Le decisioni degli ultimi mesi raccontano una direzione. Forse è arrivato il momento di trasformarla in una visione.
Ci sono decisioni che sembrano appartenere a storie diverse. Poi, a un certo punto, ci si accorge che stanno andando tutte nella stessa direzione. È ciò che sta accadendo oggi in Campania con l’acqua.
La scelta della Regione di fermare l’ingresso del socio privato nella grande adduzione non è soltanto un atto amministrativo. È il segnale che il cuore del sistema idrico campano – con le grandi reti, le captazioni, gli invasi e le interconnessioni tra territori – deve restare sotto responsabilità pubblica. A questa decisione si aggiunge quella del Comune di Napoli di trasformare ABC, mantenendola integralmente pubblica e rafforzandone la capacità industriale. Due fatti diversi che, letti insieme, pongono una domanda semplice: se la grande adduzione deve essere pubblica e il principale gestore della regione sceglie di restare pubblico, perché continuare a pensare il resto del sistema come una somma di percorsi separati?
L’acqua, del resto, non conosce i confini che abbiamo disegnato sulle carte. Nasce nelle aree interne, attraversa province e distretti, raggiunge città, campagne e imprese. Tiene insieme la Campania molto prima che lo facciano le sue istituzioni. Eppure continuiamo a governarla per compartimenti: un gestore qui, una società lì, una gara altrove. È proprio questa distanza tra la geografia dell’acqua e la geografia amministrativa a rendere necessario un cambio di prospettiva.


ABC può diventare il punto da cui partire. Non perché Napoli debba assorbire il resto della regione, ma perché lì esistono già competenze, personale, sistemi e capacità organizzativa che possono essere messi al servizio di un progetto più ampio. La sua trasformazione può acquistare un significato che supera il Comune: diventare il nucleo tecnico di una gestione pubblica capace di ricomporre, progressivamente, ciò che oggi è separato.
Napoli Nord è il primo esempio. I Comuni dell’area settentrionale hanno già avviato un percorso per superare la frammentazione. Ma proprio per questo è legittimo chiedersi se abbia senso costruire un altro soggetto pubblico separato quando reti, adduzione e territorio metropolitano sono già profondamente connessi. Il passaggio più naturale potrebbe essere riportare Napoli città e Napoli Nord dentro una stessa architettura pubblica, garantendo ai Comuni rappresentanza e controllo e mettendo in comune capacità industriale e programmazione.


Nel Sannio il limite dell’attuale modello emerge con ancora maggiore chiarezza. È stata svolta la gara per individuare il socio privato della futura Sannio Acque
, ma la componente pubblica non è ancora stata compiutamente costruita: l’adesione dei Comuni non è conclusa e, dove è stata deliberata, la Corte dei Conti ha sollevato rilievi severi sulla sostenibilità e sull’intera impalcatura. Non siamo dunque davanti a un sistema ormai consolidato, ma a un passaggio ancora aperto.
A rendere il quadro ancora più significativo è il fatto che una parte dei Comuni sanniti continuerà a essere servita da Alto Calore. Così il Sannio rischia di uscire dalla frammentazione comunale per entrare in una nuova frammentazione tra due modelli diversi: da una parte la società mista, dall’altra una grande esperienza pubblica che attraversa Irpinia e Sannio. Il problema non è scegliere quale realtà debba prevalere. È riconoscere che manca un livello regionale capace di tenerle insieme.
Questa constatazione apre una possibilità concreta. Il Sannio ha bisogno di una gestione unitaria e industrialmente solida, ma non è detto che debba costruirla attraverso una componente pubblica dispersa tra decine di Comuni, affiancata da un socio privato già organizzato. Se la Regione mettesse a disposizione un soggetto interamente pubblico, forte della grande adduzione, delle competenze di ABC e dell’esperienza di Alto Calore, i Comuni avrebbero finalmente un’alternativa credibile. Non un ritorno indietro, ma il completamento in forma pubblica dell’obiettivo da cui erano partiti.
Anche Alto Calore, in questa prospettiva, smetterebbe di essere trattata come una vicenda separata. È un patrimonio pubblico da risanare e integrare, non da disperdere. Il suo personale, le sue reti e la conoscenza dei territori possono diventare il nucleo pubblico delle aree interne dentro una strategia regionale comune. ABC e Alto Calore non sarebbero concorrenti, ma componenti diverse dello stesso sistema: una con la forza della grande area urbana, l’altra con il radicamento nei territori delle sorgenti e delle montagne.


È qui che il ruolo delle aree interne cambia significato. Non sono soltanto territori da sostenere. Sono i luoghi che rendono possibile l’approvvigionamento dell’intera regione. Custodiscono sorgenti, invasi, bacini e infrastrutture, sopportano vincoli e garantiscono una risorsa che alimenta le città. Una politica regionale dell’acqua deve riconoscere questo rapporto di reciprocità, dando ai Comuni non solo voce nelle decisioni, ma anche un ritorno concreto in termini di investimenti, manutenzione, tutela ambientale e qualità del servizio.
La proprietà pubblica, però, non basta. Una società può essere formalmente pubblica e restare chiusa, distante e poco controllabile. Per questo assume un valore particolare anche la proposta di legge regionale d’iniziativa popolare Rigenera Campania. Prima di diventare un testo normativo, Rigenera è stata il frutto di tavoli di discussione aperti nei diversi territori della regione, nei quali cittadini, associazioni, comitati, amministratori e realtà civiche hanno costruito una visione comune sulla rigenerazione dei territori, la transizione ecologica, la tutela del suolo, il clima, le aree interne e la qualità dello sviluppo. Quel lavoro è stato poi condensato in una proposta che, tra i propri pilastri, indica anche la gestione pubblica dell’acqua. L’apertura istituzionale manifestata dal presidente del Consiglio regionale può diventare il segnale di un metodo diverso: non una politica dell’acqua decisa soltanto tra amministrazioni e gestori, ma aperta alla partecipazione, alla trasparenza e al controllo civico.
Dentro questo processo devono trovare posto anche i lavoratori del servizio idrico. Sono loro a conoscere reti, impianti, perdite, emergenze e bisogni reali. Le loro competenze non sono un costo da trasferire da una società all’altra, ma una parte essenziale del patrimonio pubblico. Qualunque trasformazione dovrà garantire continuità occupazionale, valorizzazione professionale e partecipazione alle scelte di riorganizzazione.


Mettendo insieme questi elementi emerge una possibilità: costruire progressivamente una società pubblica regionale dell’acqua, blindata rispetto all’ingresso dei privati, capace di partire dalla grande adduzione e di integrare, con tempi diversi, ABC, Napoli Nord, Alto Calore e i percorsi ancora aperti come quello sannita. Non un soggetto che cancella le esperienze esistenti, ma una casa comune che le rafforza e le riconduce dentro un’unica visione.
Il punto, allora, non è aggiungere una nuova società al mosaico esistente. È trasformare il mosaico in un sistema. La Campania ha già molti dei pezzi necessari: una scelta pubblica sulla grande adduzione, un grande gestore come ABC, un patrimonio come Alto Calore, territori che cercano di superare la frammentazione, cittadini che chiedono partecipazione. Manca la decisione di collegarli.
Una nuova politica regionale dell’acqua dovrebbe partire da qui: non dalla polemica contro ciò che è stato fatto, ma dalla capacità di vedere ciò che può diventare. L’acqua attraversa la Campania senza fermarsi davanti ai confini amministrativi. È arrivato il momento che anche le istituzioni imparino a fare lo stesso.
Proposta di finale
Forse il punto, allora, non è più decidere quale singola società debba gestire l’acqua nei diversi territori. Il punto è capire se la Campania sia pronta a costruire un soggetto pubblico capace di tenere insieme ciò che oggi continua a essere affrontato separatamente.

La grande adduzione, ABC Napoli, Napoli Nord, il Sannio, Alto Calore, i Comuni, i lavoratori, le aree interne e la partecipazione civica non sono tasselli destinati a restare isolati. Possono diventare parti di una stessa architettura.

Una Società Regionale Campana per l’Acqua Pubblica potrebbe rappresentare lo strumento attraverso cui dare forma a questa visione: non per cancellare le esperienze esistenti, ma per ricomporle; non per sottrarre ruolo ai Comuni, ma per metterli nelle condizioni di esercitarlo realmente; non per concentrare ogni funzione in un unico centro, ma per costruire una regia comune, capace di garantire investimenti, competenze, solidarietà territoriale e controllo pubblico.

Una società nella quale ABC possa portare la propria esperienza industriale e gestionale, Alto Calore il proprio radicamento nelle aree interne, Napoli Nord possa ritrovare una continuità con il capoluogo e il Sannio possa evitare di completare un modello misto proprio mentre si apre una nuova prospettiva pubblica regionale.

Non una società pubblica soltanto nella proprietà, ma nelle finalità, nella governance, nel rapporto con i lavoratori, nella partecipazione dei cittadini e nel riconoscimento dei territori che custodiscono la risorsa.

Le decisioni degli ultimi mesi raccontano già una direzione. Il passo successivo è trasformarla in una visione e quella visione in un soggetto pubblico regionale capace di realizzarla.

Lucio Ferella

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5 commenti

  1. Il dibattito sulla trasformazione di ABC da azienda Speciale a SpA dilaga sui media, sui social e tra le persone che vogliono essere informate per capire. Tutti siamo d’accordo sulla gestione pubblica dell’acqua. Chi, di fronte ad un’affermazione come questa avrebbe l’impudenza (o il coraggio?) di dire ” no, va affidata al privato affinché ne ricavi profitto”? Però bisogna essere intellettualmente onesti e dire a quale modello concreto ci si riferisce quando si parla di “acqua pubblica”: a quello dell’azienda speciale ABC o della SpA seppure in house providing, con controllo analogo e riutilizzo degli utili nella stessa società? Perché c’è una profonda differenza che deve essere spiegata con chiarezza ai cittadini: nel primo caso, a Napoli unico comune in Campania dove c’è l’azienda speciale, ci si trova in una situazione di gestione veramente pubblica, blindata per altri 30 anni in forza della proroga prevista dal vigente contratto; nel secondo caso, nonostante tutte le rassicurazioni, le promesse, le blindature che si vogliono/possono dare alla SpA resta il fatto che sarebbe soggetta al diritto privato e, quindi, per la natura propria di questa forma di diritto, in qualunque momento la deliberazione del Consiglio comunale, su volontà politica del sindaco e della maggioranza, può aprire all’ingresso dei privati. Senza considerare, tra l’altro, l’art. 115 del TUEL che stabilisce, in caso di trasformazione di un’azienda speciale in SpA, che il comune può restare socio unico per un massimo di due anni! E qui non si tratta di interpretazione soggettiva della legge. Allora, le domande da porre ai sostenitori della SpA sono: 1. perché abbandonare l’azienda speciale se la nuova SpA replichera’ integralmente i vincoli dell’attuale assetto, mantenendo le stesse identiche garanzie? 2. Perché istituire una forma societaria nata per produrre profitto, fingendo che non lo faccia? 3. Forse la transizione societaria è una strategia finalizzata a superare i vincoli rigidi dell’azienda speciale per rendere flessibile e privatizzabile la governance nel tempo?
    Ecco che anche la questione a dimensione regionale si presta a un’altra “visione”, perché tutti siamo per “la costruzione di una società pubblica regionale dell’acqua”, ma di quale tipo?
    Una SpA il cui ingresso ai privati non potrà mai essere blindato a tempo indeterminato, ma soggetta sempre alla volontà politica di chi governa? È questo il modello pubblico a cui si pensa? Credo che parlare di “trasferimento dell’esperienza industriale di ABC” nella costruzione di un grande soggetto regionale abbia senso solo se si considera di replicarne l’assetto “modello azienda speciale”. Certo la L. 201/2022 non lo consente, ma se si vuole tutelare e difendere veramente l’acqua bene comune le forze vanno unite ben al di la di qualche slogan: d’altronde è una strada già battuta dalle associazioni per affrontare altri conflitti tra cittadini e politica. Le battaglie dei cittadini, delle associazioni, dei movimenti a questo servono!

    1. Credo che su un tema così importante serva uno sforzo da parte di tutti: provare a costruire la soluzione più solida possibile.

      L’obiettivo non è scegliere tra “azienda speciale” e “SpA in house”. L’obiettivo è impedire che, oggi o tra vent’anni, qualcuno possa riportare l’acqua dentro le logiche del mercato.

      La vera domanda è: chi potrà cambiare domani quella scelta?
      Perché:

      * una Azienda Speciale può essere trasformata;
      * una SpA in house può essere trasformata;
      * perfino una legge regionale può essere modificata.

      Nessuna forma giuridica è irreversibile.

      La differenza sta nel grado di protezione politica e giuridica.

      Su una cosa credo siamo tutti d’accordo: la gestione deve restare pubblica.

      Dove, invece, nasce la differenza? Sul livello di prudenza.

      Chi difende l’azienda speciale ritiene che il rinnovo dell’attuale affidamento sia giuridicamente possibile anche alla luce del D.Lgs. 201/2022. È una tesi autorevole.

      Ma è altrettanto vero che non è una tesi pacifica. Esistono interpretazioni più prudenti che ritengono che, alla scadenza dell’affidamento, il nuovo quadro normativo possa esporre quella scelta a contenziosi e ricorsi. Se così non fosse, probabilmente il tema della trasformazione di ABC non sarebbe nemmeno sul tavolo.

      Il problema nasce da una domanda molto semplice: quando scade l’attuale affidamento, il rinnovo è davvero un semplice rinnovo oppure è un nuovo affidamento?

      Nel diritto europeo e negli appalti pubblici la risposta molto spesso è: il rinnovo sostanziale equivale ad un nuovo affidamento.
      Ed è proprio questa impostazione che ha ispirato gran parte della normativa recente.
      Infatti sia la giurisprudenza amministrativa sia ANAC sono tradizionalmente molto diffidenti verso rinnovi automatici o proroghe che evitino una nuova valutazione dell’affidamento.

      È proprio questa incertezza che, a mio avviso, va affrontata.

      Per questo continuo a pensare che il punto decisivo non sia la sola trasformazione di ABC, ma la costruzione di una legge regionale capace di dare una prospettiva all’intero sistema idrico campano.

      Una legge che istituisca una Società Regionale Campana dell’Acqua interamente pubblica, con capitale esclusivamente pubblico, governance blindata, limiti statutari e legislativi all’ingresso dei privati, rappresentanza dei territori, tutela dei lavoratori e partecipazione dei cittadini.

      In questa prospettiva la trasformazione di ABC non rappresenterebbe un arretramento, ma il rafforzamento di un percorso più ampio: mettere le competenze industriali costruite a Napoli al servizio di una rete pubblica regionale.

      In questo modo la forma societaria diventa solo uno strumento, mentre la vera garanzia è l’insieme dei vincoli giuridici e istituzionali.

      Non per “napolicentrare” il sistema, ma per costruire finalmente una politica regionale dell’acqua.

      Perché il problema non riguarda soltanto Napoli.

      Riguarda Napoli Nord, che cerca una soluzione stabile; riguarda Caserta; riguarda Alto Calore, che continua a vivere una situazione di grande fragilità; riguarda il Sannio, che rischia di consolidare un modello misto proprio mentre si apre una diversa prospettiva pubblica.

      Se ogni territorio continuerà a cercare da solo la propria soluzione, continueremo ad avere sistemi diversi, fragili e spesso in competizione tra loro.

      Se invece Regione Campania e Comuni costruiranno insieme una legge forte, allora la trasformazione di ABC diventerà uno degli strumenti per rafforzare l’intero sistema pubblico regionale, non un fine in sé.

    2. Credo che su un tema così importante serva uno sforzo in più da parte di tutti: provare a costruire la soluzione più solida possibile.

      L’obiettivo non è scegliere tra “azienda speciale” e “SpA in house”. L’obiettivo è impedire che, oggi o tra vent’anni, qualcuno possa riportare l’acqua dentro le logiche del mercato.

      La vera domanda è: chi potrà cambiare domani quella scelta?
      Perché:

      * una Azienda Speciale può essere trasformata;
      * una SpA in house può essere trasformata;
      * perfino una legge regionale può essere modificata.

      Nessuna forma giuridica è irreversibile.

      La differenza sta nel grado di protezione politica e giuridica.

      Su una cosa credo siamo tutti d’accordo: la gestione deve restare pubblica.

      Dove, invece, nasce la differenza? Sul livello di prudenza.

      Chi difende l’azienda speciale ritiene che il rinnovo dell’attuale affidamento sia giuridicamente possibile anche alla luce del D.Lgs. 201/2022. È una tesi autorevole.

      Ma è altrettanto vero che non è una tesi pacifica. Esistono interpretazioni più prudenti che ritengono che, alla scadenza dell’affidamento, il nuovo quadro normativo possa esporre quella scelta a contenziosi e ricorsi. Se così non fosse, probabilmente il tema della trasformazione di ABC non sarebbe nemmeno sul tavolo.

      Il problema nasce da una domanda molto semplice: quando scade l’attuale affidamento, il rinnovo è davvero un semplice rinnovo oppure è un nuovo affidamento?

      Nel diritto europeo e negli appalti pubblici la risposta molto spesso è: il rinnovo sostanziale equivale ad un nuovo affidamento.
      Ed è proprio questa impostazione che ha ispirato gran parte della normativa recente.
      Infatti sia la giurisprudenza amministrativa sia ANAC sono tradizionalmente molto diffidenti verso rinnovi automatici o proroghe che evitino una nuova valutazione dell’affidamento.

      È proprio questa incertezza che, a mio avviso, va affrontata.

      Per questo continuo a pensare che il punto decisivo non sia la sola trasformazione di ABC, ma la costruzione di una legge regionale capace di dare una prospettiva all’intero sistema idrico campano.

      Una legge che istituisca una Società Regionale Campana dell’Acqua interamente pubblica, con capitale esclusivamente pubblico, governance blindata, limiti statutari e legislativi all’ingresso dei privati, rappresentanza dei territori, tutela dei lavoratori e partecipazione dei cittadini.

      In questa prospettiva la trasformazione di ABC non rappresenterebbe un arretramento, ma il rafforzamento di un percorso più ampio: mettere le competenze industriali costruite a Napoli al servizio di una rete pubblica regionale.

      In questo modo la forma societaria diventa solo uno strumento, mentre la vera garanzia è l’insieme dei vincoli giuridici e istituzionali.

      Non per “napolicentrare” il sistema, ma per costruire finalmente una politica regionale dell’acqua.

      Perché il problema non riguarda soltanto Napoli.

      Riguarda Napoli Nord, che cerca una soluzione stabile; riguarda Caserta; riguarda Alto Calore, che continua a vivere una situazione di grande fragilità; riguarda il Sannio, che rischia di consolidare un modello misto proprio mentre si apre una diversa prospettiva pubblica.

      Se ogni territorio continuerà a cercare da solo la propria soluzione, continueremo ad avere sistemi diversi, fragili e spesso in competizione tra loro.

      Se invece Regione Campania e Comuni costruiranno insieme una legge forte, allora la trasformazione di ABC diventerà uno degli strumenti per rafforzare l’intero sistema pubblico regionale, non un fine in sé.

  2. Author

    Grazie Lucio per questa tua riflessione. Proviamo davvero a intenderci tra di noi e a coltivare la pratica dell’ascolto reciproco e della ricerca sempre delle ragioni profonde dell’interlocutore. Davvero Rigenera può dare un contributo utile a tutti, Senza saccenza. Allo stesso modo dico che ho apprezzato molto anche la riflessione seria di Patrizia Maltese. Proverei, non so se Patrizia è d’accordo, solo a non trasferire sul livello regionale la tensione,che pure comprendo, tutta…napoletana,diciamo così. Il modello che delinea Lucio mi sembra assolutamente coerente. E peraltro, la stessa Patrizia ammette che replicare il modello di azienda speciale a livello regionale non è possibile, cito : ” la L 201/2022 non lo consente”. E allora? Proponiamo per il livello regionale una cosa che sappiamo di sicuro che se fosse approvata verrebbe impugnata? E che senso avrebbe. Non facciamo niente? E che senso avrebbe. Fare dobbiamo quindi, nelle migliori condizioni possibili, anche ragionando ad esempiosul ruolodei Comuni, di tutti i Comunidella regione in una ipotesi di società del genere. Due considerazioni conclusive. La prima. Nessuna forma giuridica, nessuna deliberazione istituzionale ci mette al riparo da possibili ritorni all’indietro: quelli che valgono semre sono i rapporti di forza reali, la capacità di mobilitazione,la pressione larga; l’elaborazione culturale che fa diventare senso comune una cosa ( il valore del bene comune ), contro un’altra (la sfruttabilità a fini privatistici del bene comune ). E’difficile. E’ complesso. Ma così vanno le cose: mai puoi smettere di combattere e mai una conquista è assicurata una volta per tutte. Seconda considerazione. Stiamo andando verso elezioni politiche, c’è una coalizione alternativa alla destra che deve scrivere il suo programma: che scrive su questi temi? E perchè quella legge nazionale, la 201/2022 dovrebbe essere considerata intoccabile? E perchè non potrebbe essere il centrosinistra a proporre un modello alternativo di vita dei servizi legati ai beni comuni? Anche su questo varrà la pena di lavorare

  3. Riflessione interessante la tua, Gianfranco. Certo potrebbe, anzi, dovrebbe essere un punto del programma della coalizione nazionale del c.d. campo largo rivedere il D.lgs 201/2022 e, più in generale, lavorare a una legge sui Beni Comuni a tutela degli interessi delle comunità (chiudendo gli attuali ampi spazi alle lobby di potere). L’unità su questa questione é necessaria non solo a livello nazionale: vediamo se i comitati che saranno in piazza il 22 e 24 luglio sapranno/vorranno/potranno aprire un dialogo che conduca a questa unità auspicata da ambo le parti.

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