La sconfitta del Governo è profonda, come si vede dalle dimissioni del Ministro Santanchè e da quelle di Del Mastro che le hanno precedute. Non riguarda solo la quantità di voti ma anche la sua distribuzione territoriale. Il Mezzogiorno, dove il centro destra amministra ben 5 regioni, ha disertato il voto affermando una evidente distanza non solo dal quesito referendario ma dal Governo stesso. E’ un fatto politico di rilevo, che si evidenzia in modo marcato in Campania, in Basilicata, in Sicilia e che segnala una critica generale alle politiche verso il sud e timori per prospettive di sviluppo incerte del mezzogiorno, una volta esaurita la spinta del PNRR. IL tutto aggravato da una situazione internazionale segnata dalle guerre in corso in Ucraina e in Medio oriente che pesano in modo determinante sulle nostre economie e sul tenore di vita delle popolazioni. C’è forse anche una presa di distanza dalla decisione del Governo di procedere qualche mese fa alle intese con la 4 Regioni del nord sulla Autonomia Differenziata.

La spaccatura del Paese si perpetua e si manifesta in una crisi profonda del centro destra meridionale che non riguarda solo ampie fasce di elettorato ma, in modo evidente, gli stessi gruppi dirigenti dei partiti e delle Istituzioni meridionali. Questa incrinatura può diventare il terreno decisivo sul quale una sinistra propositiva e di governo costruisca una alternativa meridionalistica e nazionale in vista delle prossime politiche. Ma il referendum non segnala solo la sconfitta del centro destra, esso segnala, ancora una volta, dopo quello del 2006(Riforma Berlusconi)e del 2016(Riforma Renzi), che nel Paese c’è una convinta diffidenza, se non una vera avversione, a modifiche rilevanti della Costituzione a colpi di maggioranze parlamentari del momento. Non si tratta di spirito conservatore ma di un comportamento collettivo, palesemente maggioritario e trasversale, ispirato a prudenza, cautela, e ponderazione che rispondono esattamente allo spirito e alla lettera delle norme costituzionali deliberate dall’Assemblea Costituente. E’un importante valore democratico collettivo che prescinde largamente, come si è visto anche in questo caso, dalle appartenenze di partito. Solo nel caso dell’improvvido Titolo V varato nel 2001 il referendum ne confermò l’approvazione perché non c’era, da destra, opposizione ad una riforma che sostanzialmente ne assumeva i contenuti poi riversati nella legge Calderoli le cui criticità sono state sterilizzate dalla Corte Costituzionale con sentenza 192/2024.

Se dunque possiamo trarre una lezione dalla Storia Parlamentare di questi ultimi anni è che il riformismo costituzionale è stato viziato da una lacuna di fondo perché troppo piegato ad esigenze politiche contingenti e, anche quando rispondente ad esigenze reali, è stato segnato da forzature istituzionali e mancanza di ponderazione. Anche la riforma costituzionale che ha portato alla riduzione del numero dei parlamentari presenta dei seri limiti all’esercizio dell’attività legislativa e alla rappresentanza. Si ha quasi l’impressione che il passaggio del nostro sistema politico dal proporzionale puro al sistema misto e bipolare abbia in qualche modo inciso sulla cultura costituzionale del Paese confondendo i piani, quasi che le norme costituzionali siano terreno di scontro alla stregua di una qualunque attività legislativa ordinaria: una sorta di bipolarismo costituzionale che accompagna il bipolarismo politico. C’è dunque una battaglia culturale da svolgere per correggere questa distorsione di fondo e far sì che questa fase delicata che si è aperta non vada dissipata in strascichi polemici ed esasperazioni, ma, al contrario, si recuperi il filo di una riforma possibile che tenga conto del voto. Questo terreno di “ricostruzione” e di innovazione sta certo nei documenti elaborati dalle parti e nelle commissioni parlamentari, ma trae una autorevole ispirazione dalle considerazioni impegnative che il Presidente della Repubblica svolse il 18 giugno 2020 davanti al CSM in commemorazione dei Magistrati uccisi nell’esercizio della loro missione. Quel testo che spazia dalla riaffermazione dei “principi irrinunciabili di indipendenza e totale autonomia” della magistratura al ruolo delle correnti e al valore del “pluralismo culturale”….”nell’ interesse generale”, è una traccia fondamentale.
Così si può superare la inevitabile frattura che si è creata nel Paese, che va anche al di là delle parti politiche che hanno sostenuto il si e il no, perchè, come ricordava il Presidente Mattarella, la esigenza “di un confronto necessariamente collaborativo fra Poteri dello Stato è un principio base nel Sistema Costituzionale”.
Arturo Marzano



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