Pietro Perone è firma autorevole del giornalismo napoletano. Autorevolezza costruita in alcuni decenni di lavoro serio e rigoroso al Mattino.

Conosco Pietro fin da ragazzo. Da quando lui, giovane studente, insieme a tanti altri studenti, cito solo Tommaso Esposito di Acerra e Michele Pizza di Ottaviano, luoghi simbolo di uno dei movimenti più straordinari della storia delle lotte giovanili nel Mezzogiorno, fu protagonista appunto di quel movimento. Ed io, appena appena più grande, con la FGCI e tanti altri, realizzammo una simbiosi perfetta tra vita di una organizzazione politica giovanile e sentire e bisogni delle giovani generazioni.

Pietro ha poi seguito, da giornalista, l’evoluzione della storia civile della città. Ha continuato a seguire tutti i temi legati alla lotta alla camorra. E ha misurato, nel tempo, quanto il suo potere cambiasse rispetto alla politica e alle istituzioni.

Giancarlo Siani è stato per lui, come per tutti noi di quella generazione, più di un riferimento, un vero esempio di vita. E a Giancarlo Siani ha dedicato un bel e recente lavoro che merita di essere letto e riflettuto,che peraltro segue un altro lavoro di due anni fadedicato a Mons. Antonio Riboldi, occasione anche per ripercorrere l’intera storia del movimento contro la camorra, a cui peraltro noi stessi abbiamo dedicato uno Speciale molto ricco

,curato da Leandro Limoccia, altro protagonista di quel movimento e oggi impegnato docente univrsitario sugli stessi temi.

Questo il nuovo lavoro invece di Pietro Perone

Ebbene, Pietro ha scritto nei giorni scorsi un post sulla sua pagina social che voglio riportare integralmente, dopo il nuovo scioglimento per infiltrazione camorristica del Comune di Torre Annunziata.

«Noi siamo sempre stati la soluzione del problema. Oggi siamo parte del problema».
Leggo l’intervento dell’europarlamentare Sandro Ruotolo
, dirigente del Pd, sul Corriere del Mezzogiorno e mi torna alla mente una scena di oltre quarant’anni fa.
Nel 1982, pochi mesi dopo l’assassinio di Pio La Torre, facevo parte di una delegazione di studenti anticamorra ricevuta da Enrico Berlinguer. Molti di quei ragazzi erano iscritti alla Fgci. Io no.
Forse anche per questo gli feci la domanda più scomoda: il Pci poteva dirsi davvero al riparo da ambiguità e presenze opache?
Quell’episodio l’ho raccontato nel libro dedicato a don Antonio Riboldi. Lo ricordo oggi perché la risposta di Berlinguer fu l’opposto dell’autosufficienza morale. Si tolse gli occhiali, mi guardò e disse, davanti allo stato maggiore del suo partito, a Botteghe Oscure, che lui non si sentiva affatto tranquillo. Anzi, invitò noi ragazzi a vigilare, a segnalare deviazioni, ambiguità, pericoli. Fu una lezione di umiltà politica. E anche di realismo.
Per questo oggi faccio fatica a leggere che il Pd debba essere la soluzione. In Campania e nel Mezzogiorno i fatti hanno già pronunciato la loro sentenza: da troppo tempo una larga parte della cosiddetta sinistra non è più automaticamente l’argine alle infiltrazioni criminali. Anzi, troppo spesso è diventata il luogo in cui il problema entra, si insedia, costruisce relazioni, consenso e potere.
Lo dimostra Torre Annunziata, la città dove lavorava Giancarlo Siani. Proprio lì non si doveva sbagliare, anche per onorare la sua memoria. Invece il Consiglio comunale è stato sciolto ieri per infiltrazioni camorristiche la terza volta: nel 1993, nel 2022 e ora. L’ultimo sindaco era espressione del Pd.
Berlinguer, davanti a uno studente, non rivendicò innocenza ma chiese vigilanza.
Quarant’anni dopo sento ancora troppi dirigenti rivendicare una diversità morale che i fatti non confermano più.
E allora non meravigliamoci se in Italia governa la destra. Vince perché gli altri in molte zone del Paese hanno perso il diritto di essere creduti.

Che dire?

Non entro nella sua polemica diretta con un esponente autorevole del PD come Sandro Ruotolo e altrettanto indubitabilmente impegnato con coerenza nella lotta contro la camorra.

Mi interessa invece cogliere il giudizio di fondo che egli presenta e su cui davvero andrebbe sviluppata una riflessione corale e pubblica:

i fatti hanno già pronunciato la loro sentenza: da troppo tempo una larga parte della cosiddetta sinistra non è più automaticamente l’argine alle infiltrazioni criminali. Anzi, troppo spesso è diventata il luogo in cui il problema entra, si insedia, costruisce relazioni, consenso e potere...

Si condivide questo giudizio? Io nella sostanza lo condivido. Ed è pertinentissimo questo ricordo di Enrico Berlinguer che percepì tutto l’incombere di una crisi della politica, di una sua riduzione a pura tecnica di gestione del potere, delle conseguenze gravi già evidenti edel bisogno di contrastarle anche per la sua parte politca: e ancora su Enrico Berlinguer torniamo da giovedì, come sapete, nella nuova edizione della Berlingueriana.

C’è tanto farsi carico, tanta disponibilità, tanto coraggio anche nella vicenda di tantissimi amministratori locali che sono impegnati giorno dopo giorno a costruire legalità in territori difficili e, spesso, senza avere nessuno alle spalle. Esposti. E come non vederlo?

E però, proprio in questo fronte così esposto, si ripropongono situazioni di crisi, di sfilacciamento della politica, di occupazione delle istituzioni, di lotte che neanche più tra partiti, si trasformano in lotte tra persone e correnti, gruppi di potere, tutti e sempre alla caccia di consenso elettorale e pronti ad imbarcare tutto e tutti pur di vedere crescere quel consenso.

Questo è il frutto della affermazione di una politica senza anima e senza ideali. di una politica il suo unico problema sono il potere e il consenso per ottenerlo.

Ed è il frutto della demolizione, oltre ogni limite del ragionevole, di una dimensione collettiva della politica, dello smantellamento dei soggetti politici a questo vocati, i partiti, di cui è rimasto solo il simulacro: gusci vuoti riempiti di competizione per il potere.

Ed è questo il terreno di coltura della non diminuita capacità di condizionamento della camorra e della malavita in tanti territori; della permeabilità delle istituioni più esposte. Delle crisi locali, per i ricatti reciproci tra gruppi di cosiglieri comunali. E degli scioglimenti per condizionamento criminale che non finiscono. Da ultimo Torre Annunziata.

E allora, è da questo che occorrerebbe forse partire, se ho inteso bene la sollecitazione che viene da Pietro Perone: come restituire alla politica una sua funzione alta? Come disegnarne un profilo nuovo di relazione tra dimensione sociale, di strumento di partecipazione e di saldo legame con ideali irrinunciabili?

Quando eravamo ragazzi, con Pietro, Tommaso e tutti gli altri e tutte le altre, avevamo di fronte quello che chiamavamo, ed era, un sistema di potere. Oggi, sento che troppo spesso, in troppi luoghi, per troppi, quel potere è diventato sistema anche per chi invece avrebbe dovuto rappresentarne alternativa.

Se davvero guarderemo in faccia a questo problema enorme ci accorgeremo anche di quanto grandi siano, se quel sistema si rompe, nella società, e ancora una volta tra le giovani generazioni, le energie su cui fondare una rinascita civile e di futuro.

E senza queste energie, nulla di buono si costruisce: esattamente come Enrico Berlingier aveva compreso.

Chi lo mette, in Campania, all’ordine del giorno del confronto politico questo tema?

Gianfranco Nappi

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