Mentre ieri sera scorrevano le immagini e le notizie della tornata amministrativa, mi sono concentrato nella lettura della Enciclica papale SULLA CUSTODIA DELLA PERSONA UMANA
NEL TEMPO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Un testo impegnativo e importante su cui bisognerà tornare in modo ponderato.
Di fronte al venire meno di ogni punto di vista universale e globale esterno ai poteri costituiti di tecnica e finanza, e di imperi alla ricerca di un primato; di fronte al balbettio di culture politiche di grande storia; la voce della Chiesa tende sempre più a presentarsi come tentativo di argine nei confronti della potenza bruta di economia e tecnica senza controllo e senza fini che non siano la propria permanente espansione e la loro messa al servizio di disegni neoimperiali che con l’applicazione della tecnica più avanzata alla guerra, ne mutano caratteristiche e portata.
Potenza della tecnica che, come dichiara in modo fermo il Papa “concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa“.
Per questo occorre, in favore della costruzione della comunità solidale, sbarrare il passo a “ l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione…”
E in questa chiave, diventa decisivo riconoscere che…” Oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini. Inoltre, la cura della Casa comune e la responsabilità verso i poveri e verso le generazioni future chiedono che l’uso dei beni del creato e delle nuove possibilità offerte dalla tecnica sia regolato in modo tale da rispettare l’ambiente, evitare sprechi e nuove forme di saccheggio.“
E ancora più avanti : “ in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze…. In un mondo dove pochi soggetti concentrano dati, capitale computazionale e capacità normativa, parlare di bene comune significa smascherare questa nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli dell’IA. “
Ed ecco perchè occorre disarmare l’IA, perchè : “ significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva…Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita.”
Fino a contrastare il saccheggio estremo e riabilitato della guerra, con il rifiuto rilanciato di ogni idea di guerra giusta : “ …assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso....la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico...È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. “
Un testo coraggioso.
Un testo necessario che, a volerlo leggere, sollecita, sfida, rilancia sul terreno decisivo della qualficazione e della direzione di marcia della modernità.
Un testo che farà discutere molto anche oltre Atlantico.
E un testo che dovrebbe far discutere qui nei paesi europei, le loro culture, le loro soggettività politiche. E se possibile, anche la sinistra.
Accadrà?
Intanto, giunti a questo punto, mi rendo conto di avere cambiato idea: di fronte a tale dimensione dei problemi e della sollecitazione, non ci sentiamo di commentare oggi i silenzi di Conte ( non l’allenatore ); i dolori veneziani e reggini del PD; le esultanze imperiture salernitane…ci torneremo su. Non oggi. Non di fronte a questo testo.
Gianfranco Nappi



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