Perché non trovare la forza di vivere? Me lo domando da donna, mamma e adolescente che sono stata. Mi ricordo perfettamente il mio tormento, che è simile a tanti altri tormenti. Non credo che non ci sia nessuno che in gioventù, ma anche nel corso della propria vita, non abbia momenti di smarrimento, di difficoltà, di autolesionismo, dovuti all’incapacità di affrontare, capire e vivere la vita, ed anche il lato oscuro della stessa.

​Eppure oggi i dati sono sconfortanti e sono spesso incapaci di declinare il disordine, il dolore e la paura che hanno questi giovani. Ragazzi spesso soli, timidi, introversi, dove il cuore batte forte e forse solo per ansia e non per amore.

​Eppure da giovani si ha la forza della vita… ma che vita. Che qualità di vita hanno questi ragazzi?

​Spesso vivono nelle periferie dove la vita scorre senza un’anima, tutto privo di sentimenti se non quelli della famiglia — quando c’è, quando non manca, quando è presente e comunica. E non comunica la solitudine, no, o i problemi e la depressione di una condizione dove il lavoro di fabbrica, povero, mal pagato e sfiancante, investe ambedue i genitori; genitori che non sanno altro che raccontare i loro sacrifici, ma nessuna musica che riempie il cuore, nessuna opera prima da raccontare, nessun mare da contemplare…

​Oppure parliamo di quelle famiglie dove c’è tutto, non manca nulla se non l’attenzione: quella che risolve, a volte, la nefasta ascesa di quelle anime candide che trovano un’unica via per liberarsi dal loro male: uccidersi. Vile, ma unica strada per amarsi veramente. Per non affrontare il dolore, la paura delle prestazioni sempre più pressanti.

​Il peso delle maschere e dell’ipocrisia

​Eppure spesso sono belli, belle, unici, sensibili, forti nel capire la vita. Talmente forti che si sentono fuori da quella ipocrisia, da quelle maschere che continuano a vagare attorno a noi e di cui spesso nessuno di noi prende atto, continuando a girarci intorno con una semplice ipocrisia che lascia questi giovani soli, unici con il loro dolore.

​Soli davanti ad uno schermo, soli nel riconoscere un lato della vita spesso inconsapevole, celato, nascosto appositamente per non fare capire cosa realmente succede nella vita vera e che dilania più di quanto noi possiamo solo immaginare. Vivono in una solitudine digitale iperconnessa, dove si è costantemente visibili ma mai realmente visti, dove il dolore non ha un tasto “condividi” e si impara a soffrire in un silenzio mascherato da scatti perfetti.

​In Italia sono circa 400 persone dagli 11 ai 34 anni che si tolgono la vita in un anno. Sono spesso donne, ma gli uomini si uccidono in modo efferato.

​Non è importante da che famiglia provieni, se ricca o povera, se agiata… non ha importanza neanche il contesto sociale, ma solo la paura di non farcela, di non essere all’altezza, di non sapere amare in un mondo dove l’amore non è più un sentimento, non è più una conquista, ma viene spesso scambiato per il refusal di un uomo o di una donna di starci, di vivere una storia spesso di solo sesso senza anima.

​In questa società di perdizione, di disturbo del comportamento, di incapaci d’educare, chi ne fa le spese sono sempre i più fragili, gli indifesi, chi non ha gli anticorpi per reagire per non essere diverso. Si illudono di poter vivere nella menzogna, nell’anonimato, nell’introverso mondo del male, dell’effimero, del fallimento. Schiacciati dalla pressione di un tempo veloce, di una prestazione ultra impegnata, di un vivere sopra le righe o sotto. Ragazzi e ragazze illusi da una vita che produce falsi miti e poche misere certezze.

​Per Imma non c’è stato nulla da fare

​Ecco che una ragazza decide in un mese così bello come quello di giugno, dove tutto è in fiore, dove nulla è spento ma vive di luce propria, profuma di nuovo, di togliersi la vita. Aveva tutto, forse, o forse nulla… cosa le mancava e perché, non lo sapremo veramente mai.

​Molti chiuderanno la storia con un banale “se si fosse fatta curare…”, pensando che basti solo quello. Nella realtà quello aiuta, ed oggi ci sono farmaci di nuova generazione che fanno miracoli… ma non è solo quello. Né basta l’amore di chi ci circonda a guarire il male dell’anima. Forse solo la consapevolezza di non essere da soli davanti alla malattia e la forza di reagire allo stato naturale di depressione può fare il miracolo… per Imma non c’è stato nulla da fare, purtroppo.

​Mi vorrei illudere che se avesse incontrato qualche anima buona si sarebbe potuta salvare. Nella realtà conosco troppo bene le malattie mentali per capire che non c’è nulla, se non la forza di volontà e la capacità di crescere, per uscirne fuori.

​Un appello per le nuove generazioni

​Ma serve anche un servizio sanitario che si prenda cura dei nostri adolescenti nelle scuole. Essere permanentemente fissi, ascoltarli ed educarli al sentimento. Abbiamo bisogno dello psicologo scolastico come presenza stabile, un presidio di ascolto slegato dal giudizio, che entri nelle classi prima che avvenga la tragedia, per insegnare l’alfabetizzazione emotiva.

​Serve una sorta di patto tra scuola, famiglia, terzo settore e Asl. Un modo di affiancarli nella crescita e farli vivere il tempo delle emozioni. In un mondo dove tutto ci è dovuto, secondo qualcuno, la consapevolezza di non essere un superuomo o una superdonna e che non tutto è commerciabile avrebbe un grande impatto sui nostri figli. E servirebbe anche un’ottima educazione sulle famiglie: a volte andrebbero educate prima loro dei propri figli.

​Io mi auguro che per noi tutto questo avvenga presto, che ci sia una presa di coscienza. È vero, la Campania è ancora una regione dove si fanno più figli, ma se questi poi devono suicidarsi o vivere in modo non adeguato la loro vita, non ha nessun senso.

​Oggi è toccato a lei, domani più a nessuno.

​È un appello accorato che rivolgo alla Regione Campania, al Presidente Fico e all’assessore delle politiche educative e sociali Morniroli. Dobbiamo ricostruire quella comunità educante che si è sfilacciata, un legame stretto tra istituzioni e territorio. Perché per salvare un ragazzo serve un intero villaggio, serve che tutta la comunità torni a farsi carico del futuro.

​La regione Campania è sempre stata attenta al disagio mentale, oggi più di ieri è importante dotarsi di tutti i mezzi possibili per proteggere le nuove generazioni da una vita troppo veloce per un corpo che ha bisogno di sedimentare le proprie emozioni e i propri bisogni.

Nota di servizio per i lettori:

Se tu o qualcuno che conosci vi trovate in un momento di sofferenza, dolore o difficoltà, ricordate che non siete soli. È possibile chiedere aiuto in modo gratuito e totalmente anonimo contattando il Telefono Azzurro al numero 1.96.96 (per bambini e adolescenti) o il servizio Samaritans al numero verde 800.86.00.22 (da telefono fisso) o al 06.77208977 (da cellulare).

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