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LA RISPOSTA DEL PROF. LUIGI VASSALLO

Commento al contributo degli studenti del Liceo Medi

Gli studenti, nel loro contributo alla discussione, individuano la sostanza della testimonianza di Giordano Bruno nel rifiuto della contrapposizione classica tra Verità assoluta e opinione, rifiuto che approda alla ricerca di una “terza via” che mette in crisi l’impianto dell’accademismo aristotelico-tomista, fondato sull’alternativa tra SI’ o NO ovvero tra “E’ così” o “Non è”. In questa ricerca si compie in Bruno la fusione tra biografia e filosofia, nel senso che la filosofia si fa per lui “filosofia della prassi” cioè intreccio consapevole e responsabile di intelletto (conoscenza) e mano (azione).

Così lo scontro tra Bruno e i suoi giudici, come giustamente sottolineano gli studenti in questo loro contributo, si rivela uno scontro tra due concezioni del sapere. Da un lato, una concezione autoritaria del sapere (la concezione dei giudici) che rifugge il pericolo del disordine piantonando i confini di un ordine, che, nell’immagine dispregiativa che ne ha Bruno, si fonda e si perpetua attraverso l’ossequio asinino di accademici e autorità ecclesiastiche, che hanno solo le orecchie per assimilare un sapere trasmesso sempre uguale e che sempre uguale deve essere ripetuto. Dall’altro, un’idea del sapere (quella di Bruno) che non rassicura ma sfida le colonne d’Ercole dell’ordine dato per navigare verso l’isola che non c’è. E’ questa la vera colpa di Bruno: aver osato pensare con la propria testa.

Giustamente i nostri studenti notano che Bruno anticipa con la sua intuizione la dichiarazione di Immanuel Kant sull’illuminismo come liberazione della ragione dalla minorità e come affermazione del suo diritto a pensare e ripensare criticamente qualunque affermazione si pretenda come assoluta e incontrovertibile.

E le conseguenze di una tale rivendicazione di autonomia della ragione e del suo diritto a sondare le altre possibilità del sapere, oltre che filosofiche ed epistemologiche, sono proprio politiche. Si tratta di scoprire o, meglio riscoprire, che le regole della costruzione della “polis” non derivano da un dogma religioso né dalla mitizzazione di un “è così perché si è sempre fatto così; perciò così deve essere”. La costruzione della “polis” deve avvenire criticamente cioè attraverso la discussione degli interessi degi individui e delle classi sociali, che in ogni epoca e in ogni paese possono seguire variabili diverse.

Ora tutto questo che gli studenti hanno colto nella vicenda del Nolano ci porta al nocciolo della questione, che, per usare le loro parole, è appunto “Quando dici all’uomo che può pensare senza confini metti in crisi ogni autorità che si fonda sull’obbedienza”.

E allora sorge spontanea la loro domanda “Se Bruno fosse vissuto oggi sarebbe stato davvero libero?”, domanda che ne implica un’altra: “Che libertà abbiamo noi oggi, anche se (almeno dalle nostre parti) non rischiamo la morte per le nostre idee?”.

Domanda né ingenua né oziosa, perché, se non c’è il rischio di morte c’è sempre quello dell’emarginazione al quale si è tentati di sfuggire scambiando la libertà scomoda di pensare e di essere con la rassicurante comodità dell’adeguarsi al pensiero dominante, alla moda, al “così fan tutti; e tu chi ti credi di essere?”. Ma è questa la libertà?

Giordano Bruno avrebbe probabilmente evitato la morte se avesse confessato le sue affermazioni eretiche e se ne fosse dichiarato (almeno a parole) pentito. In fondo qualcosa di simile lo fece Galilei, quando si piegò con la sua abiura, alle minacce del cardinale Roberto Bellarmino, proprio quello che era stato il più feroce accusatore di Giordano Bruno. Avrebbe salvato la vita Bruno, ma avrebbe perso il rispetto di quelli che guardavano a lui come a un possibile modello di libertà di pensiero e, soprattutto, avrebbe perso il rispetto di se stesso. Così Bruno, da autentico “furioso”, scambia la vita con la morte per trasformare il rogo al quale era condannato in un gesto di insubordinazione nel nome di un pensiero che ha diritto di sfidare, senza protezioni, il mare aperto dell’essere.

E noi? Noi possiamo scegliere, sapendo che scegliere è difficile e faticoso, oltre che rischioso. Scegliere come il “filosofo” del mito della caverna di Platone, quel filosofo che non si accontenta della falsa verità delle ombre proiettate sulla parete della caverna e sceglie di compiere una faticosa risalita verso la luce esterna, per scoprire cosa c’è dietro quelle ombre. E, quando l’ha scoperto, sente dentro di sé un fuoco che lo spinge a ridiscendere nella caverna per annunciare ai suoi compagni di prigionia la sua scoperta. Ma questi lo sbeffeggiano per quello che pretende di dire e, forse, lo mettono anche a morte. Così si compie la libertà del “furioso”.

Luigi Vassallo

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