Moby Prince, un’indagine da proseguire
Patrizio Turi
Storia
Compagnia dei Santi Bevitori Pistoia
2026
Pag. 223 euro 15

L’estensore della sentenza della Corte di Appello di Firenze nel 1999 Patrizio Turi è
andato in pensione nel 2011 e ricostruisce ora meticolosamente il caso “Moby
Prince”. Il traghetto Livorno-Olbia andò a collidere contro la petroliera Agip Abruzzo
il 10 aprile 1991, dando luogo al più grave incidente della marina mercantile italiana,
140 morti tra passeggeri ed equipaggio. Sono trascorsi trentacinque anni senza
giungere a una verità definitiva. Nella prima breve parte l’autore riassume i dati di
fatto, i tentativi di sabotaggio, i punti controversi o accertati, suggerendo infine
un’ipotesi di lavoro per le indagini (sta indagando anche una commissione
parlamentare, per la terza volta). Nella corposa seconda parte vengono riportati la
sentenza del 5 febbraio 1999, le relazioni della iniziale commissione senatoriale di
inchiesta e della successiva commissione della Camera dei Deputati, una rassegna
sito-bibliografica e un sentito post-scriptum sull’attuale politica della giustizia.
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Il tailleur grigio
Andrea Camilleri
Introduzione di Antonio D’Orrico
Sellerio Palermo
2026 (orig. Mondadori 2008)
Pag. 203 euro 14
Sicilia, tra Montelusa e Palermo. Circa un ventennio fa. Un funzionario di banca
55enne è appena andato in pensione. Si sveglia il giorno dopo, beve il caffè
preparatogli dal cameriere Giovanni e apre la borsa che s’era portato dall’ufficio, che
contiene tre lettere anonime che conosce a memoria, la prima risaliva a quasi
trent’anni prima. Qualcuno lo minacciava, forse ricattava, nella terza lo avvisava di
essere cornuto. A quel tempo si era risposato vedovo con una vedova di venticinque
anni più giovane, la meravigliosa sensuale Adele Picco (primo marito impiegato nello
stesso istituto, morto in un incidente stradale), dark lady elegante (da cui il titolo),
fantasista a letto, mantide religiosa, amante della vita mondana, certo infedele e
capace comunque di assisterlo in tutti quegli anni. Nel 2008 l’immenso Andrea
Camilleri (1925 – 2019) aveva 83 anni ed era già celebre. Iniziò una serie di
“romanzi italiani”, niente dialetto, stile lindo e algido: “Il tailleur grigio” è il primo.
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Esseri umami. Alla scoperta del gusto meno conosciuto
Davide Risso
Scienza
Prefazione “a cura” di Telmo Pievani
Topic Roma
2026
Pag. 189 euro 25
Mangiando. Con (o senza) gusto. Da qualche decennio lo si sa meglio in tanti:
sono cinque i gusti fondamentali o primari (pur senza una definizione univoca e
pienamente condivisa). Il meno conosciuto umami va aggiunto ai tradizionali
dolce, amaro, salato e acido. L’umami non è un gusto unicamente giapponese,
o esportato dai giapponesi nel mondo; lo troviamo, invece, in molti degli
ingredienti e dei piatti della cosiddetta cucina italiana. Nell’antichità
probabilmente non esisteva una differenza tra sapore e gusto, comunque da
millenni sia l’approccio linguistico comparato che i dati storici e antropologici
sulle qualità gustative si sono concentrati su alcuni gusti principali. Da un paio
di secoli la fisiologia e l’anatomia sono state approfondite e ormai da decenni
sono cinque quelli che hanno convinto la comunità scientifica secondo i più
moderni criteri. L’umami è il gusto che meno ha fatto capolino nell’excursus
storico culturale, risulta quindi opportuno capire meglio quando, dove, come e
perché è stato scoperto, teorizzato, divulgato. La nostra specie deve
“introdurre” composti indispensabili al proprio metabolismo (amminoacidi,
proteine, acidi grassi, vitamine, minerali, acqua), che non siamo in grado di
produrre. Abbiamo imparato a farlo individuando ingredienti con un gusto che
si diffonde nella lingua con intensità persistente, favorendo la salivazione.
Come l’umami, appunto. Lo troviamo, per esempio, nei pomodori secchi, nel
brodo vegetale, nei funghi, nei frutti di mare, nel formaggio stagionato e
altrove (scopriremo). La maggior parte delle proteine, poi, non ha gusto ma
può contribuire al sapore, contengono peptidi e amminoacidi, moltitudini di
gusti in potenziale, fra i secondi è l’acido glutammico la base biochimica per
l’umami, il glutammato ne è la forma ionizzata.
Il genetista del gusto Davide Risso (Alba, 1989), giovane ricercatore di scienze
molecolari, dopo il volume a quattro mani sul gusto negli esseri umani e negli
altri animali (2023), si concentra sulla storia e sulla geografia antropologica e
molecolare di quello meno noto, l’umami (il titolo forza un po’ la sostanza). Il
tono è discorsivo, scelta accentuata dal non allineamento a sinistra delle
pagine (a sinistra sono collocate in basso e in rosso le note bibliografiche);
molti riferimenti all’esperienza sensoriale personale, sia scientifica che
relazionale (parziali i cenni alla biologia evoluzionistica); i titoletti e altre
sottolineature in rosso sottolineano il procedere degli argomenti; ricco è il
corredo di disegni, qualche formula e molte illustrazioni esplicative. La
narrazione si sviluppa in un prologo e nove capitoli con brevi paragrafi: Uno,
nessuno e centomila; Composti fantastici e dove trovarli; Alla conquista del
titolo di quinto gusto; Cattivissimo MSG (glutammato monosodico, non fa
male); La coppia più bella del mondo (MSG è il sale che apporta principalmente
l’umami); Homo fermentans (l’evoluzione della fermentazione in pochi punti,
talora discutibili); Gallina vecchia fa buon brodo; Homo culinarius (anche se la
pirocognizione si è sviluppata anche in altri animali); Essere o non essere…
Umami? Ebbene sì: è un gusto dinamico e variabile, sia nel tempo che tra le
diverse specie, bene imparare a riconoscerlo. In fondo soltanto un pur utile
indice analitico, nessun corredo redazionale di sinossi e biografia.
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Io dico l’universo. La rivoluzione scientifica e Galileo: lo sconosciuto che
sconvolse il mondo
Roberto Mercadini
Divulgazione scientifica
Rizzoli Milano
Pag. 226 euro 18
2026
Cinquecento e Seicento. Europa. Un modesto insegnante di Matematica,
arrivato all’età di quarantasei anni senza essersi messo particolarmente in
luce, in compenso con il fisico già provato dagli acciacchi, viene investito dalla
fama in modo imprevisto e imprevedibile, una fama sconfinata, esorbitante,
quasi surreale: Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio
1642). Alcuni fra i più noti intellettuali del mondo scrivono un libro sul suo libro
del 1610. I poeti vi dedicano componimenti. Il papa ha l’abitudine di farsi
leggere qualche pagina quando è a tavola. I sovrani di nazioni straniere inviano
sentiti messaggi di ringraziamento all’autore. Poi il processo, l’abiura, la
condanna (ancora nel 1616). La gloria nei secoli. Ma, se il problema risiedeva
nel Sistema Copernicano, non sarebbe stato più logico processare prima
Mikolaj Kopernik o Nikolaus Kopernikus (Torun, Polonia, Prussia reale, 1473 –
Fromborg, Polonia, Varmia 1543), laureato in Diritto canonico all’università di
Ferrara, il quale aveva pubblicato il suo ultimo libro ben novant’anni prima? E
le ambivalenti rivoluzioni scientifiche che maturarono in quel periodo sarebbero
pienamente comprensibili se non considerassimo anche almeno altre due
personalità, meno appartate e riservate, più fosforescenti e chiassose, come il
fondatore fiammingo della moderna anatomia Andrea Vesalio (Andreas van
Wesel, Bruxelles, 1514 – Zante 1564) e il grandioso naturalista, pioniere della
botanica e inventore della parola geologia, Ulisse Aldrovandi (Bologna 1522 –
1605)? Nella storia della scienza le quattro vite ebbero numerose somiglianze e
ancor più numerose differenze, può essere interessante esaminarle
intrecciando fatti e idee.
Il drammaturgo, scrittore, poeta e divulgatore scientifico Roberto Mercadini
(Cesena, 1978) costruisce una biografia parallela e diacronica di quattro
personalità diverse e lontane, affascinanti complesse contraddittorie. Parte dal
tentativo di ricucire lo strappo tra cattolici e protestanti, il cosiddetto Concilio di
Trento (sessioni fra il 1545 e il 1563), quando lo strappo, invece di essere
ricucito, divenne una lacerazione irreparabile. Nel 1564 sarebbe uscito l’Indice
Tridentino, elenco delle opere che la Chiesa cattolica proibisce di stampare e
vendere, non vi è traccia di Copernico. Nello stesso anno nasce Galilei, sarà lui
il massimo divulgatore della teoria eliocentrica ed entrerà lui in quell’elenco, di
slancio, trascinandosi dietro il povero Copernico. Nello stesso anno Vesalio ha
cinquant’anni ed è il medico più famoso del mondo, sta per morire. L’anno
dopo Aldrovandi pubblica un elenco di quattrocentocinquanta piante raccolte
sul Monte Baldo, base del celeberrimo successivo erbario, quindici volumi che
conservano oltre cinquemila campioni. La narrazione prosegue così, per scarti
e rimandi,aneddoti e citazioni: quattro personaggi mai incontratisi con in
comune la medicina. Si tratta di un percorso teatrale attraverso trentatré
capitoli (scene), ora concentrati su fili e nessi, ora dedicati a particolari vicende
dei singoli. Ritroviamo fatti noti accanto a ricostruzioni originali, stile divertito e
picaresco, carenza di contestualizzazione storica (anche sull’editoria). La
scienza sarebbe una fanciulla a due teste (indivisibile eppure irriducibile a una
unità) e avrebbe così una doppia natura: visione diretta e riflessione lontana,
febbrile ricerca di un ordine nel cosmo e disincanta osservazione del caos.
Nessuna bibliografia compiuta e nessun indice.

