Claudio Caprara è tornato nei giorni scorsi sulla discussione su Salerno/Italia ( https://open.substack.com/pub/claudiocaprara/p/una-domanda-chiamata-de-luca?r=4jgvs&utm_medium=ios ).

Mi fa piacere continuare il dialogo con lui, anche se la realtà preme ogni giorno con nuove emergenze, perchèconsente di mettere a fuocoalcuni nodi di fondodei problemiin cui si dibatte la sinistra oggi chiamata a sfide di non poco conto.

Sostanzialmente Claudio ribadisce tre cose: non stiamo parlando di un fenomeno localistico; non si intravede una alternativa al modello di governo che l’esperienza in questione rappresenta, la quale, proprio per la sua durata, è un riferimento obiettivamente positivo. Infine, attenzione con le critiche astratte altrimenti si corre il rischio di fare la fine delle ‘mosche cocchiere’, che predicano soluzioni astratte che non si misurano con la concretezza della realtà.

Delle tre osservazioni di Claudio, solo la prima mi convince e, nei fatti, dicevo già, ma ridico con più nettezza: non stiamo parlando di fenomeni localistici ma di un modo di essere che ha assunto prevalentemente la politica e che la connota largamente come tratto dominante. Di questa connotazione il metodo-DeLuca rappresenta sicuramente una accentuazione di diversi aspetti ma tutta dentro una tendenza più generale, non contrastata qundo non anche favorita dalle scelte degli ultimi trenta anni.

Anzi, una delle cause della scarsa efficacia, a mio modo di vedere, dell’opposizione alle sue pratiche, che ha coinvolto e coinvolge anche alcune delle espressioni più importanti e meritorie per altro verso della cultura meridionale ( da Isaia Sales ad Aldo Schiavone ad Aurelio Musi…ma si potrebbe continuare ), è proprio quella di aver ridotto la questione a esasperazione localistico-familistica mentre è rimasto fuori dal fuoco della critica il dato che questa ‘esasperazione’ è cresciuta non malgrado il Pd ma proprio da questo legittimata, come da ultimo perfino la Segretaria di quel partito ha fatto, fino all’ultimo uso privatistico delle istituzioni: finita l’esperienza di Presidente di Regione, rimasto senza incarico, il Sindaco in carica a Salerno si dimette per consentire al vecchio monarca di completare la stagione politica nella sua città, con il PD che non presenta lista e con mezza coalizione da un’altra parte….Neanche ai tempi del sistema di potere della DC si immaginavano cose del genere…

Quello che occorre chiedersi è com’è che la politica del centrosinistra e della principale forza demcratica, il PD, si sia ritrovata ad accompagnare, anzichè contrastare , dinamiche proprie della rivoluzione neoconservatrice e neoliberista che è giunta fino al punto, oggi, di muovere attacco perfino alla pur pallida democrazia liberale? Com’è che è cresciuto il mare del non voto e di una scelta per tanti totalmente politica di non voto come segno di sfiducia e disillusione? E com’è che si giunga ancora oggi, come è evidente dalle parole di Claudio, ad assumere comunque come valore positivo il metodo-Salerno in quanto capace di durare…Anche in un altro sistema politico si vinceva e si durava…Ero in quel Consiglio comunale napoletano, per Rifondazione Comunista, dove, dopo le elezioni comunali del1992, si aggiravano spavaldi, sicuri eancora vincenti gli esponenti del centrosinistra di allora (il pentapartito di De Lorenzo, Di Donato, Gava…). Da lì a pochi mesi un intero sistema politico sarebbe entrato in crisi verticale travolgendo intere forze politiche.

Com’è che il centrosinsitra e il PD o non parlano alla società, ovvero parlano solo a quella più colta e benestante anche? Quale mutazione è intervenuta in questi decenni ultimi? Fino a considerare come alternativa alla situazione quel che alternativa non è: e cioè l’incrociare popolo solo in chiave populista ovvero atttraverso l’esercizio di un potere derivante dall’uso della leva del governo in chiave di consenso?

Diceva bene proprio Aurelio Musi, storico attento dicose meridionali, nei giorni scorsi sulle colonne di cronaca napoletana: il voto recente ha rappresentato in Campania il successo dell’amministrazione, nel senso più popolare del termine se volete, ma l’amministrazione non riempie il vuoto dei partiti.

Certo che bisogna vincere. Ma rimane ineliminabile il tema del come, e del per cosa, e del con chi.

E allora, chiedo, ma davvero non c’è alternativa tra un modello elitistico di politica, quello definito delle ZTL, e uno invece che incrocia la dimensione popolare solo nella dinamica dall’alto al basso, paternalistico-populistico, che non costruisce protagonismo e partecipazione dal basso, anzi, la inibisce?

E, insisto, com’è che si sia o arrivati a questo punto oggi: negli ultimi trent’anni per oltre la metà gli eredi del PCI sono stati al governo del paese. Non hanno nulla da rivedere delle loro scelte? Della cultura politica che hanno espresso? Questo ‘oggi’ non è anche il risultato, tormentato e non lineare certo, ma di coordinate che proprio in questa fase si sono consolidate?

Sia chiaro, in questa insufficienza/deficienza c’è anche chi in questi ultimi decenni ha cercato di opporsi a questa deriva della sinistra. Non vi è dubbio.

Insomma, non è che l’erede del MSI sia arrivata al governo dell’Italia vendendo da Marte.

Eppure ancora oggi, non è che i protagonisti della politica di sinistra di questo trentennio abbiano dato corso a riflessioni critiche tali quali quelle necessarie per la crisi cui siamo giunti.

E infatti, non è che in tutti questi anni da tutti i protagonisti principali a sinistra degli anni ’90 e primo decennio del 2000, e oltre, fino allo stesso governo rosso giallo e Draghi, siano venute analisi di riconsiderazione delle politiche, ad esempio, su privatizzazione, liberalizzazione, adattamento normativo al mercato del lavoro frantumato, una certa pratica della Europa…: da D’alema, a Veltroni a Bersani….Mentre Prodi è di nuovo alla ricerca dello spazio per un centro fuori tempo e fuori realtà….

In uno dei suoi ultimi scritti, Alfredo Reichlin, con l’onestà intellettuale da grande dirigente politico che è stato, ebbe a dire in sintesi…siamo andati talmente oltre da non esserci accorti di essere diventati liberali…

E quanto pesa questo in quella incomunicabilità sociale che ancora caratterizza per largo verso la politica?

La verità è che, caro Claudio, la figura della mosca cocchiera l’ha fatta in questi anni chi ha pensato di poter ‘dirigere’ il capitalismo mentre questo, invece, trasformava anche chi ad esso avrebbe dovuto guardare ancora e in modo nuovo criticamente.

Questa è la verità elementare se vuoi che frena ancora: c’è un deposito di cultura politica neoliberista ancora sedimentato e non rimosso nel senso comune del ceto politico di centrosinistra. A stento scalfito dalla radicalità democratica del nuovo corso del PD.

Si, dice Claudio : ma qual’è l’alternativa che si propone o proponi?

Io più modestamente propongo un punto di partenza: ripartire dall’idea che la sinistra o è critica della società dominante o non è e che o è popolare e dalla parte di chi sta ‘sotto’, sempre, promotrice di partecipazione incidente e di liberazione umana o non è.

E’ molto poco.

Ma sai, di questi tempi, già mi accontenterei.

E se ti va, continuiamo la discussione a Napoli, alla Berlingueriana che comincia il prossimo giovedì 11 giugno.

Gianfranco Nappi

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