l’eversione nera, e nel 1975 l’apertura del processo contro Avanguardia Nazionale che portò all’arresto di molti affiliati, l’eversione di destra non ebbe più le garanzie e le coperture che avevano caratterizzato la fase precedente.
Fallito il suo tentativo di colpo di Stato, l’ex comandante della X MAS Junio Valerio Borghese fuggì in Spagna insieme a Delle Chiaie, e si inserì nelle dinamiche dei rapporti con i servizi segreti franchisti. La presenza di neofascisti italiani in Spagna proseguì per qualche tempo anche dopo la morte di Franco, con le medesime caratteristiche: non erano rifugiati politici bensì latitanti, e proseguirono nella condizione di clandestinità mantenendo contatti esclusivamente con i servizi segreti spagnoli. Nel maggio 1976, durante una manifestazione del Partido Carlista a Montejurra gruppi di neofascisti attaccarono i partecipanti uccidendone due. Tra gli attaccanti si trovavano gli italiani Delle Chiaie e Augusto Cauchi, anch’egli di AN. Con il passare del tempo, però, la situazione iniziò a farsi difficile anche in Spagna. Mentre in Italia sui terroristi neri di AN e di ON, oltre alla responsabilità di aver scatenato la “strategia della tensione” (a partire dalle stragi di Piazza Fontana, Peteano, Questura di Milano, Piazza della Loggia, Italicus e centinaia di altri episodi, in collaborazione con – gli spesso utilizzati – apparati dello Stato e dei servizi segreti, più o meno deviati, e in sinergia con strutture criminali come la Loggia P2), spesso gravavano accuse di reati molto pesanti, come quelli di omicidio e strage, ed erano perseguiti dalla giustizia.
In questo contesto ebbe inizio, alla spicciolata e in forme poco organizzate, il trasferimento in America Latina. Inizialmente gli ex membri di Avanguardia Nazionale si trasferirono principalmente in Cile mentre quelli di Ordine Nuovo in Paraguay. Su alcune di queste vicende ha indagato il giudice Guido Salvini. A differenza dei militanti fascisti e anche degli ex gerarchi, che alla fine della Seconda Guerra Mondiale fuggirono in Sud America, principalmente in Argentina, e vi giunsero da sconfitti senza più alcun potere, quindi tecnicamente da emigranti, i neofascisti erano radicalmente ideologizzati e si sentivano nel pieno della propria attività, nonostante l’azione di contrasto della giustizia italiana.
Già nel 1974 Delle Chiaie, accompagnando l’ex capo della X MAS Junio Valerio Borghese, era stato in Cile. Ma la vera collaborazione col neofascismo italiano iniziò l’anno seguente, su richiesta della DINA, la Dirección de Inteligencia Nacional, innanzitutto per organizzare e portare a compimento l’attentato al leader democristiano Bernardo Leighton e sua moglie Anita Fresno, esuli a Roma da quando, all’indomani del golpe, erano stati invitati in Italia da Gilberto Bonalumi della DC italiana. La pianificazione e organizzazione fu affidata a Stefano Delle Chiaie e a Pierluigi Concutelli, e fu quest’ultimo che materialmente sparò alla coppia cilena, in via Aurelia nei pressi della casa dove vivevano. I coniugi sopravvissero ai colpi ma, feriti in modo gravissimo, vedranno la loro vita completamente distrutta da questo attentato e le funzioni cerebrali di Leighton risultarono lese in forma permanente. Potendosi considerare “un successo”, questa azione comportò il pagamento da parte della DINA della cifra preventivamente pattuita. Al riguardo scrive Vito Ruggiero:
La collaborazione per l’attentato a Leighton fortificò notevolmente i legami tra la DINA e le formazioni di AN e ON. Il 20 novembre 1975, in occasione dei funerali di Francisco Franco a Madrid, vi fu un nuovo incontro tra Pinochet, Contreras e Delle Chiaie, durante il quale il capo della DINA corrispose un compenso di cinquemila dollari per l’azione compiuta dagli italiani pochi giorni prima. Inoltre, il Cile venne confermato un rifugio sicuro per Delle Chiaie e i suoi compagni d’arme nel caso in cui se ne fosse presentata la necessità. Una situazione che non tardò a verificarsi[4].
Un’altra vicenda emblematica fu quella del deputato dell’MSI Sandro Saccucci, legatissimo a Pino Rauti, ex volontario repubblichino a Salò, ex ufficiale dei paracadutisti e picchiatore, coinvolto a Sezze Romano nell’assassinio del ventunenne Luigi Di Rosa, della FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana), e nel ferimento del militante di Lotta Continua Antonio Spirito. Saccucci, successivamente espulso dall’MSI, riuscì a fuggire in Inghilterra e in Francia, successivamente trovò rifugio in Spagna e quindi, in combutta con Maurizio Giorgi di AN, concluse la sua fuga prima in Cile e poi in Argentina.
Comunque, il grosso del trasferimento verso il Cile avvenne nel 1977 e a Delle Chiaie si aggiunsero, tra gli altri, Pierluigi Pagliai, Vincenzo Vinciguerra, Augusto Cauchi, Maurizio Giorgi. I contatti con i servizi cileni avvenivano attraverso lo stesso Contreras. Tra le prime attività commissionate dal regime (a parte l’attentato a Leighton eseguito due anni prima), vi furono «azioni svolte in Perù e Argentina». In quest’ultimo Paese Delle Chiaie e altri del gruppo entrarono come componenti della divisione della Brigada Exterior della DINA, diretta da Enrique Arancibia Clavel. Lo stesso che pianificò l’operazione Colombo e l’omicidio del generale Carlos Prats. Nel frattempo il regime di Pinochet sciolse la DINA, per le conseguenze dell’attentato a Orlando Letelier a Washington (nel quale morì anche una cittadina statunitense), sostituendola con la CNI. Ciò nondimeno mantenne Contreras ancora per un anno alla guida di questa nuova agenzia. In Argentina Delle Chiaie strinse una relazione operativa con il Batallón de Inteligencia 601, attraverso l’agente Luis Alfredo Zarattini. Stando ai documenti dell’Archivio del Terrore, il gruppo di neofascisti italiani comprendeva anche Giovanni Lanfrè, ex senatore del MSI, Maurizio Giorgi, Marco Ballan e Mario Pellegrino.
I rapporti tra gli ex di Ordine Nuovo e il Paraguay si determinarono, invece, per intercessione dell’ambasciatore di Stroessner in Spagna. Tra coloro che si stanziarono ad Asunción, il neofascista di ON ed ex appartenente alla Brigata Folgore, Elio Massagrande, che addirittura redasse una nota con richiesta di protezione inviata alle autorità della dittatura paraguayana. In questa nota, tra l’altro, Massagrande affermava che la sua fuga e la richiesta di asilo politico in Paraguay derivassero dall’imputazione di aver partecipato all’assassinio del giudice Vittorio Occorsio (che Ordine Nuovo uccise nel 1976). Sempre in Paraguay si rifugiò anche Clemente Graziani, ordinovista e missino, sorta di teorico del gruppo. Al riguardo scrivono Marina Cardozo e Mimmo Franzinelli:
Clemente “Lello” Graziani, già volontario nella RSI e nel 1953 fondatore con Pino Rauti del Centro Studi Ordine Nuovo, condannato il 21 novembre 1973 a cinque anni per ricostituzione del Partito Fascista, si sottrae all’arresto con la fuga in Spagna. […] Si trasferisce in Bolivia e nel maggio 1978 entra in Paraguay, dove gli viene accordato asilo politico (vi rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1996 ad Asunción)[5].
Il Batallón 601 fu anche quello che venne destinato ad appoggiare il golpe di García Meza Tejada in Bolivia, e Delle Chiaie ebbe un ruolo rilevante nel Paese andino. Nel report finale della Comisión de la Verdad boliviana, riportato da Ruggiero nel suo libro, si legge: «Un gruppo di nazisti e neonazisti fungeva, già dalla metà del 1978, da mentore dell’ala più violenta delle forze armate. Tra i cosiddetti novios de la muerte […] figuravano personaggi come Klaus Barbie, Joachim Fiebelkorn, e un gruppo neofascista italiano capeggiato da Pierluigi Pagliai e Stefano Delle Chiaie»[6]. Quest’ultimo divenne stretto collaboratore del ministro dell’Interno golpista Luis Arce Gómez. Inoltre, secondo una nota del SISDE, facente parte degli atti della Commissione parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia Massonica P2, un altro neofascista che ricoprì una posizione rilevante all’indomani del colpo di Stato, assegnato a incarichi esclusivamente operativi, fu Pierluigi Pagliai. Vi si legge: «Pagliai, alias Mario Bonomi, ha lavorato con lo Stato boliviano, Dipartimento di Informazioni (DIE), dal luglio del 1980. È un noto torturatore che è stato responsabile della maggior parte delle violazioni dei diritti umani avvenuti in Bolivia negli ultimi due anni. Pagliai è attualmente a Santa Cruz, abita e lavora con il colonnello Arce Gómez»[7]. In Bolivia il regime di Luis García Meza Tejada cadde nel 1981, e Ruggiero richiama una informativa declassificata CIA che l’anno successivo, all’inizio del processo democratico, informava che «le autorità italiane, di concerto con quelle boliviane, lanciarono una operazione per la cattura di Pagliai e Delle Chiaie, entrambi latitanti per la giustizia italiana e ancora residenti in Bolivia. Avvisato per tempo dai suoi contatti istituzionali, Delle Chiaie riuscì a riparare in Argentina. Al contrario, Pagliai rimase gravemente ferito in un conflitto a fuoco con gli agenti italiani, morendo in Italia pochi giorni dopo l’accaduto»[8].
Da quanto esposto finora, si può comprendere quanto importante, e ancora poco conosciuta, sia l’epopea dello sbarco e della presenza attiva e criminale del neofascismo eversivo italiano in America Latina. Forse, a differenza delle vicende relative alla P2, questo filone si è andato esaurendo, anche se non lo sappiamo con certezza. Comunque sono vicende che non risalgono all’inizio del secondo Dopoguerra, quando si assistette alla fuga ed emigrazione alla spicciolata di centinaia di fascisti e di gerarchi del regime mussoliniano. Esse riguardano un periodo che inizia a metà degli anni Settanta, quindi una trentina d’anni dopo quella migrazione postbellica, si protrae fino a oltre la metà degli anni Ottanta e si intreccia, se non con l’attualità, con le premesse che hanno portato ad alcuni dei fenomeni denominabili come “nuove estreme destre”.
È importante, soprattutto osservando queste vicende dall’Italia, coltivare la memoria sia delle radici storiche di una presenza e reciproca collaborazione tra destre italiane e latinoamericane, sia dell’influenza che alcune vicende tragiche latinoamericane ebbero sulla politica e sulle istituzioni italiane. A questo riguardo molto bene ha fatto Fernando Ayala[9], nella sua Introduzione al volume Operazione Condor. Storia di un sistema criminale in America Latina, a ricordarci quanto scrisse il 5 novembre 1970 l’allora segretario di Stato Henry Kissinger al presidente USA Nixon: «L’esempio di un governo marxista, eletto con successo, sicuramente avrebbe impatto in altre parti del mondo e inoltre costituirebbe un precedente coraggioso, specialmente in Italia. L’espansione per imitazione di fenomeni simili in altre parti danneggerebbe significativamente l’equilibrio mondiale e la nostra stessa posizione in quell’equilibrio»[10]. Il golpe iniziava la sua gestazione con l’obiettivo, in America Latina, di annientare l’alternativa democratica al castrismo e, su scala globale, di impedire la “via italiana al socialismo” e l’eurocomunismo. Successivamente, a golpe consumato, qualcosa di analogo si riproporrà nei confronti della strategia berlingueriana del “compromesso storico”, con l’intimazione terroristico-mafiosa a «smetterla di fare certe cose con il PCI, altrimenti la pagherà cara», che lo stesso Kissinger rivolgerà ad Aldo Moro, il 25 settembre 1974 alla Casa Bianca[11], e che si rivelerà geometricamente potente e premonitrice di quanto avverrà nel 1978.
[1] Stefano Delle Chiaie, L’aquila e il condor. Memorie di un militante politico, Sperling & Kupfer, 2012.
[2] Valerio Giannattasio, Alessandro Guida, Raffaele Nocera, L’America Latina in guerra. I militari al potere nelle dittature del Cono Sud degli anni Sessanta-Ottanta, Mondadori, 2025, p. 60.
[3] Giovanni Salvi, Relazione sul terrorismo di destra, in «Sistema Penale», 26 settembre 2023.
[4] Vito Ruggiero, Neofascismo italiano e dittatura cilena. Mutualismo nero tra due continenti, in «Il Ponte», 12 agosto 2016.
[5] Marina Cardozo, Mimmo Franzinelli, Gli artigli del Condor. Dittature militari latino-americane, CIA e neofascismo italiano, Einaudi, 2025, p. 161.
[6] Vito Ruggiero, Il sogno anticomunista. Neofascisti italiani in America Latina (1977-1982), Roma TrE-Press, 2023, p. 142.
[7] Vito Ruggiero, Do ut des. Reti anticomuniste e circolazione militante nel Cono Sud (1975-1981), in «Confluenze. Rivista di studi iberoamericani», vol, 15, n. 2, 2023, p. 346.
[8] Vito Ruggiero, Il sogno anticomunista. Neofascisti italiani in America Latina (1977-1982), cit., p. 147.
[9] Politico e diplomatico cileno. Tra gli altri incarichi, ambasciatore a Roma dal 2014 al 2018, sottosegretario alla Difesa nel governo di Gabriel Boric nel 2022.
[10] Fernando Ayala, Introduzione, in Lino Rossi e Fabio Cantoni, Operazione Condor, storia di un sistema criminale in America Latina, Castelvecchi, 2018.
[11] Sergio Flamigni, La tela del ragno, Edizioni Associate, 1988, p. 96.
Donato Di Santo Dal 1989 al 2006 è stato responsabile per le relazioni politiche con l’America Latina per PCI, PDS e DS.


