I Campi Flegrei è un’area tra le più iconiche al mondo, perché in nessun’altra parte, come in questa, si sono intersecate manifestazioni naturali e storia civile da rendere il tutto un unicum da preservare come bene materiale ed immateriale dell’Umanità. È la presenza dell’uomo a rendere questo territorio vulcanico famoso, lasciando tracce indelebili dove l’ingegno dell’uomo si è confrontato con la natura, assecondandola per il più alto beneficio. Se fosse mancato l’ingegno della comunità che occupava questa parte della superficie della Terra e il territorio non avesse mostrato la sua dinamicità con il respiro del magma che ha innalzato il suolo e lasciato poi sprofondare lentamente, mancherebbe quello spettacolo della Baia sommersa, il luogo delle delizie degli imperatori romani. Senza il Bradisismo avremmo perso il Portus Iulius, passaggio importante nella nascita dell’Impero Romano con Ottaviano Augusto.
Lo stesso mondo cattolico non avrebbe utilizzato lo sprofondamento nel Golfo di Pozzuoli della città per ricordare negli Atti Apocrifi degli Apostoli la grave colpa della comunità per aver condannato a morte un seguace di San Paolo. La stessa “Inquisizione” ha interagito con i fenomeni naturali, come i terremoti, che annunciavano l’approssimarsi dell’eruzione di Monte Nuovo nel 1538. Tutto era opera di Dio, secondo la Sacra Scrittura e i principi espressi da Sant’Agostino all’inizio del Medio Evo. Poi il Secolo dei Lumi e il Grand Tour portarono in quest’area studiosi, curiosi e giovani in formazione a scoprire il significato dei fori sulle tre colonne del Serapeo, il Macellum dei romani. Sarà questo il tempo della scoperta del Tempo Profondo per comprendere il meccanismo che aveva generato i diversi paesaggi e le forme dei suoli con i fossili di specie estinte. Saranno i geologi a produrre questa rivoluzione, ai quali si aggregò anche Darwin, perché il tempo per la deformazione delle rocce e l’evoluzione delle specie non poteva ridursi alle poche migliaia di anni dalla nascita della Terra, come prevedeva il tempo mosaico. Pozzuoli con le colonne del Serapeo sarà la prova a sostegno della rivoluzione del tempo profondo per il fondatore della Geologia moderna, Charles Lyell, che ricorderà il contributo del Bradisismo alla sua teoria ponendo nel frontespizio della più famosa opera di Geologia “Principles of Geology” della prima metà dell’Ottocento le tre colonne del Serapeo con i fori dei litodomi, che indicano il mutare del livello del mare dalla loro costruzione.
Monte Nuovo nasce quando i fenomeni naturali erano interpretati come Magia Naturale; la rivoluzione scientifica era ancora lontana, seppure si avvertisse la necessità di conoscere queste meraviglie naturali. Il Vesuvio fu più fortunato perché l’eruzione del 1631 avvenne in un clima di grandi modifiche del pensiero che si tradurranno nella rivoluzione copernicana. Il Vesuvio sarà poi attivo nei secoli successivi con manifestazioni che attiravano curiosi da tutta Europa, più di quanto potesse fare l’Etna per le maggiori difficoltà per raggiungere il vulcano. La duplice condizione dell’attività del vulcano e la presenza della corte, nonché gli scavi di Ercolano e Pompei resero lo studio del vulcano un obiettivo di numerosi visitatori. Tra questi spicca William Hamilton che scriverà un’opera intitolata Phlegraean Fields” e farà conoscere il Vesuvio e i Campi Flegrei agli inglesi attraverso le comunicazioni che inviava alla Royal Society di Londra. Il pubblico era attratto dagli incendi vesuviani e nei Campi Flegrei ed erano tre i caposaldi delle visite: la Solfatara, il Serapeo, Baia sommersa.


La geologia poi scoprirà che il Golfo di Napoli si è formato con un fenomeno tettonico che produsse lo sprofondamento dell’area che formerà la piana della “Campania Felix”, limitata dai rilievi appenninici dal Monte Massico, ai Monti di Caserta, alla Penisola sorrentina. I geologi indicano questo sprofondamento con il termine “Graben”. Così in quest’area il paesaggio aspro dei rilievi calcarei si unisce a quello a morfologia dolce dei rilievi vulcanici. Questo è un paesaggio che va tutto salvaguardato per la presenza in un’area dallo sviluppo areale contenuto, di rocce ai bordi della Piana di età di decine e decine di milioni di anni, formatesi in ambienti tropicali e successivamente riportate in superficie con la formazione della catena montuosa. Accanto a queste rocce si sono depositati i prodotti delle eruzioni di età al più di poche centinaia di migliaia di anni.
Il paesaggio è il prodotto della storia geologica sul quale hanno operato le comunità che si sono succedute sovrapponendo il contributo dell’antropizzazione. Una comunità civile non può non operare per salvare un patrimonio dell’umanità come abbiamo sopra ricordato. Se la storia civile può distruggere la storia naturale di un sito di grande valore ambientale, è compito della stessa comunità evitare questo atto osceno e delittuoso.


È nota la dinamica che possa produrre il disastro temuto. La costruzione lenta del contributo dell’antropizzazione
al paesaggio naturale, attraverso i secoli, può essere annullata da un disastro naturale se a questo non si pone rimedio in tempi brevi, per evitare la diaspora della comunità che l’abitava. Abbiamo molti esempi nel nostro Paese di abbandono di centri abitati colpiti da gravi disastri naturali, ma abbiamo anche esempi di ricostruzioni proiettate verso un futuro di sviluppo e progresso. Questo è l’obiettivo che bisogna porsi per superare una catastrofe. Se si vogliono salvare le città dal degrado non bisogna porsi l’obiettivo di collocare la comunità colpita in un insediamento periferico, come è accaduto di sovente in tempi recenti. La comunità è preziosa per lo sviluppo dopo un disastro; portarla via produce solo un incremento dell’entropia del sistema città. Non ci soffermiamo a lungo su questa tematica per la complessità dei processi che emergono dopo una calamità, ma non si possono sottovalutare o, perfino, nasconderli. Ecco allora che la ricostruzione è un problema che interessa sia la costruzione di abitazioni più sicure rispetto alle caratteristiche fisiche del territorio, che la conservazione della comunità con le sue tradizioni e cultura. In breve, lo Stato deve rispondere al disastro del Bradisismo prendendosi cura del costruito e dei cittadini. Senza la comunità il territorio si modifica profondamente; infatti, questo è tale perché vi è quella comunità ad abitarlo. I costi dell’operazione graveranno sull’intera comunità nazionale con la tassazione, nessun regalo a nessuno, ma all’intera comunità nazionale che riconosce nei Campi Flegrei un bene nazionale da difendere e conservare.

Giuseppe Luongo

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1 commento

  1. Non posso che concordare con il mio esimio amico Peppe Luongo! Aggiungo solo una nota “marinara” (anche questo aspetto elemento di patrimonio culturale del luogo) sullo stato critico degli approdi, sia quelli commerciali di traghetti e pescherecci, che quelli diportistici. L’innalzamento del suolo ha raggiunto livelli tali da impedire sempre più spesso del tutto navigabilità e ormeggi in condizione di bassa marea, parzialmente, per le imbarcazioni con maggiore pescaggio, anche con alta marea. Siamo diventati la Bretagna del Mediterraneo! Già quasi tre anni fa, l’allora presidente della regione De Luca aveva promesso (e in parte avviato le procedure di assegnazione delle relative gare) un intervento di dragaggio “intelligente” (ovvero, rispettoso delle esistenze archeologiche sommerse) dell’intera area portuale di Pozzuoli. L’iniziativa, invocata tra gli altri dalla Capitaneria di porto per motivi di sicurezza) nelle dichiarazioni di De Luca sarebbe servita a superare le lungaggini governative in materia. Inutile dire che l’intervento che avrebbe dovuto essere radicale e risolutivo (almeno per qualche anno, in costanza di sollevamento bradisismico) si è anch’esso arenato al primo step di bonifica fondali dai materiali metallici. Il mare e la sua navigazione normale merita tutta l’urgenza, anzi di più, di quella attivata per un mega evento sportivo.

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