“Pasolini si trovò sin da giovane, negli anni della crisi morale bellica, investito del ruolo di maestro. Pur avendo dedicato solo alcuni anni all’insegnamento, dimostrò per tutta la vita l’attaccamento a questa funzione civile, espletandola sotto diverse forme: articoli, poesie, film, romanzi. Tutta la sua opera è pervasa da un intento pedagogico e didascalico, in quanto l’uomo dal multiforme ingegno qual era interpretò in chiave educativa il suo intero percorso professionale permeandolo con la passione”. Questo leggiamo a metà dell’agile libretto che Pasquale Gerardo Santella dedica al Pasolini “maestro”, pubblicazione che raccoglie, con qualche modifica e ampliamento, il testo della relazione tenuta agli studenti dell’ISIS “Caravaggio” di San Gennaro Vesuviano il 18 settembre 2025 nell’ambito della Fiera Vesuviana.
Dunque, il “magistero” di Pasolini si esplica per alcuni anni, dalla guerra vissuta in Friuli al 1950 con l’arrivo a Roma, con esperienze concrete di insegnamento. Ma la “vocazione pedagogica, come abbiamo letto nel passo citato, interessa tutta l’opera dello scrittore, poeta, regista e polemista sulle pagine dei giornali. Questa è la cifra che caratterizza tutto il suo impegno intellettuale e creativo. Non per nulla, Santella, a sua volta professore impegnato, intitola il suo lavoro non con le tre P classiche dell’acronimo pasoliniano, ma ben con cinque: P.P.P.P.P. E cioè, come viene spiegato nel testo: Professore, Poeta, Pier Paolo Pasolini. Così è definito ai tempi del suo insegnamento.
Quali sono le tappe dell’esperienza da docente di Pasolini, come le ricostruisce Santella?
Pasolini viene chiamato “maestro” per la prima volta nel 1944 a Versuta, una località del comune di Casarsa del Friuli. In Friuli, luogo d’origine della madre Susanna Colussi, la famiglia era sfollata nel 1942 durante la guerra; ma Pier Paolo e la madre vi avevano già soggiornato dal 1928, e lì Pier Paolo aveva compiuto gli studi prima di laurearsi nella natia Bologna. Da Casarsa si spostano a Versuta appunto nel ’44 dopo la morte del fratello Guido, partigiano ucciso dalle formazioni titine iugoslave. In questo villaggio mancava la scuola e ai ragazzi toccava raggiungere la propria scuola a Casarsa, tra l’altro distrutta dai bombardamenti. Pier Paolo e la madre aprono allora una piccola scuola gratuita: lui fa scuola ai più grandi e la madre ai più piccoli. Dall’autunno del ’47 fino a quello del ’48 Pasolini insegna poi nella scuola media di Valvasone, paese confinante con Casarsa. Il preside della scuola lo considera “maestro mirabile” che sa stimolare la classe ispirandosi alla pedagogia di John Dewey, esponente dell’Attivismo americano. Un suo allievo (o allieva) a Valvasone ricorda come Pasolini li guidasse da Cechov a Verga a Lee Masters di Spoon River, e a Ungaretti, Montale, Saba, Sandro Penna che, va sottolineato, al tempo erano contemporanei e Penna “quasi” esordiente. Il poeta Andrea Zanzotto ricorda come Pier Paolo insegnasse inventando favole, facendo disegnare cartelloni o curare il giardino: possiamo aggiungere come Froebel, Montessori e Freinet. Ma un riferimento per Pasolini sarà anche don Milani che analogamente si sarebbe dedicato al mondo contadino. Gli anni friulani, a Versuta e poi a Casarsa, sono anche quelli della Academiuta di lengua furlana dedicata alla valorizzazione della lingua friulana, lingua nella quale Pasolini ha lasciato componimenti giovanili. Certo, non una scuola in senso stretto nella quale però ogni domenica Pasolini dispensa lezioni ai giovani del luogo, con la partecipazione di suoi amici intellettuali. L’esperienza dell’insegnamento friulano è trasposta nel racconto Romans scritto tra il 1948 e il 1949.
L’ultima esperienza di Pasolini come insegnante è alla scuola media parificata “Petrarca” di Ciampino (a Roma Pasolini e la madre arrivano nel 1950) dove rimane fino all’anno scolastico 1954-1955. Tra i suoi allievi in questa scuola c’è lo scrittore Vincenzo Cerami, che così lo ricorda: “Arriva nella scuola Pasolini, che allora avrà avuto 28-29 anni, sembrava un ragazzo come noi. Era povero come noi. Giocava a pallone meglio di noi… Quando passava dietro la cattedra si trasformava. Diventava severo finché non riusciva a ottenere un silenzio perfetto. Poi si scioglieva e, nel corso della lezione, sapeva essere vivace e perfino allegro”. Cerami riconosce come l’incontro con Pasolini gli abbia cambiato la vita e aperto a quella cultura che trovava in famiglia: Cerami scrive un tema inventando una gita in montagna nel quale però riesce a parlare di sé stesso; Pasolini legge in classe il tema ad alta voce e così nasce la vocazione di narratore di Cerami che apprende nel contempo una lezione: “raccontarsi a qualcuno raccontando il mondo”.
Terminata l’esperienza diretta, provocatoriamente, Pasolini in un famoso articolo del 1975 sul “Corriere della sera” arriva a proporre l’abolizione della scuola e della televisione: ma è una provocazione contro un certo tipo di istruzione e di comunicazione. Ma, possiamo aggiungere, non rinuncia alla vocazione di maestro. Il trattatello pedagogico Gennariello risale proprio all’ultimo anno di vita: apparso a puntate nel “Corriere della sera” e nel “Mondo” viene pubblicato nel postumo Lettere luterane: qui immagina di rivolgersi a un ragazzino napoletano, appunto Gennariello.
Santella conclude con un riferimento alla funzione del corvo nel film Uccellacci e uccellini: nel film esso rappresenta l’intellettuale marxista che si rivolge ai due semplici personaggi interpretati da Totò e Ninetto Davoli: un ruolo pedagogizzante anche questo che però finisce male per il corvo che viene ucciso e mangiato. Mi viene fatto di pensare: come accade del mito della caverna di Platone a Socrate, che quando ritorna all’interno della spelonca a portare la verità agli altri schiavi viene ucciso. Santella dà questa lettura che sottolinea ancora la figura del Pasolini “maestro”: “Quel corvo, che è Pasolini stesso in forma zoomorfa, si offre in pasto ai suoi lettori, non desidera nulla più che essere ricevuto, bevuto, mangiato dagli uomini…”. Le sue parole “prendono valore dall’essere ricevute e prendono significato nell’essere desiderate da chi le riceve, acquistano essenza e potenza solo dall’essere avute: sono cibo sacrificale, offerto dal poeta e accolto dalla comunità dei fruitori, di cui si riconosce il potere nutritivo solo dall’essere ingoiato”, così conclude Santella. Insomma, il “maestro” Pasolini vuole essere cannibalizzato e farsi carne dei suoi lettori e spettatori.
Pasquale Gerardo Santella, P.P.P.P.P., Pasolini maestro di scuola, Michelangelo 2015 Editore, Palma Campania 2025


