Pare che gli iniziatori della guerra non sappiano ora come uscirne. Mentre il Governo israeliano continua con la sua strategia di annessione: il sud del Libano si libera repentinamente dei suoi abitanti, oltre 700.000 i profughi, decine i villaggi rasi al suolo e rimane il campo libero per i tank di occupazione militare.

L’Europa appare incapace di alcuna iniziativa forte. Divisa. Paralizzata. Non trova la strada giusta per ripendere ruolo e funzione. Anche se si riuscirà ad evitare un precipitare incontrollabile della situazione, quel che appare evidente è la crisi irreversibile delle sue classi dirigenti e dell’idea di Europa da esse incarnata: travolta dalla accelerazione tecnofeudale del capitalismo e dalla ripresa parallela della logica e della pratica neoimperiale del suo principale alleato.

Su quali basi nuove aprire una prospettiva diversa? Quali sono le forze politiche e sociali che vi lavorano? Ecco il terreno fondativo di una nuova politica per la sinistra.

A trovarla.

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Paralizzato nella sua capacità di iniziativa contro una guerra pur giudicata da esso al di fuori di ogni norma di diritto internazionale ( perfino il nostro Ministro della Difesa se ne è accorto ). il Governo si mostra poi del tutto imbelle a fronteggiarne, per come possibile, alcuni degli effetti economici più pesanti. E così, dice tutto ma nulla fa: le accise sono sempre lì, nella loro insostenibile dimensione; le società petrolifere sono ancora lì, tranquille, a speculare e a fare extraprofitti ( mentre invece si scatena contro i poveri benzinai ). E così, il Governo fa extragettito e Eni e compagni fanno extraprofitti. Il tutto pagato da chi l’auto, o il camion o il trattore, non può fare a meno di usarli; da chi produce con la sua impresa e, presto, da tutti nella loro spesa quotidiana.

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Attivo invece è il Governo nell’attacco quotidiano alla Magistratura: una vera azione di destabilizzazione istituzionale e democratica che da sola meriterebbe, insieme alla grande questione della pace e della guerra, una ascesa dell’opposizione unita al Colle per segnalare nel modo più eclatante l’insostenibilità della situazione.

E tutto va bene per la causa: compresa la povera famiglia del bosco diventata emblema di questa guerra dichiarata.

E compresa l’improvvida uscita di un Capo Gabinetto del Ministero della Giustizia che per quel che ha detto meriterebbe di essere cacciato e che invece, nella guerra aperta, serve. Forse anche per precedenti inconfessabili parti giocate nelle varie commedie rappresentate…

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Amiche e amici miei, è rispetto a tutto questo che ci sarebbe davvero bisogno di un salire di grado della qualità e dell’intensità dell’iniziativa dell’opposizione tutta. Della sua capacità di indicare terreni di mobilitazione popolare. Di essere, in questo tempo di tempesta, riferimento di speranza dotata di una sua forza, che è la cosa di cui chi è più esposto, più solo, più debole e senza tutele ha più bisogno per non soccombere: nè alla difficoltà della sua vita nè alle sirene della rabbia alimentata per distogliere dal suo centro i veri responsabili e indirizzarla invece verso il più prossimo per debolezza e solitudine.

Seguendo l’adagio popolare…Aiutati che Dio t’aiuta! Questo possiamo dire: aiutiamoci.

Abbiamo uno strumento formidabile per fermare la guerra interna dichiarata dal Governo e tesa non a risolvere i grandi problemi della Giustizia ( su cui ci si aspetta che proprio l’opposizione dopo il Referendum riapra tutta la sua battaglia ), ma a disciplinare la magistratura a favore solo degli interessi dei più forti: votare NO, far vincere il NO che immediatamente a questo Governo darebbe un alt e, forse, aiuterebbe quel processo che attende ancora i suoi protagonisti e interpreti teso a dare corso ad una stagione della politica e della democrazia che sulla partecipazione popolare attiva e sulla pace può trovare ragioni nuovamente fondanti.

Gianfranco Nappi

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