Una notte a casa Leopardi
Francesco Fabretti
Storia e geografia della letteratura
Laterza Bari
Pag. 225 euro 18
2026



Recanati. Da secoli e da decenni. Capita di voler trascorrere almeno una notte
a casa altrui,
magari all’interno di quella che fu di Giacomo Leopardi, a
Recanati, tra il Potenza e il Musone, nelle Marche. Lì dal 1200 circa vive la
stessa famiglia, lui vi nacque conte il 29 giugno 1798, nove mesi e due giorni
dopo il matrimonio fra il padre Monaldo e Adelaide Antici. Erano diverse
strutture che si aggregarono nel corso dei secoli, poi divenne un unico nobile
palazzo di quattro piani e di cinquemila metri quadri (con pianta trapezoidale,
cinta muraria e ristrutturazione proprio nel 1798), la famiglia aveva anche
cinquecento ettari di terre. Qui, nell’oscurità, si può finalmente cominciare a
passare di stanza in stanza, ad aprire stipi e porte segrete, a salire e scendere
scale, a superare anditi, a circumnavigare armadi a muro, a occhieggiare le
migliaia di volumi di un’antica biblioteca, a passeggiare per ampi saloni, a
oltrepassare vari disimpegni, a pattinare corridoi e a pettinare tende. All’epoca
della sua morte a Napoli il 14 giugno 1837, Giacomo era un illustre
sconosciuto: venerato come poeta da una nicchia di letterati, in vita venne
apprezzato da pochi e fu presto ritenuto un pensatore pericoloso (soprattutto
dalla Chiesa) per l’approccio alla realtà. Di lui circolava solo un ritratto, a suo
dire poco veritiero; i cenni biografici mancavano di parti importanti
dell’esistenza; le illazioni erano già numerose e tanti accampavano diritti su
scritti e pensieri. Da più di un secolo è nell’immaginario emotivo di tantissimi
italiani. Resta impossibile esaurire Leopardi, comprenderlo e descriverlo nella
sua esatta essenza. Leggerlo resta sempre prioritario ed essenziale (comunque
periodicamente), visitarne la casa con un anfitrione competente una sana
abitudine (massimo ogni dieci anni, meno per i corregionali), acquisirne
elementi familiari, casalinghi e biografici appare ora molto divertente. Fatevi
accompagnare, senza pregiudizi e senza illusioni, per cortesia.

Francesco Pilì Fabretti (Recanati, 1975) è da decenni un’esperta guida di casa
Leopardi, anche operatore turistico, musicista, fumettologo, cicerone
affettuoso. Al calar della notte nel luogo dove lavora di giorno ci accompagna
con garbo, ironia e autoironia, non più condensando solo in quaranta minuti
(più volte al giorno per quasi tutto l’anno) un nostro concittadino che molti
apprezzano nel mondo e tanti frequentano nei variabili umori esistenziali. Dal
centenario della nascita di Giacomo Leopardi, la sua casa natale è divenuta un
museo che, seppur abitato ancora dai discendenti dell’ultimo dei suoi fratelli, è
aperto al pubblico: studenti, comitive, coppie, sposini, amanti, famiglie,
seminaristi e suore, ragazzi e anziani passano di lì, talora accanto a poeti,
studiosi, letterati, artisti, intellettuali, amministratori, registi, attori, sportivi,
ognuno rendendo a proprio modo omaggio al genio recanatese e qualcuno
forse convinto di possederne ormai l’essenza, già prima o almeno dopo la
visita. Questa volta è al tardo tramonto che ci si trova nell’androne ed è al
chiarore della luna che si attraversano (fino all’inevitabile alba) la cucina della
servitù, la Sala dei Manoscritti, la Biblioteca (mitica), lo Studio di Monaldo e,
dopo un intermezzo per il rigido scalone, la Galleria, il giardino, le camere dei
fratelli Carlo e Giacomo, il pomario, il convento delle monache. Si va anche in
dispensa e sul tetto, dopo un intermezzo estero (“cirillico”), riferito
all’avventurosa trasferta collettiva nella periferica tenuta russa di Lev Tolstoj
per una mostra di gemellaggio. Ogni occasione è buona per approfondire le
opere scritte di Giacomo; le sue relazioni in famiglia, padre madre fratelli
sorella; amicizie e legami a Napoli o nel resto d’Italia; le eterne questioni del
suo tentativo di fuga, di infatuazioni e patologie, della sua morte; l’attività di
discendenti con nuova fertile immaginazione (in particolare la contessa Anna,
suo figlio Vanni, sua nipote Olimpia); spunti su antichi custodi di memorie ed
esperienze; alcuni casi di intellettuali a noi contemporanei che hanno “osato”
cantarne le gesta (Carmelo Bene, Mario Martone, Sergio Rubini); spesso
inframezzando con arguzia “probabili” irresistibili domande e osservazioni di
concreti spontanei visitatori. Un volumetto delizioso dove s’impara molto, con
colloquiale austera solennità, senza accademia.

***

Lo specchio del pellegrino
Ben Pastor
Trad. Luigi Sanvito
Noir storico
Sellerio Palermo
2026 (titolo americano The Pilgrim’s Mirror)
Pag. 553 euro 18

25 ottobre – 11 novembre 1941. Odessa e dintorni. Martin-Heinz Douglas
Wilhelm Frederick von Bora
, molto alto con capelli scuri e occhi verdi, nobile
famiglia sassone (diplomatici militari proprietari terrieri, pure editori da un paio
di secoli), genitori cugini di primo grado con una differenza d’età di trent’anni,
padre naturale direttore d’orchestra morto e madre anglo-scozzese risposatasi
col patrigno autorevole generale, sta per compiere 28 anni (l’11 novembre)
agli inizi dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica ed è capitano nella 1°
Divisione di Cavalleria sul fronte a Brjank in Russia. Va fuori in perlustrazione
avanzata e incrocia una pattuglia nemica, si salva ma si trova col braccio
sinistro rotto. Viene ingessato e all’ospedale militare arriva il tenente colonnello
Gummert dell’Ufficio Crimini di Guerra, che gli ordina di partire per il Mar Nero,
dovrà indagare sull’uccisione del maggiore Alt, giudice dello stesso Ufficio. Non
è un novizio, incarichi del genere li ha già ben affrontati in Spagna, Polonia,
Francia, Grecia. Dal precedente agosto, dopo un assedio di due mesi, Odessa è
caduta in mano dell’esercito romeno, alleato della Germania nazista. Non per la
prima volta nella storia cittadina, sono in corso stragi arresti esecuzioni
espulsioni deportazioni, che riguardano soprattutto ebrei. Chi e perché ha
ucciso Alt non si capisce proprio: partigiani resistenti, nemici sovietici, odessiti
indagati oppure è una questione privata? L’affascinante area costiera è piena di
segreti, rivalità, vendette; nessuno sembra davvero voler aiutare Bora che
s’arrangia fra comandi militari e bordelli abbandonati, chiese e ospedali. Si
dota di un cavallo e di un auto, lentamente supera l’ostilità di falsi amici,
prende note e appunti, gira e interroga molto, si conferma abile investigatore.

La bravissima docente universitaria americana Ben Pastor, di gioventù italiana
(Maria Verbena Volpi, Roma 1950), pubblicò nel 1999 negli Stati Uniti il primo
romanzo della splendida serie di Martin Bora. Bilingue, preferisce scrivere in
inglese. Accanto a decine di altri romanzi storici e racconti gialli e a saggi di
scienze sociali, da allora ne sono seguiti ben tredici della serie, ambientati fra
l’estate 1937 e l’inverno 1944, narrati non in ordine cronologico, ogni volta con
notevoli documentazione e cura per gli aspetti storici e geografici. La
complicata biografia scelta per il ricco severo protagonista (si tratta di un
soldato fedele, alla moglie e alla patria qui, pur contrario ai “metodi” nazisti)
consente all’autrice di andare avanti e indietro nei tempi e nei luoghi del
secondo conflitto mondiale, dagli antefatti spagnoli all’evoluzione della
Germania nazista, approfondendo con cura storica ecosistemi geografici
distanti e contesti sociali differenti. Non a caso per Bora si è parzialmente
ispirata all’identità di Claus Philipp Maria Schenk Graf von
Stauffenberg ( Jettingen-Scheppach , 15 novembre 1907 – Berlino, 21
luglio 1944), il militare tedesco autore dell’attentato del 20 luglio contro Adolf
Hitler, la nota Operazione Valchiria. Le prime pagine elencano i personaggi
(come nei “gialli”, alcuni sono realmente esistiti), tedeschi, ucraini, romeni,
russi e di altre nazionalità, prima della premessa storica dell’autrice e di una
mappa della città di Odessa nel 1941 (opera della sorella Simona Volpi).
L’avvincente narrazione è in terza sul protagonista, alternando spesso in prima
e in corsivo il diario, gli appunti, le bozze di note e lettere del capitano
(“originariamente” in minuto corsivo gotico). In esergo ai dodici capitoli Goethe
(i primi quattro), San Paolo, Meister Eckhart (gli ultimi sette). Il titolo fa
riferimento allo specchio interiore dell’investigatore pellegrino, che rende nitido
ogni dettaglio e non concede illusioni, all’interno di un dramma sociale globale.
In fondo una nota dell’autrice su luoghi, fatti e persone reali, i ringraziamenti,
un breve glossario e la cronologia delle “inchieste” di Bora.

***

Perché il cielo di notte è buio? Curiosità, stranezze e misteri irrisolti dell’universo
Emiliano Ricci
Astronomia
Apogeo Feltrinelli Milano
2026
Pag. 188, euro 18

Alzando lo sguardo verso l’inquieto cielo notturno, mai immobile né rassicurante. La
scienza
non ha tolto poesia al cielo, ne ha aggiunta, non è un tempio ma il modo per
ridurre talora l’oscurità. Ha permesso di scoprire che dietro la bellezza ci sono
meccanismi di straordinaria raffinatezza e le domande fondamentali restano le stesse:
“Da dove veniamo? Dove stiamo andando? Siamo soli?”. Laureato in fisica con
orientamento astrofisico, il giornalista e divulgatore scientifico Emiliano Ricci
(Firenze, 1964) racconta il cosmo a partire da sette domande frequenti negli
appuntamenti pubblici, una di queste è il titolo del saggio: “Perché il cielo di notte è
buio?”. Le altre riguardano l’incerto immenso numero di stelle (ognuna sarebbe una
storia), i buchi neri, il formarsi e le biografie delle galassie, la “grandezza”
dell’universo, che cosa c’era prima del Big Bang, la ricerca di altre forme di vita (per
capire chi siamo). Ogni teoria è provvisoria: la fisica funziona perché provvisoria.

Vuoi ricevere un avviso sulle novità del nostro sito web?
Iscriviti alla nostra newsletter!

Termini e Condizioni 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *