Dopo aver visto “S-Enz” (che sta per “Senza Enzo”), lo spettacolo messo in scena da Giovanni Ludeno alla Sala Assoli/Moscato di Napoli (dal 12 al 22 febbraio), nell’ambito della quarta edizione di “We love Enzo”, rassegna dedicata ad Enzo Moscato a due anni dalla scomparsa, siamo certi che quel teatro, il teatro di Enzo, continuerà a vivere, ad indicarci la strada, ad interrogarci sul teatro e sul suo inscindibile legame col nostro vissuto, con l’identità e la memoria stessa della nostra città, luogo fondativo del suo immaginario fantastico. E questo perché Ludeno, qui nei panni “spettrali“ del nostro grande drammaturgo, in un intenso monologo fatto di corpo, gesti, musiche, immagini, sguardi innocenti e feroci, ha colto in modo esemplare e intelligente la profondità dei “frammenti” moscatiani, che sul labile confine tra teatro, vita, morte, fanno di lui un eccelso poeta della scena in grado in ogni istante di cogliere ciò che è ai margini – ciò che non si vede, il nascosto nelle trame della vita – anche nei gesti più umani e semplici della nostra disastrata quotidianità. Il lavoro di Ludeno, messo in scena già qualche anno fa, si presenta così come un ininterrotto flusso di ricordi, suoni, immagini, parole dall’incalzante ritmo musicale che danno vita ad una scrittura teatrale dinamica, “aperta”, ma al tempo stesso intima, struggente; una “restituzione” fantasmatica del suo sguardo che con una lingua teatrale inedita evoca la nostra storia, quel senso di vita, amore e morte che scorre nelle vene di Napoli, e che, come in uno specchio, non ha mai smesso di riflettersi nell’orizzonte creativo del nostro indimenticabile cantore dei Quartieri Spagnoli, che ci ha insegnato a non eludere mai le nostre radici per rifondare il nostro Presente. Ludeno è al centro di una scena essenziale, semibuia, accanto a un leggio in cui è aperto “lo spartito” dello spettacolo; ai lati, due musicisti accompagnano con delicatissimi brani musicali le parole del maestro; dietro di lui, una grande parete ci mostra un surreale “paesaggio visivo” su fondo rosso di Roberto Cyop, in cui compaiono in modo informale, alternando il bianco col rosso, croci, scale, piante, uomini che vagano senza meta o in meditazione (come Eduardo nel suo Tà – Kài – Tà “con un braccio su un ginocchio e la mano sulla fronte”), insieme alle parole chiave della sua scrittura scenica: Caos, Ossimoro, Teatro, Vita, Sconfinamento. Nell’intenso, poetico excursus moscatiano di Ludeno ritornano memorabili capolavori, come Cartesiana, Compleanno, Occhi gettati, Gli anni piccoli, Luparella, Compleanno, Partitura, di cui ricordiamo ancora quell’Incipit fulminante dedicato “alle anime compagne del mio esilio”. Ed “esilio”, anche questa ci sembra una parola che, forse, anche in questo convincente omaggio alla sua vita d’artista, non dobbiamo trascurare.
Perché lui, come del resto i suoi sodali compagni di viaggio, da Annibale Ruccello a Leo de Berardinis e Antonio Neiwiller (qui evocato col suo Titanic the end) prematuramente scomparsi, ha vissuto a Napoli per molti anni come un umile, “esiliato” autore di teatro che ha sofferto l’estraneità e l’isolamento in una terra che non ha mai davvero accolto con generosità nel suo grembo quel suo canto libero, disperato e lucido fatto di “schegge, crastule, piccoli frammenti, carte c’abbruciano. Cennere, cennere, sulamente cennere”. Un vuoto, il suo, che però non è mai assenza, perché i suoi ricorrenti sconfinamenti teatrali – quell’andare sempre oltre per incontrare altri mondi e sguardi plurimi (dalla religione alla poesia, dalla filosofia alla musica) – come il suo disincantato sguardo sulle prostitute napoletane, rinviano sempre ad altro: ci parlano di un mondo infinito in cui anche l’ultimo dei reietti è un valore, una ricchezza per tutti noi abbarbicati alle nostre stupide e incrollabili certezze. “Un lavoro teatrale non lo ritengo mai finito” dirà ad un certo punto Ludeno riprendendo un tema ricorrente del suo pensiero d’artista, per sottolineare che per lui, per Moscato, il teatro è come la vita divenire, apertura al mondo, contaminazione, un tempo altro dell’umano sentire. Moscato, insomma, con la corporeità e la crudeltà artaudiana che distingue dall’inizio la sua immaginifica lingua scenica non ha mai smesso di indicarci altre vie d’uscita da questo squallido scenario globale: altri orizzonti di senso in un mondo ormai irriconoscibile che si avvia ad una triste, inesorabile deriva, culturale e umana. E anche qui, evocato da Ludeno come uno dei suoi tanti “ritornanti”, egli, in fondo, sembra ancora illuminarci, dirci che i fantasmi – come in Tà – kài – Tà – sono vivi e continuano a parlarci, a mostrarci la “nudità” del nostro essere nel mondo. Magnifica la prova attoriale e registica di Giovanni Ludeno; visionario e molto dentro la poetica moscatiana l’originale “paesaggio visivo” di Roberto Cyop; ottime le musica di Paolo Polcari. Commossi e prolungati applausi del pubblico in sala.
Antonio Grieco
‘S – ENZ’
Con Giovanni Ludeno
Musica Paolo Polcari.
Produzione Casa del Contemporaneo


