

Negli anni ’80 Napoli era davvero in ginocchio. Il terremoto dell’80. La difficile navigazione della Giunta Valenzi, priva di maggioranza autonoma in Consiglio. Fino alla sua caduta nel 1983 e all’affermarsi del pentapartito più sfrontato. Anni difficili. Di chiusura della città in se’ stessa. Il centro storico per ampie zone invivibile. Una larga e diffusa presenza condizionante della camorra. Nei confronti di questa Napoli la stagione dei Sindaci si presentò come davvero un’opportunità. Alcune scelte furono immediate.
La riconquista fisica di pezzi di città, a cominciare proprio da quel centro storico soffocato dal degrado sociale e urbanistico; il Progetto Sirena per la sua riqualificazione secondo una ispirazione purtroppo largamente dimenticata e contraddetta dal suo ispiratore, Bruno Discepolo, quando ha diretto poi la politica urbanistica regionale degli ultimi 10 anni.
E a continuare, la liberazione di piazze e strade dalla presenza dilagante delle auto e del loro parcheggiare, di cui Piazza Plebiscito divenne simbolo: spazio liberato per la città, per i suoi cittadini, per momenti artistici di alta intensità.
Turismo e cultura, coppia formidabile di rilancio di speranze.
Una intuizione sull’idea di città poi tradotta in Strumenti urbanistici e Piani iniziati con Vezio De Lucia-Marone-Bassolino e completati con Tino Santangelo-Iervolino: l’ultimo tentativo delle istituzioni per guidare il mercato e di non lasciarsene guidare.
E il turismo è tornata risorsa grande per Napoli. Turismo uguale apertura. Fiducia in se’ stessi. Anche rilancio economico per ceti e porzioni di città.
Poi, da un certo punto in poi, come se questo processo avesse disegnato una curva, una parabola, non siamo tornati al punto di partenza, questo non accade mai, ma ci ritroviamo in una situazione nuovamente critica ( quando la parabola ha cominciato a scendere?): il Centro Storico è diventato nuovamente invivibile per il puzzo di fritto che ti accompagna in ogni dove; per il fatto che devi destreggiarti tra dehors debordanti che occupano tutti i marciapiedi e, dove questi non ci sono, direttamente le strade. Gli abitanti originari ne sono allontanati da fitti insostenibili e da sfratti crescenti, con il dilagare sregolato di BeB. Napoli si sta rapidamente omologando ad altre città turistiche. Cresce un lavoro povero, ipersfruttato. L’allusione alla Napoli dell’artigianato artistico, della cultura, della stamperia, degli strumenti musicali, della cucina popolare è rimasta di nuovo largamente tale, allusione appunto. Non ci sono più i tubi innocenti del dopo terremoto, ma c’è una omologazione dilagante che soffoca tutto e tutto traduce in rendita fondiaria. La città turistica è diventata direttamente città merce. E Piazza Plebiscito è diventata spazio commerciale occupato per concerti e spettacoli, rassegne e rassegnine, al di fuori di ogni logica di politica culturale della città, che la sequestrano non meno delle auto di trenta anni fa.
E porzioni di suo territorio, nel circuito della città-merce, diventano prede ambite delle filiere globali del valore finanziario: Bagnoli, diciamocelo, è diventata questo.
Ma come, non vuoi un Grande Evento? Ma come non vuoi il turismo?
Io direi: No, a questo punto va posto un limite. O si reputa possibile una crescita infinita?
La vita, il lavoro, lo sviluppo per questa città possono essere altro.
E se invece è SI, almeno risparmiamoci le lacrime sull’assenza di domanda di lavoro ricco di saperi e saper fare e sulle intelligenze che se ne vanno; sulla movida infinita; sul mare negato; sulla invivibilità delle periferie; sulla condizione di giovani a cui non siamo capaci di garantire neanche il tempo pieno a scuola…
C’è chi sostiene che l’oggi è solo lo snodarsi delle conseguenze di quella apertura iniziale dopo la crisi drammatica degli anni ’80. Io non lo credo. Credo in una città forte e aperta. Forte appunto, che non si lascia dettare le regole da un mercato sregolato. Perché alla fine, il mercato, ti occupa la vita. E lascia il deserto dietro di se’.
Gianfranco Nappi

