Arturo Marzanoci ha inviato questo articolo apparso sulla Rivista molto bella BOLLETTINO FLEGREO, numero 10-11/2026. Accogliamo ben volentieri la sua proposta di pubblicarlo anche qui.

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La Federazione Comunista Napoletana era in Via dei Fiorentini 51,un grande edificio di due piani ed un vasto ambiente, al piano interrato, che era il luogo dove si svolgevano le riunioni plenarie degli organismi provinciali e regionali ed anche pubblici incontri, data la sua struttura di teatro. Al piano seminterrato sorgevano poi i locali della Federazione Giovanile ed un ulteriore spazio per le riunioni più ristrette della Direzione Provinciale ed un locale per assemblee più contenute rispetto alla platea del teatro. Un complesso davvero funzionale, ampio come si conveniva ad un partito che nella realtà napoletana raggiungeva la cifra di alcune decine di migliaia di iscritti e centinaia di sezioni territoriali e di luoghi di lavoro, tanti consiglieri comunali in Città e nei comuni della Provincia. consistenti gruppi parlamentari, regionali e provinciali.
Una forza, dunque, assai radicata, che nella seconda metà degli anni 70 amministrava decine di Comuni ed avviava originali esperienze di collaborazione politica anche con la Democrazia Cristiana e con i partiti laici, con il PSI e gli stessi liberali.
Tale circostanza non era una novità assoluta nella Storia del Comunismo Napoletano; già nell’immediato dopoguerra e, soprattutto, dopo il Referendum Istituzionale del 46, che era stato a Napoli un plebiscito per la Monarchia, c’erano contatti molto stretti fra i dirigenti PCI, Amendola, Sereni, Palermo, Valenzi, Eugenio Reale, e uomini degli ambienti liberali di formazione crociana da Adolfo Omodeo a Nino Cortese. La rottura dell’Unità Nazionale e le elezioni del 18 aprile ‘48 interruppero questo processo nel quale il PCI, anche a Napoli, e, forse, più che altrove, attuava una pratica politica di chiara ispirazione riformistica e popolare. Il partito al quale molti di noi, pur passati attraverso il movimento del 68, aderimmo aveva questo retroterra culturale che si esprimeva in tutti i quadri dell’apparato della Federazione Napoletana.
Entrai a far parte dell’apparato all’inizio degli anni 70, prima come responsabile di zona e poi in Federazione in Via dei Fiorentini, lungo un “corso” politico, intrecciato con gli studi universitari, iniziato a Pozzuoli nella FGCI, in sezione, in Consiglio Comunale nel ’68, e che negli anni successivi è stato segnato da ulteriori esperienze in Assemblee elettive e da compiti di direzione politica operativa.


Gran parte dei compagni che costituivano l’apparato provenivano da esperienze maturate nei luoghi di lavoro e nelle Università, durante il ventennio fascista. Erano quadri di fabbrica come Federico Mauriello, Carlo Niola, Aniello Borrelli, Antonio Sodano o dei grandi settori di servizi come Antonio Cozzolino dell’Atan, Egizio Sandomenico dal mondo della sanità, o da quello agricolo come Domenico Petrella. Fra i quadri di fabbrica, un particolare rilievo ebbe Antonio Mola che ricoprì l’incarico di Segretario Provinciale durante la “crisi” del Manifesto che a Napoli ebbe una forte incidenza intrecciandosi con il tema del rinnovamento del partito. Ad Antonio Mola che svolse comunque una azione positiva in quella situazione delicata, successe come segretario Pietro Valenza che con grande equilibrio riuscì a completare la fase di pieno recupero e valorizzazione delle forze più giovani che erano stati i protagonisti di quella difficile stagione.
Ruolo importante era quello di due donne: Lalla, deus ex machina dell’amministrazione, e Luciana dell’ufficio di segreteria e, successivamente, Angela. Ma c’erano anche compagni che provenivano dagli studi universitari e professionali come Franco Daniele, Ilio Daniele(L’illuminista puteolano”, definizione di Franco Grassi), Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte che già ricoprivano ruoli nazionali non disgiunti da uno stretto rapporto con Napoli. Naturalmente fra i quadri erano da considerare anche compagni che lavoravano negli organi di stampa Unità, Paese Sera, fra i quali spiccavano Andrea Geremicca, poi Segretario Provinciale, Nora Puntillo, Ennio Simeone, indiscusso capo di una scuola di giornalismo che continua a dare frutti ancora oggi con validi professionisti che sono stati e sono tuttora presenti in tutte le più importanti redazioni nazionali e alla RAI: Antonio Polito, Federico Geremicca, Procolo Mirabella, Gianni Cerasuolo, Enzo D’Errico, Marco Demarco, Ottavio Ragone, Luigi Vicinanza, Matteo Cosenza, fra quelli più noti.
L’apparato era un corpo fatto, dunque, di più esperienze e formazioni diverse e, ciò malgrado, aveva una sua omogeneità derivante da una medesima ispirazione culturale largamente riferibile all’asse Togliatti Amendola, con alcune eccezioni Ingraiane come Eugenio Donise, leader riconosciuto di tale area sia fra i quadri giovani, che sul territorio, prima che Antonio Bassolino si affermasse come leader di quell’area a Napoli e sul piano nazionale. Appena entrato nell’apparato affiancai Donise nella costituzione della Commissione Riforme e Programmazione che si decise di istituire per la prima volta a Napoli. La commissione si occupava dei vari settori economici e dei grandi servizi, sia in chiave di direzione politica degli addetti, sia in chiave di approfondimento e di elaborazione programmatica. Era un po’ una novità dal punto di vista organizzativo, ma questa novità stava a sottolineare che il Pci ambiva ad un ruolo, non più e non solo di “agitazione e propaganda”, ma ad uno assai più impegnativo, di proposta e di governo. Ed in realtà questo avvenne con il presentarsi della tragica vicenda della epidemia di Colera che colpì Napoli nel 1973.

Settembre 1973 Assemblera straordinaria sul colera nel Salone di Via dei Fiorentini. Si riconosce Gerardo Chiaromonte all’intervento

Tutto l’apparato ed il gruppo dirigente più largo si prodigarono in tutta la città ed in provincia, e nelle Istituzioni, per allestire i punti per la somministrazione di farmaci e per alleviare, per quanto possibile, tutti i disagi che soprattutto nei quartieri popolari i cittadini soffrivano. Fu questo un modo per essere un partito di popolo e di governo lungo una linea che aveva caratterizzato il partito napoletano già nel dopoguerra con l’invio di centinaia di ragazzi napoletani nelle regioni rosse per periodi di vacanza presso famiglie disponibili. Questa linea politica che rientrava pienamente nella strategia Togliattiana del Partito Nuovo ebbe poi la sua piena verifica e realizzazione nella vittoria alle elezioni amministrative del 1975 con la elezione di Maurizio Valenzi a Sindaco di Napoli, pur nel quadro di una maggioranza risicata e condizionata dal rapporto di collaborazione con la DC.
In questa straordinaria esperienza amministrativa furono impegnati quadri dell’apparato ed esponenti della società civile che erano, in alcuni casi, militanti e dirigenti politici ma anche intellettuali di alto livello. Fra gli altri, furono assessori in varie fasi Luigi Imbimbo, Antonio Scippa, Ettore Gentile, Toto Parise,Berardo Impegno,poi anche capogruppo, il Prof. Antonio Calì, il Prof. Alberto Monroy, il Prof Uberto Siola, il Prof. Eduardo Vittoria e dirigenti come Andrea Geremicca e Benito Visca che era impegnato da tempo sui temi della Città rivestendo la carica di segretario cittadino, passata successivamente a Nino Daniele del “quartiere rosso” San Giovanni.
L’apparato aveva riunioni frequenti. Si svolgevano molto presto di mattina nella sala della biblioteca nel primo piano interrato. Queste erano di “rito” quando c’era una campagna elettorale, sia per la organizzazione della distribuzione di materiale di propaganda e sia per la tenuta e l’organizzazione dei comizi centrali. Ma tali riunioni si svolgevano anche in occasione del lancio del tesseramento, per la diffusione straordinaria dell’Unità, o per qualunque evento politico che richiedesse uno specifico e straordinario impegno del Partito. Naturalmente, pur essendo degli incontri nei quali si scambiavano punti di vista o esperienze, questi non si chiudevano mai con decisioni politiche, salvaguardando sempre il ruolo esclusivo degli organi dirigenti statutariamente delegati a questo scopo.


Fra tutti i compagni e le compagne che lavoravano in Federazione c’erano frequenti scambi di opinione anche in relazione agli specifici settori di attività facenti capo alle commissioni di lavoro. La Commissione di organizzazione aveva un ruolo centrale; era diretta da Federico Mauriello e poi da Aldo Cennamo, con i quali collaboravano Antonio Liguori ed il fraterno amico e compagno Antonio Russo, e ad essa facevano riferimento tutti i segretari di sezione e di zona della Città e della Provincia. Un altro pilastro di via Fiorentini era la commissione amministrazione diretta da Antonio Pastore con il quale collaboravano Antonio Cozzolino, Guido Balzarin, Lalla, una figura insostituibile, e, più di recente, Antonio Gagliotti. C’era poi la Commissione Stampa e Propaganda diretta da Umberto Ranieri con il quale lavorarono in varie fasi, Nino Ferraiuolo, Nino Olivetta, Giuseppe Cozzolino, Paolo Persico, Pier Luigi Cossu e, successivamente, Mariuccia Masala ed Osvaldo Cammarota. La commissione femminile era diretta da Angela Francese e poi da Pina Orpello. Un ruolo centrale ricopriva la commissione Lavoro. Aniello Borrelli ne era il responsabile con particolare riguardo alle fabbriche; ad essa collaboravano Antonio Grieco e alcuni altri compagni operai e tecnici delle principali fabbriche napoletane fra i quali c’era Enzo Morreale ed Eduardo Guarino che divenne in seguito autorevole segretario della FIOM. Successivamente, la commissione fu diretta da Costantino Formica e da Salvatore Vozza che fu anche segretario della Federazione Napoletana. Nell’ambito di questa commissione c’era anche il settore agricoltura che era diretto da Gennaro Limone un compagno di Afragola che divenne successivamente docente di scuola superiore.
Una attenzione molto forte fu riservata in Federazione alla organizzazione del lavoro culturale. In una Città come Napoli era un settore cruciale da ogni punto di vista. Il compito di direzione in questo ambito era affidato a Vittorio De Cesare che dirigeva anche il Centro culturale Labriola. Un forte nucleo di intellettuali di rilievo nazionale sorreggeva questo impegno culturale della Federazione Napoletana e del Partito Nazionale. Biagio De Giovanni, Aldo Schiavone, Francesco Barbagallo, economisti come Mariano D’Antonio, Massimo Lo Cicero, Guido Fabiani erano fra i nomi più noti. Anche tanti uomini e donne del mondo delle arti, del cinema e dello spettacolo contribuivano in modo originale a questa impresa collettiva cui i comunisti napoletani lavoravano per fare di Napoli una realtà civile, operosa, produttiva nel senso più ampio del termine. Tutto questo vasto mondo era un punto di riferimento non solo del PCI e della sinistra napoletana e nazionale ma anche della società civile napoletana, meridionale e nazionale. La politica per la Scuola era affidata ad un gruppo di compagni docenti fra i quali Demata, Nitti e M. Fortuna Incostante.
Non meno impegnativo era il lavoro di ricerca, di elaborazione e di direzione politica verso le Istituzioni. Questo compito era svolto da Franco Daniele il quale aveva avuto parte nel gruppo Gramsci con Guido Piegari e Gerardo Marotta nell’ Ateneo Napoletano. Il gruppo Gramsci ha svolto un ruolo significativo nella storia del PCI napoletano. Esso era costituito da un gruppo di giovani universitari che esprimevano posizioni critiche sulla strategia nazionale del Partito mettendo in discussione la elaborazione Togliattiana fondata sul rapporto democrazia socialismo ed avanzavano anche critiche sulla strategia meridionalistica fondata su una ampia alleanza sociale e politica per la Rinascita del Mezzogiorno, come delineata da Giorgio Amendola.
Queste posizioni impegnarono gli organi del Partito napoletano in una forte battaglia politica di contrasto che si concluse nei primi mesi del 1954 con l’allontanamento dal partito del gruppo stesso. Di recente Renzo Lapiccirella, uno dei quadri intellettuali, anche lui medico come Piegari, a cui fu in parte associato, membro dell’apparato e già segretario della Sezione Mercato, in una intervista pubblicata postuma, resa ad Ermanno Rea parla ampiamente del “caso Piegari”. Egli, pur confermando che la tesi del gruppo Gramsci, da lui non condivisa, avesse un forte contenuto critico nei confronti del Partito, sottolinea le sue riserve verso la conclusione di quella vicenda. Sul caso Piegari ha scritto un saggio lo stesso Ermanno Rea e, per qualche aspetto, in particolare per quel che riguarda il collegamento nazionale di questo gruppo nella battaglia politica interna al PCI, resta un tema di discussione in chiave storica.
La responsabilità della direzione degli Enti Locali era del compagno Giosuè Sulipano di Ercolano, una sezione che si distinse nella battaglia del Manifesto con figure di primo piano come Liberato Bronzuto. La vicenda del Manifesto vide impegnato largamente il gruppo dei giovani: Eugenio Donise, Antonio Bassolino, Geppino D’Alò, Umberto Ranieri, Massimo Montelpari, Mario Catalano, nonché una figura di spicco come Massimo Caprara già Sindaco di Portici, Segretario di Togliatti e Deputato. Anche a Pozzuoli ci fu un vivace dibattito e partecipazione sulle questioni poste dal Manifesto, con particolare riferimento al tema della organizzazione operaia e sindacale nei luoghi di lavoro. Esso si sviluppò maggiormente alla Olivetti dove il ciclo produttivo si prestava pienamente alla innovazione sindacale del consiglio di fabbrica al posto della classica commissione interna. La battaglia del Manifesto si concluse con la espulsione dei principali esponenti a livello nazionale. A Napoli la stragrande maggioranza del gruppo dei giovani rimase nel partito dal quale si separarono invece sia Liberato Bronzuto che Massimo Caprara.
Fra i compagni che lavoravano nell’apparato c’era anche Nicola Palumbo proveniente da Villaricca e Nicola Pacifico un compagno di Torre Annunziata che proveniva dal PSIUP.
Antonio Sodano e Renato Chiarazza dirigevano la commissione casa ed edilizia pubblica, un settore cruciale nel rapporto con gli strati più popolari della società napoletana. Le varie commissioni erano coordinate dalla segreteria provinciale la quale svolgeva un ruolo di sintesi politica che trovava il suo momento di verifica e di elaborazione nella direzione provinciale e nel comitato federale al fine di fissare l’indirizzo politico operativo. Al coordinamento fra i vari momenti organizzativi contribuiva Geppino D’Alò.


Era un mondo. Ma era davvero un mondo separato dalla realtà e dal popolo come talvolta si è affermato? Non mi sentirei di condividere una tale affermazione. Certo quasi tutti noi che facevamo parte dell’apparato, in qualche modo, avevamo chiuso alcuni percorsi di vita civile e lavorativa, ma mai, in nessun momento abbiamo avuto la sensazione di essere un corpo estraneo alla società napoletana-
Ora, a Via dei Fiorentini 51 sorge un albergo al posto della Federazione. Un garage multipiano è allocato nel Teatro, in quella mitica Sala Mario Alicata con la grande foto di Palmiro Togliatti alla parete dietro il podio degli interventi. La fine del Pci è stato anche questo; anche a Pozzuoli è stata venduta la Casa Del Popolo acquistata con tanti sacrifici dai cittadini e non solo dagli iscritti al PCI. Perfino la leggendaria Botteghe Oscure è passata di mano. Non possiamo, è vero, indulgere in una operazione di nostalgia. Ciò che è accaduto era necessario che accadesse (Ci soccorre G.B.Vico). Tuttavia occorre anche dire che la Storia della sinistra italiana e del PCI, che ne è stato gran parte, non può essere dispersa. Chi ritiene di essere erede di quella Storia ha bisogno di riconnettersi ad essa, sia pure in modo critico, se vuol avere un futuro. IL PCI, come amava ripetere Giorgio Amendola, è comunque stato un fattore positivo nella Storia Italiana. Mi sembra giusto richiamare questa affermazione di Amendola nel momento in cui ho parlato di un pezzo di Storia di Napoli e degli uomini, quelli citati e tanti altri non citati, che ne sono stati protagonisti e costruttori.
Arturo Marzano




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