Magnifico Rettore,
Le scrivo per condividere con Lei alcuni dubbi, più che certezze.
Prima di tutto, mi congratulo per la Sua elezione. Mi rallegra che a guidare la prima Università statale del mondo sia un filologo: nessuno più di chi ha dedicato la vita alla lettura paziente dei testi possiede gli strumenti per leggere anche il tempo in cui viviamo — e per governare l’Ateneo di conseguenza.
Sarà pleonastico dirlo, ma il modo in cui si accede alla conoscenza sta cambiando a una velocità impressionante. Quando mi sono iscritto, nel 2017, per preparare un esame bisognava seguire i corsi o sperare in un collega di buon cuore — e dalla calligrafia leggibile — che prestasse gli appunti. Oggi esistono gli archivi condivisi delle community studentesche, a cui tutti contribuiscono con materiali e appunti, e nuovi strumenti digitali basati sui large language models che rendono la ricerca di informazioni istantanea. Contemporaneamente si è accorciata la vita utile delle competenze sul mercato del lavoro: l’intelligenza artificiale sta trasformando intere professioni, e proprio per questo — mi permetto di aggiungere — la formazione che un ateneo come la Federico II può offrire diventa, se possibile, ancora più preziosa e meno sostituibile.
Non credo che l’università debba piegarsi al mercato limitandosi a modificare i programmi come se fossero à la carte. Credo però che nella “comunità della conoscenza” che Lei ha richiamato nel Suo programma debba trovare spazio anche chi, per necessità, la vive dal margine. Mi chiedo, senza retorica e senza avere una risposta pronta, se l’ateneo stia facendo abbastanza per includere chi lavora.
I numeri raccontano una realtà che credo meriti attenzione. In Italia gli studenti-lavoratori sono circa 365.000, il 17% degli iscritti. Per l’83% lavorare serve a sostenere i costi degli studi, per l’82% a compensare un supporto familiare insufficiente. Non è, per la maggior parte, una scelta di esperienza professionale: è una necessità. E ha un costo umano preciso — il 78% dichiara di soffrire di stress, il 64% di ansia, il 34% di insonnia. Non serve poi ricordare quanti giovani, prima ancora di iscriversi, rinunciano del tutto perché costretti a lavorare o perché la famiglia non può o non vuole sostenere gli studi.
Portare avanti un percorso di studi sapendo che qualcuno lo sta mantenendo con sacrificio, senza poter contribuire né rendersi indipendenti, è un peso difficile da reggere. Basta un problema di salute per accumulare ritardo. Da qui alcune domande concrete.
Ha senso riservare un trattamento specifico agli studenti-lavoratori solo finché restano in corso? Non sarebbe più ragionevole garantire condizioni di favore a chi lavora e studia, mettendo in conto che fisiologicamente resterà iscritto più anni? Tra l’altro, uno studente-lavoratore consuma pochissime risorse dell’ateneo, non essendo quasi mai fisicamente presente.
E ancora: ha senso non mettere a disposizione degli iscritti le videoregistrazioni delle lezioni? È una richiesta che, nell’indagine nazionale del 2024 promossa da UDU, CGIL e Fondazione Di Vittorio, viene avanzata da oltre nove studenti-lavoratori su dieci. Perché uno studente che lavora dovrebbe rinunciare alla Federico II e scegliere altre strade solo perché altrove questa modalità è garantita? Se l’obiettivo è la formazione, perché privarsi di uno strumento a costo praticamente nullo, realizzabile con Teams — già in uso in ateneo? La verifica delle competenze avverrebbe con le stesse modalità per tutti: si darebbe soltanto un mezzo in più a chi non può frequentare, senza ledere alcun diritto altrui. Mi permetto di dire che sarebbe, nella cornice che Lei stesso ha delineato, un esempio concreto di quell’uso governato della tecnologia che il Suo programma indica come orizzonte.
Le porgo i miei più sinceri auguri per il sessennio che sta per iniziare.
Alessio Imbimbo
e
il Collettivo di Infinitimondi

