Ho cercato in rete i nomi dei 4 braccianti morti ieri nelle campagne di Amendolara. Non li ho trovati. Neanche da morti hanno una identità di persone. L’unico nome conosciuto è quello di Taj Mohammad Alamyar, sopravvissuto alla strage.
Ha ragione da vendere Andrea Fabozzi che nell’editoriale del Manifesto di oggi fa sentire tutto lo sdegno e l’indignazione per quanto accaduto e recrimina sul fatto che le celebrazioni della Repubblica avrebbero dovuto ieri, in diretta, incrociare la tragedia calabrese: sarebbe stato un messaggio doveroso.
Voglio insistere su un punto di fondo però che vedo molto poco presente sulle analisi dei giornali di oggi.
Tanti giornali si soffermano sulla realtà del profondo Sud, quasi a dire, fatti di un paese lontano dalla modernità.
Intendiamoci, vi sarà un motivo per cui leggi contro l’ipersfruttamento e il caporalato conquistate dalle lotte dei lavoratori, con la CGIL e la FLAI in prima fila, insieme a Libera e a tutto il mondo dell’associazionismo e volontariato laico e cattolico, rimangono in larga misura inattuate.
Vi sarà un motivo del fatto che filiere di gestione criminale del lavoro, proprio come in questo caso ultimo, che seppur gestite in zone grige o completamente nere poi però in un punto sono costrette ad emergere, e cioè nel rapporto con l’azienda produttrice, che certo in nero non è, non vengono individuate e colpite con sistematicità.
Vi sarà un motivo se oggi, quando tutto e tutti siamo tracciati, inquadrati da una telecamera, filmati da un drone, ascoltati da sofisticati congegni, rielaborati da algoritmi potentissimi…nonostante questo, siamo ancora qui a scoprire casi del genere.
E vi sarà pure un motivo che rende, perfino per quelli che arrivano gestiti dai decreti flussi dei governi – figurarsi per chi approda sulle nostre coste per disperata speranza – difficile, improbo, estenuante il percorso di legalizzazione, fino al punto da respingerne i più in quella clandestinità dove i margini per lo sfruttamento si dilatano a dismisura, fin quasi a non avere limiti di disumanità, come in questo caso, o in quello – chi lo ricorda ancora ? – di Satnam Singh.
La verità è molto più semplice di quel che possa apparire. E va gridata.
Non c’è un residuo di sottosviluppo in casi del genere.
Non è il sommarsi dei ritardi del sud del mondo con i ritardi del sud d’Italia.
Certo, dare fuoco a delle persone è una drammatica eccezione. Così come lasciare ferito e sanguinante davanti ad un ospedale una persona, scaricata lì come un pacco di cui liberarsi.
Sono estremizzazioni certo, ma di un sistema normale di sfruttamento e di produzione di lavoro servile quando non anche direttamente schiavile, proprio come nel caso degli ultimi che hanno pagato con la vita il loro ribellarsi a quella condizione di schiavi.
E questo sistema non è un’escrescenza del passato. No! Insisto su questo punto fondamentale, senza capire il quale non capiamo poi niente del contrasto effettivo da porre in campo anche rispetto a questi fenomeni.
E’ espressione più moderna possibile della modernità in cui siamo immersi.
E’ espressione di quella logica malata e ammalante che vive nella torsione più recente del neocapitalismo che somma processi di concentrazione monopolistica spinti all’estremo, a competitività esasperata e ad un produttivismo esasperato con la compressione di tutte le voci di costo , lavoro e ambiente in primis .
E la produzione del cibo delle filiere globali è uno dei paradigmi più evidenti del sistema.
Lavoro servile e schiavile per la raccolta delle fragole nella piana di Sibari in modo non dissimile da Almeira in Spagna. Lavoro eguale per la raccolta dei pomodori nella piana di Foggia o sulle colline delle Langhe o per le mele della Val di Non o per la rucola sotto le serre della Piana del Sele o nei mercati generali di Milano o negli allevamenti intensivi statunitensi che risucchiano lavoro migrante dal Messico…
E il tutto che poi si traduce in quel cibo a ( relativamente ormai ) poco prezzo, chimicizzato e ultraprocessato, che alimenta ( e ammala ), i consumatori occidentali, e sempre di più quelli omologati di tutte le metropoli ovunque nel mondo, e che ha due canali privilegiati di distribuzione/spaccio mi verrebbe da dire: gli spazi di panino/hamburger/alettedipollo/bacon/bibitadolcegassata di cui si alimenta la narrazione da status simbol e i templi della grande distribuzione organizzata, in espansione e crescita ovunque, anche nel Mezzogiorno dove si accatastano sempre più vicini insieme alle catene di gdo locali e regionali sempre più aggressive.
Quelle filiere di cibo che nascono dallo sfruttamento del lavoro sono quelle che alimentano i prodotti per questi due canali di distribuzione.
E attenzione, non dimentichiamo, sfruttamento qui ma sfruttamento anche lontano, come nelle terre africane e asiatiche delle monocolture che disalberano i sistemi locali di produzione di cibo contandino alimentando fame e migrazioni.
Entrambi questi canali, sono quelli attraverso i quali si alimenta nel modo possibile una fascia ampia di popolazione che va da chi sta appena appena sopra il livello di povertà a coloro che vivono con un solo reddito in famiglia, o hanno più figli, o sono pensionati: in Italia vuol dire che, cala il tuo potere di acquisto ma per questa via puoi continuare a nutrirti. Ovviamente, la gdo non è solo questo, nè trovi solo questo al suo interno. Ma senza questo, non sarebbe gdo.
Così come non è che tutta l’agricoltura intensiva sia produtrice di criminalità. Non sarebbe neanche il caso di sottolinearlo. In tante realtà produttive c’è rispetto del lavoro, dei suoi diritti. Si diffondono i bilanci sociali. Ma il segno dell’agricoltura intensiva, bene che vada, è comunque quello dell’uso massimo di chimica di sintesi e di sfruttamento della natura.
Ecco perchè dobbiamo vederlo comunque il modello generale. E un sistema/modello che chiudendo tutto lo spazio tra produzione e distribuzione tende a schiacciare e mettere fuori gioco quell’altro modello di produzione di cibo che invece si fonda su altri principi, su altri valori di sostenibilità umana e ambientale: quell’agricoltura contadina e di qualità che già oggi è un’alternativa praticata e praticabile tanto da poter in poco tempo diventare l’altro modello di riferimento. Se solo, ad esempio si smettesse di garantire all’agricoltura intensiva l’80% delle risorse comunitarie destinate al settore e magari le si indirizzasse, in alternativa, proprio all’agricoltura contadina e di qualità, incentivando la nascita di una nuova generazione di imprese cooperative fondate su nuove capacità tecniche,sulla valorizzazione comune del lavoro giovanile e femminile, compreso quello migrante. Formando una nuova leva di geologi, agronomi, architetti, ingegneri, biologi, informatici, storici dell’agricoltura, di tecnici della terra, di chimici e cuochi, esperti di gestione delle acque, esperti per i processi di rinaturalizzazione,esperti per l’agricoltura biologica e rigenerativa, per il marketing….da porre al servizio per i prossimi dieci anni almeno, di un grande programma di conversione ecologica della produzione di cibo e di valorizzazione del sapere e del lavoro a questo dedicato.
Quanto lavoro nuovo e buono c’è da creare. E quanto Appennino, vera riserva di biodiversità oggi in abbandono, ci sarebbe da ripopolare.
Siamo arrivati troppo lontani dal punto di partenza?
Forse.
Ma forse è questo l’unico modo per ribaltare per davvero questa realtà così profondamente malata e ammalante che, tra gli altri, proprio un visionario come Carlo Petrini ci ha insegnato a leggere criticamente. E su cui uno storico del valore di Piero Bevilacqua continua a stimolare nuove riflessioni.
E, neanche a dire: non sarebbe il caso che proprio su questi temi così fondativi di una idea di società e di convivenza, chi vuole essere alternativa a questa destra investa momenti di lavoro largo e comune con tutti quelli, e sono tanti, che proprio su questo riflettono, praticano, lottano?
Si, sarebbe proprio il caso…
Gianfranco Nappi



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