L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, negoziato per oltre venticinque anni, è uno dei più rilevanti progetti di politica commerciale globale. Coinvolge due aree che insieme superano i 700 milioni di abitanti e rappresenta, per l’Europa, uno strumento strategico per rafforzare la propria autonomia economica e geopolitica in un mondo segnato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina.
Il comunicato di una organizzazione di imprenditori agricoli italiani contro l’accordo non è una semplice presa di posizione critica: è un testo che mescola questioni reali e affermazioni infondate, producendo un racconto allarmistico che finisce per confondere piani diversi e per assolvere chi ha responsabilità politiche precise. È proprio perché alcuni problemi evocati sono seri che non possono essere piegati a una narrazione fuorviante, costruita più per mobilitare consenso che per affrontare i nodi reali.
Sì, l’accordo Ue-Mercosur è uno dei più grandi trattati commerciali al mondo. E sì, prevede una riduzione graduale dei dazi su alcuni prodotti agricoli sudamericani. Ma presentare questo dato come la causa della crisi dell’agricoltura europea è una scorciatoia comoda. I piccoli produttori, i contadini, le aziende familiari non sono stati messi in difficoltà dall’acordo: lo sono da anni, per effetto della concentrazione della grande distribuzione, dell’aumento dei costi di produzione, della compressione dei prezzi all’origine e di una Politica Agricola Comune che troppo spesso ha premiato la dimensione e la rendita più che il lavoro, la qualità e il presidio del territorio. Attribuire tutto all’accordo significa rimuovere anni di scelte politiche sbagliate e rinviare ancora una volta il confronto con le vere responsabilità.
C’è poi un punto che nel dibattito viene sistematicamente eluso. Un accordo commerciale, per definizione, deve produrre vantaggi per entrambe le parti. L’Unione Europea è forte nell’industria manifatturiera, nei macchinari, nella chimica, nella farmaceutica, nella meccanica avanzata. Il Mercosur è forte soprattutto nell’agroalimentare e nelle materie prime agricole. Pensare di aprire i mercati sudamericani ai prodotti industriali europei escludendo l’agricoltura del Mercosur non è una posizione “più severa” o “più prudente”: è, semplicemente, una scelta per non fare alcun accordo. Questo va detto con onestà. Il settore agroalimentare è la principale leva economica dei Paesi sudamericani; chiedere loro di rinunciarvi equivale a pretendere una resa unilaterale, che nessun governo firmerebbe.
Da questo punto di vista, dire che l’accordo è a favore dell’industria europea è vero, ma va capito fino in fondo. Lo è perché riflette strutture economiche diverse, non perché rappresenti un tradimento dell’agricoltura. Il vero nodo politico non è che il Mercosur ottenga aperture agricole – cosa inevitabile in qualsiasi accordo – ma che i benefici industriali europei non vengano redistribuiti. Qui sta la responsabilità della politica, non nel trattato in sé. Se l’industria europea incassa vantaggi significativi, è compito degli Stati e dell’Unione usare una parte di quei benefici per accompagnare i settori più esposti, sostenere i piccoli produttori, rafforzare le filiere deboli.
Il comunicato chiama poi in causa le multinazionali americane come se fossero una scoperta improvvisa. Cargill, ADM, Bunge dominano le filiere globali da decenni, con o senza accordo Ue-Mercosur. È un problema enorme, che la sinistra denuncia da sempre, insieme ai movimenti contadini e alle organizzazioni internazionali. Ma usarlo come clava contro l’accordo è intellettualmente disonesto: quelle corporation non nascono con l’acordo e non scompaiono se l’accordo viene sospeso. Anzi, senza un quadro negoziale, l’Europa rinuncia persino a quelle limitate leve di pressione su standard ambientali, sociali e di sostenibilità che oggi potrebbe esercitare proprio grazie a un accordo.
Ancora più grave è l’allarmismo sulla sicurezza alimentare. Parlare di pesticidi vietati che “torneranno nei piatti europei” o di controlli sospesi per dieci anni è semplicemente falso. Le norme sanitarie dell’Ue restano in vigore, il principio di precauzione non viene toccato, i controlli non vengono rinviati. I “dieci anni” riguardano la gradualità tariffaria e le quote commerciali, non la tutela della salute. Continuare a confondere questi piani non è una svista: è una scelta comunicativa irresponsabile, che alimenta paura invece di rafforzare le battaglie vere per più controlli, più risorse alle autorità sanitarie e più trasparenza lungo le filiere.
Questo non significa ignorare il disagio sociale. Se oggi in piazza scendono soprattutto piccoli proprietari, contadini, aziende familiari, le loro paure sono reali e meritano rispetto. Ma questo dato non esaurisce il quadro degli interessi in campo. Nel mondo agricolo convivono realtà profondamente diverse. Accanto ai piccoli produttori operano imprenditori agricoli strutturati, che non sono multinazionali ma gestiscono aziende con decine di dipendenti, grandi superfici, patrimoni rilevanti e accesso privilegiato ai fondi pubblici. In agricoltura, “grande” non significa globale: anche un’azienda con venti dipendenti può essere milionaria e pienamente in grado di orientare il discorso pubblico e le piattaforme rivendicative.
Qui sta il rischio politico: una protesta socialmente comprensibile può diventare, senza volerlo, il veicolo di interessi più forti, se non si chiarisce chi rischia davvero e chi no. Difendere i contadini non significa aderire a qualsiasi parola d’ordine, ma rifiutare che la loro rabbia venga usata per bloccare ogni accordo senza offrire alternative. Una sinistra che si rispetti non promette accordi “senza costi” e non alimenta illusioni protezionistiche. Dice una verità più scomoda: gli accordi esistono perché producono scambi reciproci, e compito della politica è governarne gli effetti. L’accordo Ue- Mercosur non è il problema assoluto. Il problema è un’agricoltura lasciata senza politica, dove chi è più debole paga sempre e chi è più forte detta la linea. Continuare a confondere le due cose non è neutralità: è una scelta. E su quella scelta, prima o poi, qualcuno dovrà rispondere.
C’è poi un punto che raramente viene detto, ma che va posto con franchezza. Gli imprenditori agricoli che oggi protestano contro l’accordo non accetterebbero mai di pagare automobili, macchinari, tecnologie o beni di consumo gravati da forti dazi doganali. Nessuno di loro chiede dazi sulle auto giapponesi o cinesi, né sui trattori, sull’elettronica o sull’energia. Al contrario: pretendono prezzi competitivi, mercati aperti, assenza di sovrapprezzi. Ed è comprensibile. Ma allora la domanda è inevitabile: perché questa logica dovrebbe valere per tutto, tranne che per l’agroalimentare?
Il commercio internazionale non funziona a compartimenti stagni. Se si vuole beneficiare di mercati aperti per i beni industriali, bisogna accettare che anche altri settori entrino nello scambio. Non esistono accordi “a senso unico”. Chiedere l’abbattimento dei dazi per ciò che si acquista e il mantenimento delle barriere per ciò che si vende non è una posizione di difesa sociale: è una richiesta di privilegio.
Vale anche un altro elemento, spesso rimosso. Quando si invoca il protezionismo agricolo in nome della “difesa del Made in Italy”, si dimentica che l’autarchia non protegge i consumatori né i produttori, ma fa salire i prezzi. Senza concorrenza, i costi aumentano, i margini si concentrano e a pagare sono soprattutto i redditi medio-bassi. È paradossale che chi denuncia la compressione dei propri margini proponga una soluzione che, applicata fino in fondo, scaricherebbe i costi sui cittadini.
A questo punto, il discorso diventa inevitabilmente politico. La sospensione temporanea dell’accordo Ue-Mercosur votata dal Parlamento europeo ha fatto esultare una parte del mondo agricolo europeo, soprattutto in Francia, Polonia e Italia. Trattori in piazza, dichiarazioni trionfali, rivendicazioni. Ma basta guardare ai fatti per cogliere una contraddizione tutta italiana. Francia e Polonia erano da tempo ufficialmente contrarie all’accordo. L’Italia, no. Il governo Meloni non ha mai espresso una opposizione politica all’accordo Ue-Mercosur. Al contrario, il voto favorevole dell’Italia è stato determinante per consentire alla Commissione europea di raggiungere la maggioranza necessaria e procedere verso la firma dell’intesa. Senza l’assenso di Roma, quel passaggio non sarebbe stato possibile.
Ed è qui che emerge una macroscopica ambiguità. A Strasburgo, i deputati della Lega hanno votato per la sospensione dell’accordo. Ma la Lega resta saldamente al governo, insieme a Fratelli d’Italia, sostenendo un esecutivo che sull’accordo non solo non si è opposto, ma lo ha reso possibile. È una doppiezza politica evidente: opposizione in Europa, governo a Roma; protesta alimentata, responsabilità nazionale rimossa.
Infine, una considerazione meridionalista che non può essere elusa. L’accordo tende a favorire il Nord, perché fotografa e amplifica uno squilibrio preesistente. Non per un disegno ideologico, ma perché il mercato globale premia chi è già strutturato. Il Sud entra più debole, con filiere frammentate, meno trasformazione, meno export extra-Ue. Protestare contro Bruxelles senza chiedere conto allo Stato italiano dell’assenza totale di una strategia per il Mezzogiorno è ipocrisia.
Una posizione di sinistra e meridionalista può dirlo senza ambiguità: non va bene che un accordo internazionale cristallizzi lo strapotere delle filiere forti del Nord. Ma la risposta non è il no per principio. È cambiare i rapporti di forza, usare i benefici industriali per finanziare politiche di accompagnamento, investimenti nelle filiere meridionali, logistica, trasformazione, export, tutela del lavoro agricolo.
Infine, il tema delle proteste. I blocchi dei trattori, le strade paralizzate, il latte versato sull’asfalto, i carichi di carne rovesciati non sono folklore. Sono atti di forza che godono di una tolleranza politica e mediatica negata ai lavoratori che difendono il posto di lavoro, agli studenti che manifestano per la scuola o a chi scende in piazza contro la strage di civili a Gaza. Anche questo doppio standard dice molto su chi viene considerato interlocutore legittimo.
Se si rifiuta ogni accordo, se si invoca la chiusura dei mercati, se si pretende concorrenza per ciò che si compra ma protezione per ciò che si vende, allora tanto vale dirlo apertamente: si propone un ritorno all’autarchia. Ma è una strada che nessuno è davvero disposto a percorrere, perché significherebbe prezzi più alti, meno scelta, meno crescita. E, alla fine, anche meno agricoltura.
Giuliano Laccetti


Articolo chiarissimo e coraggioso. Complimenti Giuliano Laccetti !