Carlo Petrini è stato, per lunghi anni, tra le persone più influenti del panorama culturale e sociale contemporaneo. Non aveva eserciti da schierare o armate, ma aveva colto tendenze e bisogni profondi che in questo contemporaneo si sprigionavano, e dato una visibilità e contribuito a fare acquisire ad essi una forza straordinaria.
La critica del cibo come grande questione politica.
Come lettura dirompente di una realtà che andava proponendosi proprio a partire da quegli anni ’80 che invece nel segno di una modernità drogata, chimicizzata e dissipatrice di natura e di biodiversità si accingeva a costruire un salto della Rivoluzione verde, dell’agricoltura e allevamenti intensivi fino a farla diventare ,questa agricoltura e questa produzione di cibo, parte di un globale meccanismo di valorizzazione capitalistica indifferente o, meglio ancora, in contrasto diretto con la natura fino ad ergersi come fattore decisivo della rottura climatica nella quale siamo immersi.
E fattore di costruzione sistematica di diseguaglianza sociale su scala planetaria,di attacco alle agricolture contadine, e alle loro dimensioni comunitarie e solidali.
Proprio su questo poi non meno significativo il suo incontro con Vandana Shiva e l’organizzazione diretta della soggettività contadina e delle comunità locali.
Ecco, in questo quadro, Petrini, e Slow Food, e Terra Madre sono diventati promotori di cultura e pratiche nuove che hanno cambiato e inciso nel profondo.
Belissimo il suo rapporto poi con Papa Bergoglio.
Tutte esperienze che hanno rappresentato politica nuova anche senza essere partito. Anzi, nella crisi verticale della forma partito hanno rappresentato in qualche modo altre forme possibili del politico e di un locale connesso in modo fecondo al globale.
Il percorso è cominciato lontano nel tempo, in quegli anni ’80 appunto e in qualche modo in quel crogliuolo di esperienze innovative e di rottura che il Manifesto ha rappresentato; l’idea geniale del Gambero Rosso con Stefano Bonilli, poi sottattagli inopinatamente. Il rapporto sempre forte e intenso con Luciana Castellina che ancora oggi è componente del CDA dell’Università di Pollenzo, altra creatura petriniana.
Nel tempo della cucina ridotta a tecnica di cottura spettacolarizzata, nel tempo di questa modernità ossessivamente proiettata in frontiere sempre più avanzate, e assorbenti, di tecnica che plasma e crea nuova natura denaturalizzata e s-natura l’atto più naturale possibile e fonte di vita, il cibo, nel segno ossessivo del profitto e del dominio si può ben dire che Carlo Petrini è stato contro il suo tempo. Per certi versi antimoderno. Ma un essere ‘contro’ e ‘anti’ che ha avuto, ed ha, un grande valore costitutivo di nuova modernità e di nuova umanità.
Mi ritengo davvero fortunato di averlo incrociato, di essermi lasciato coinvolgere dal suo messaggio, di sentirmi coinvolto dalle comunità di Slow Food con le quali anzi il rapporto è diventato intenso anche grazie al Movimento Rigenera. E sono grato a Nino Pascale per avermi aiutato a coinvolgerlo in quella che rimane credo una delle esperienze più straordinarie di valorizzazione – che assumemmo come Regione Campania – di storia, cultura e protagonisti dell’agroalimentare campano che fu Terrafelix del dicembre 2009, anno difficilissimo per altro verso.
Qui lo vedete mentre in quella occasione visita i padiglioni dell’Evento con Silvio Barbero, anch’egli protagonista di quella esperienza; con Rosa Russo Iervolino, Sindaco di Napoli e il caro Carmine Nardone, ( e lì dovremmo essere proprio allo spazio di Futuridea, innovazioni per la sostenibilità, che ancora oggi rimane una tra le esperienze più significative del Mezzogiorno ).
Ciao Carlin.
Gianfranco Nappi

