Non so se stiamo valutando appieno portata e implicazioni dei colpi ripetuti che la destra, nelle sue diverse articolazioni, sta portando all’assetto democratico e a quello di una civile convivenza. E vedo anche tanti programmi tv delle reti Mediaset, i titoli delle testate della destra, l’incrocio tra entrambi, anche nelle figure giornalistiche, che puntano a far crescere l’esasperazione, ad alimentare il bisogno di una risposta d’ordine a fronte di paure e solitudini: una terra bruciata in larghi settori di società debole ed esposta alla quale quasi nessun altro arriva oramai.
Se è vero quel che diciamo, e vediamo in modo diffuso nel mondo a cominciare dagli Stati Uniti, in merito ad una radicalizzazione dell’offensiva dai tratti esplicitamente antidemocratici, non possiamo non chiederci: il livello di risposta di un largo schieramento democratico, politico, culturale,sociale, è adeguato alla portata dello scontro?
C’è qualcosa di profondo che non funziona nella narrazione delle forze della destra al governo del paese da quattro anni, non da un giorno.
Di fronte ai fallimenti in politica economica e in politica estera, la destra si rifugia sui terreni suoi più propri e rassicuranti: immigrazione e sicurezza. E rilancia tutti gli allarmi possibili, dilata le percezioni di insicurezza, esalta ogni risposta d’ordine. Una scelta tutta politica,rafforzata dall’avvicinarsi delle elezioni. E cosi determina un avvitamento del confronto con un livello di irresponsabilità istituzionale sempre più forte, alimentato anche dal permanente attacco alla magistratura e da una evidente forzatura nel portare avanti una legge elettorale che restringe ancor di più la rappresentanza reale del paese.
La destra grida al tema sicurezza come se fosse ancora all’opposizione. Ma dopo quattro anni, se si denunciano situazioni insstenibili, insicurezze diffuse, non si può farlo dimenticando il piccolo particolare che sei tu, al governo, a dover garantire quel di più che chiedi.
E infatti, si entra in contraddizione palese quando il Ministro dell’Interno dichiara, proprio oggi in una intervista giornalistica, che i delitti diminuiscono sensibilmente rispetto a dieci anni fa. che l’Italia è oggi un paese più sicuro…
Delle due l’una: o siete incapaci, e quindi, con chi ve la prendete? O c’è una tendenza generale frutto di costanti politiche, nonostante tutto, di diminuzione dei reati e dei delitti, ma allora, perchè,se non per ragioni esclusivamente politiche, di spinta d’ordine e di struttutrale assalto allo stato di diritto, ponete al centro di tutte le attenzioni la questione sicurezza?
Questo conto perchè non viene presentato con forza alla destra? Perchè ancora timidezze?
Quel che appare evidente, è che stiamo entrando in un territorio nuovo però di irresponsabile esasperazione, nel quale, per tutto c’è spazio, tutto va bene. Senza limiti. Senza freni. Fino all’uso della piazza, fisica e mediatica, per imporre una grazia. Fino all’evidente follia di forzare le direttive per le forze dell’ordine e, come è apparso evidente nella tragedia di Fakir – al di là di ogni eventuale responsabilità individuale che dovesse emergere – siamo di fronte al fallimento più palmare del modello che spinge ad affrontare con le politiche di sicurezza questioni sociali e, come in questo caso, questioni di salute. E’ in questo dilatarsi dei compiti per le forze dell’ordine e in questo restringersi dell’azione pubblica per includere, per assicurare socialità e salute,che risiede l’origine della tragedia di Bologna. E ancora una volta, le parole forse più toccanti e giuste sono venute da un familiare della vittima, in questo caso dalla nipote di Fakir, in quella piazza ricolma che giustamente il Sindaco di Bologna ha sollecitato. Al netto della violenza di pochi che non può metterne in discussione la forza.
E’ questo fallimento che bisognerebbe chiamare in campo: nessun decreto Caivano, nessun abbassamento dell’età di punibilità per i minori, nessun nuovo reato…tutte cose che si sono accatastate l’una sull’altra in questi quattro anni, può far sì che si viva meglio quando poi non c’è una politica forte per la scuola, per la qualità della vita nei territori, quando non si investe nella sanità pubblica quel che andrebbe investito, quando si riduce la questione delle migrazioni a illegalità da governare con moderni campi di concentramento e si chiude più di un occhio sui livelli di sfruttamento cui quegli stessi immigrati sono sottoposti non,si badi bene, dai circuiti illegali, ma dai canali di accesso programmato che programmaticamente li ricacciano in condizioni di illegalità.
Ma che cosa evoca tutto questo però?
Tutto questo evoca una altra idea di società.
Quanto pesa oggi questa altra idea di società? Molto meno di quel che nei fatti rappresenta. Perchè già oggi sono tantissime le esperienze di solidarietà e di volontariato, laico, cattolico e di altre confessioni religiose, di terzo settore, di lavoro sociale che vivono nei territori e mobilitano milioni di persone. E tantissime quelle che lavorano con i minori. Con i migranti. E così si muovono anche tante esperienze giovanili di contestazione anche radicale. Nell’insieme un tessuto straordinario,variegato e articolato, che pratica concretamente un fare società a cui già oggi è affidato tanto della tenuta del paese. Con tanti giovani amministratori locali protagonisti anche.
Cosa pensano i protagonisti di queste esperienze? Di quali visioni sono portatori? Quali proposte, dal livello locale a quello nazionale, hanno da avanzare per un paese più giusto e più sicuro?
Non è proprio da loro, e da quel che rappresentano, che dovrebbe partire una vera e propria controffensiva democratica, che chiami in campo tutte le migliori energie della società?
Quando se non ora, di fronte a protervia e arroganza crescenti, chiamare ad una mobilitzione di fiducia e di speranza?
Qui ci sono forze grandi di cui ogni battaglia democratica ha un bisogno vitale per essere vinta.
Sapranno i nostri dei vertici del campo detto largo farsene promotori?
Gianfranco Nappi


