Pomeriggio impegnativo e ricco di idee e di motivazioni quello di lunedì con Luciana Castellina. Riportiamo alcune delle immagini della discussione.
Non proveremo neanche lontanamente a farne una sintesi.
Vi rimandiamo al link della diretta fb a cui potete accedere per prende4re visione di tutti i contributi.

https://fb.watch/F1LDB3lti4/

Diamo conto invece di alcuni commenti.


Guglielmo Allodi, non potendo raggiungerci ci ha inviato questa riflessione:
Le vicende internazionali di questo ultimo anno stanno cancellando tutti i riferimenti che avevano accompagnato la storia del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. L’elezione di Trump e le scelte operate hanno imposto un nuovo ordine che traccia una violenta ripresa dell’imperialismo americano, che sconvolge le relazioni tra Stati e Continenti. I dazi, le volontà espansionistiche verso la Groenlandia, il Canada, ii Venezuela, il Messico, il Medioriente, pensando di risolvere le contraddizioni ,che li sono aperte, attraverso l’uso delle armi. In queste ore si vive una tensione enorme per la presenza della flotta americana schierata contro l’Iran. Eppoi l’Europa con il conflitto Russia Ucraina, che viene utilizzato contro l’Unione Europea, per stabilire un primato americano che legittima il confronto a due. Putin non esce rafforzato dalla trattativa guidata dagli uomini di Trump, ma si definisce come potenza esclusivamente continentale. Basti pensare agli atti di pirateria americana verso le petroliere che trasportano il greggio dal Venezuela, contro cui non c’è reazione alcuna. Il Board per Gaza cancella l’ONU e lascia il mondo in mutande. Dopo il genocidio, che continua inarrestabile nella Striscia ed assume dimensioni molto preoccupanti in Cisgiordania, l’accordo siglato tra il presidente americano e i paesi più conservatori e reazionari del pianeta ci consegna una visione padronale ed imperialistica, mai presentatasi negli ultimi ottanta anni. Insomma una schiera di oligarchi decide che una parte del mondo diventa loro proprietà ed i cittadini diventano sudditi. Questo atto sembra chiudere qualsiasi possibilità per il popolo palestinese di avere un proprio Stato sovrano e chiude le speranze di milioni di uomini e donne in quei luoghi e nel mondo. La cosa terribile è l’assenza di una alternativa. Purtroppo una parte ampia della sinistra ha pensato che dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa dell’URSS si potessero determinare le condizioni di una democrazia che si reggesse su unico protagonista. Quel protagonista , per anni definito la più grande democrazia del mondo, si è trasformato in un mostro divoratore delle istituzioni democratiche e delle relazioni diplomatiche tra gli Stati. Dalle Torri Gemelle in poi, la guerra, in qualunque declinazione, è diventata lo strumento per definire gli equilibri mondiali . La sinistra nella sua dimensione politica ed organizzativa sembra non esistere più ; il Partito Socialista Europeo tace da anni, l’Internazionale Socialista pure, svuotati di identità, valori, programma. Quanto sembrava che essi potessero rappresentare alla fine del secolo scorso e’ stato cancellato dal regime di guerra e di economia a senso unico. D’Alema dice che gli USA diventeranno la terza potenza economica dopo la Cina e l’India, può essere, ma questi due Stati in quale dimensione politica si muoveranno? A me pare che siamo entrati nella fase del dominio delle tecnocrazie, sul modello di Singapore, come ci indica chiaramente Parag Khanna nel volume “ La rinascita delle città stato”. Una politica debole e dirigista immiserisce e svuota le istituzioni statali e si affida ad una gestione tecnocratica, guidata da un ceto dominante che non risponde al mandato popolare. Basta pensare a ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti, con un governo in mano ad un manipolo di strettissimi sostenitori del presidente, subalterno a pochi detentori di immense ricchezze economiche, che si muove a prescindere dal parlamento. Trump punta alla dichiarazione di stato d’ emergenza per evitare le elezioni del prossimo novembre e superare l’attuale assetto costituzionale. In altri tempi si sarebbe chiamato golpe. Tutto ciò si ribalta nel nostro continente attraversato da spinte populiste ed autoritarie. E vedremo nei prossimi giorni come la Meloni utilizzerà gli scontri di Torino per stringere ancora di più le maglie di una politica repressiva verso ogni dissenso. Una strategia della tensione che prelude ad un cambiamento di regime, d’altra parte se non ci fosse stato Mattarella a ricordare le indicazioni costituzionali il governo italiano sarebbe già tra i componenti del Board, che, tra l’altro, ha nominato Trump presidente a vita, anche dopo il mandato elettorale. Insomma siamo di fronte ad una svolta epocale che può consegnarci un mondo guidato da una destra estremista e guerrafondaia. C’è uno spazio per opporsi e ridisegnare un nuovo orizzonte ? Io penso che bisognerebbe guardare alla crisi della democrazia con altro approccio e rifondare la sinistra. Luciano Canfora ha scritto che la sinistra in Italia non c’è e che quanto si muove non è sufficiente. Io sono d’accordo . Non basta una esperienza che fonda la propria nascita in un sistema di valori che non esiste più , che fonda le proprie ragioni nel novecento. Bisogna andare oltre, fissando i principi su grandi questioni come la pace, il disarmo, l’autodeterminazione dei popoli, l’ eguaglianza tra tutti gli uomini, l’equità nella produzione dei beni e nella ridistribuzione delle ricchezze, la salvaguardia dell’ambiente. Insomma una sinistra che sappia costruire nel tempo l’alternativa al dominio delle destre. Bisognerebbe immediatamente riallacciare il rapporto con tutti i movimenti sociali che soggettivamente e disordinatamente agiscono in difesa della pace e della democrazia. Ma soprattutto bisognerebbe mettere le fondamenta di un grande partito di massa socialdemocratico, come penso’ dovesse essere il partito nuovo Palmiro Togliatti e come provò a costruirlo Enrico Berlinguer. Non si può lasciare il campo vuoto, bisogna con ostinazione riallacciare le fila tra tutti i soggetti oggi in campo, in Italia, in Europa , negli Stati Uniti. Guardo con fiducia agli sforzi che stanno facendo i Paesi , come si diceva un tempo, non allineati, poiché con essi si muovono miliardi di uomini e di donne che hanno la speranza di un nuovo mondo. Da questa gravissima crisi bisogna trovare le energie fisiche e culturali per ridisegnare una possibilità alternativa e solo una nuova sinistra democratica può farlo .



GIULIANO LANCETTI INVECE HA PUBBLICATO SU TERRAMIA LA SUA VALUTAZIONE SULLA DISCUSSIONE

https://www.terramiagiornale.it/tra-pace-guerra-e-democrazia-un-pezzo-del-mondo-progressista-si-interroga-sul-futuro-della-sinistra/?fbclid=IwY2xjawPu4nRleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETAweDlNU0ViRklnYVdhN1Foc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHg02VMw2zbteN7r3vUbN8Th2dG3lF93RPBp-TDj894VDNrG0L9XYAouN0G6r_aem_TEuap4A2tFJwa0tX0sUxlA


Tra pace, guerra e democrazia: un pezzo del mondo progressista si interroga sul futuro della sinistra

di Giuliano Laccetti
Alla sede dello Spi-Cgil Campania a Napoli si è svolto un incontro molto partecipato promosso da Infiniti Mondi, rivista diretta da Gianfranco Nappi, dedicato a un interrogativo tutt’altro che rituale: “Tra pace e guerra. Tra crisi della democrazia, della politica e dei partiti. Ma davvero uno sbocco a sinistra non c’è?”. Un titolo che ha fatto da cornice a una discussione ampia e articolata sulla condizione della sinistra, sulle trasformazioni della politica e sulla crisi dei tradizionali strumenti di rappresentanza.


Introdotto e coordinato dallo stesso Nappi (già segretario napoletano della Fgci, e poi deputato, negli anni, per vari partiti della sinistra), l’incontro ha visto, tra i tanti altri, gli interventi di Massimo Villone, Pietro Folena, Claudio De Fiores, Carlo Iannello, Carlo Cellamare, e le conclusioni affidate a Luciana Castellina. Ma l’elemento di maggiore rilievo non è stato tanto il parterre dei relatori, quanto la presenza diffusa di un mondo associativo e civico che da tempo opera o al di fuori, ma in un certo senso al fianco, dei partiti della sinistra: realtà culturali, sociali, ambientaliste e del terzo settore, da Libera all’Arci, da Rigenera alla Cgil, al Centro per la riforma dello Stato, insieme a studiosi e professionisti.

È emersa con chiarezza l’esistenza di un’area progressista ampia, vitale, che tenta di supplire alle carenze dei partiti tradizionali. Non in chiave antagonistica, al contrario, ma proprio con l’obiettivo di costruire una rete capace di incidere sui processi decisionali, a partire dal radicamento sociale e territoriale. Una sorta di pressione organizzata, nel senso positivo del termine, fondata su competenze, pratiche e partecipazione. A partire proprio dal coinvolgimento dei tanti militanti e esperienze che ci sono nei partiti.

In questo quadro si collocano esempi concreti, come l’impegno di Libera sul fronte della legalità o l’esperienza di Rigenera per una democrazia partecipata a livello regionale. La Campania, ha ricordato Villone, dispone già di strumenti avanzati (leggi di iniziativa popolare, referendum consultivi e confermativi) che potrebbero consentire un coinvolgimento reale dei cittadini, a patto di rafforzarne l’effettiva attuazione.

Il dibattito ha restituito uno spaccato vivo e tutt’altro che marginale: dalla questione di Bagnoli e della cementificazione urbana, alla crisi della forma-partito, dal ruolo dei partiti nel Parlamento alle battaglie per la tutela dei beni comuni, a partire dall’acqua. Temi diversi, ma attraversati da un filo comune: la ricerca di una prospettiva alternativa all’adattamento passivo al neocapitalismo.

In conclusione, l’incontro ha messo a fuoco una possibile traiettoria per la sinistra: non un ritorno ideologico al passato, ma la costruzione di un socialismo concreto, misurabile nelle politiche pubbliche su sanità, scuola, lavoro. Altri appuntamenti metteranno a fuoco questa prospettiva, ha promesso Gianfranco Nappi.

Si può dissentire, criticare singole proposte o impostazioni, ma una discussione così intensa e partecipata, capace di aprire uno spazio di speranza dotata di forza, nella diversità delle opinioni, non può che rappresentare un segnale positivo: un tentativo serio di aiutare la sinistra a “risalire la china” .




VITO NOCERA HA PUBBLICATO INVECE SULLA SUA PAGINA FB IL TESTO INTEGRALE DEL SUO INTERVENTO AL SEMINARIO

APPUNTI PER PROVARE AD ANDARE OLTRE LO STERILE GIORNO PER GIORNO

Si discute se nella crisi della politica e della democrazia davvero non vi sia oggi piu’ la possibilita’ di uno sbocco a sinistra.
Temo sia un interrogativo mal posto.
In realta’ quel davvero in realta’ sottintende che questo sbocco vi sia, o che almeno vi possa essere.
Me lo auguro ma non sarei, allo stato, troppo ottimista.
E provo ad aggiungere a questo un secondo interrogativo.
Cosa puo’ voler dire oggi, nel tempo della fine del fordismo e del lavoro vivo sempre piu’ frammentato e frantumato, “sbocco politico a sinistra? “
Capisco l’impellenza dell’oggi, le emergenze, che riflessione e lotta politica non si separano mai.
Eppure la nostra stessa vicenda storica ci suggerisce che per aprire e poi sviluppare quello che viene ricordato come il trentennio glorioso, gli anni tra il 1960 e il 1980 del novecento, furono necessarie diverse rotture culturali e sociali.
Si racchiude in quegli anni l’essenziale della vicenda migliore del movimento operaio, e sono anni in cui si prova ad andare oltre la stessa tradizione marxista italiana.
Si guarda al dibattito europeo, alla Francia, alla filosofia tedesca.
Si riscoprono Nietzsche e un autore come Musil.
Soprattutto si riprende a studiare Marx,
il Marx che analizza i rapporti di produzione.
Insomma ci si spinge oltre un marxismo storicista e la categoria del progresso inteso come uno sviluppo positivo illimitato.
Si comprende che nella realta’ invece c’erano – come ci sono ancora – fratture, strappi, salti, un groviglio di contraddizioni non sempre facili da interpretare.
Fu una rottura sociale e culturale che vide al suo centro un soggetto – la classe operaia industriale – capace in quel frangente di trascinare consensi, alleanze, anche incorporando i protagonisti di altre questioni e contraddizioni.
Si pensi agli studenti, che in quegli stessi anni mettevano in discussione nelle universita’ i modelli di istruzione.
Operaio massa dell’autunno caldo e studente del 68 divenuto anch’esso uno studente di massa, costituiscono un vero e proprio blocco sociale che vede crescere il proprio potere nel rapporto di produzione e in quello dell’istruzione.
E’ li, per la prima volta, salari e profitti si misurano quasi alla pari e il salario arriva ad erodere il profitto.
Sentiamo spesso un certo fastidio per questa parte della nostra storia, quasi parlarne fosse una inutile nostalgia.
Invece si deve provare a capire, perché ad esempio quella figura dell’operaio massa ci intrigo’ così tanto.
Non era solo lo sfruttato fragile da sostenere pietosi, al contrario ci interesso’ la sua forza, di contestazione e anche di regolazione di equilibri sociali e perfino istituzionali.
La cronaca odierna ci fornisce l’occasione per spiegare cosa significava quella forza operaia.
Con loro in campo la Torino di sabato scorso – sintomo piu’ di una difficolta’ che di una offensiva – non ci sarebbe potuta essere.
Nessuno, ne’ estremismi sterili ne’ forze dell’ordine, si sarebbe permesso di forzare qualcosa in presenza di quella garanzia operaia dotata, insieme, di forza materiale e di autorevolezza politica.
Noi napoletani abbiamo avuto il privilegio dei caschi gialli di Bagnoli .
Quando in piazza arrivavano loro cambiava la scena, ogni altro soggetto si sentiva protetto da quella forza materiale.
E che era anche una potenza politica di conoscenza e intelligenza.
Per anni il consiglio di fabbrica di Bagnoli fu un altro gruppo dirigente della citta’, a volte in connessione altre volte anche in conflitto con sindaci e giunte.
A un certo punto – qui come dovunque- quella spinta non ce l’ha fatta. Ristrutturazioni, dismissioni produttive, salti di tecnologia, hanno via via spiazzato quella forza, ne hanno polverizzato il potere.
E ora qui siamo.
E anni di tentativi, illusioni, rimozioni, senza un vero realismo che ci facesse vedere le cose per come davvero stanno, non hanno dato risultati apprezzabili.
Anzi hanno di fatto contribuito al quadro difficile in cui siamo.
Ma allora non c’e’niente da fare?
Tutt’altro, si puo’ e si deve provare ma a condizione di leggere la realta’ per quella che e’, solo così puoi provare a cambiarla, e non perdersi dietro suggestioni prive di efficacia e di forza.
Su quali forze reali e’ pensabile costruire un discorso politico?
Al momento il panorama sociale e’piuttosto arido, quasi fa da controcanto alla aridi ta’di quello politico.
Da un lato c’e’ cio’ che Tronti definiva quel “corpaccione” costituito da un ceto medio acculturato – acculturato spesso in maniera superficiale – che si e’ fatto base di massa di un progressismo tendenzialmente moralista e neopopulista, spesso influenzato da campagne dei media dall’alto.
Vera base di riferimento di cio’ che si definisce centro sinistra e sinistra (piu’ o meno radicali cambia poco).
Un vero e proprio blocco sociale privo di ceti popolari.
Quando qualche giorno fa un importante quotidiano pubblica l’esito di una inchiesta sui diversi elettorati delle odierne forze politiche, ci disvela cio’ che in forma piu’ empirica sapevamo da un po’.
La corrispondenza tra condizione sociale e appartenenza politica in cui siamo cresciuti non esiste piu.
Si e’ anzi rovesciata, anche se non meccanicisticamente ma attraverso un itinerario complesso.
I ceti popolari e quelli piu’ in difficolta’ o non votano o guardano a destra, quelli medio alti e anche ceti ricchi, portano la percentuale del principale partito di opposizione quasi al 30% , cioe’ ben distante dal consenso reale che questa forza raggiunge nell’insieme dell’elettorato.
Una sinistra senza ceti popolari e’perduta.
Di questo avremmo dovuto discutere in questi anni, di questo dovremmo discutere.
Da dove ripartire allora se non dal lavoro?
Provare li’ a ricostruire una trama che recuperi forza di parlare al popolo diffuso.
Certo compito gravosissimo, forse persino impossibile. Ma questa e’ la strada e non mi pare ve ne siano altre.
In Campania sono piu’ o meno due milioni le persone che lavorano, i piu’stanno nel cosiddetto terziario.
Commercio, logistica, sanita’, qualcosa nei trasporti.
E tra questi i piu’ stanno nella frammentazione di imprese individuali o di poche unita’.
Sono alcuni grandi centri commerciali ad avere il numero piu’alto di addetti.
Alcuni ne contano anche piu’di tremila.
Commesse, camerieri, addetti alla manutenzione, e così via
Ognuno con un diverso contratto, subordinati, alcuni schiavizzati perfino.
Con aspirazioni forse anche diverse dai lavoratori di un tempo, piu’ aspirazione a salire i gradi della scala sociale che orgoglio proletario.
Sono migliaia e migliaia pero’, potenzialmente una forza.
Nel frattempo a Pomigliano, e con tutte le dufficolta’che sappiamo, lo stabilimento Stellantis ormai conta poco piu’di duemila operai.
Spesso lavorano alternandosi tra cig e produzione, tanti con contratti di solidarieta’.
Poi ci sono quelli della logistica, i portuali di Salerno e Napoli, quelli che lavorano nelle piattaforme tecnologiche del capitalismo contemporaneo, i rider, i corrieri e così via.
Questo e’ solo per cenni lo spaccato del lavoro contemporaneo in cui mettere le mani.
So bene che e’ difficile sperare diventino cio’ fu la classe operaia industriale del secolo scorso.
Ma so anche che senza questo lavoro vivo , e anche senza il lavoro scientifico e le innovazioni che questo nuovo lavoro, inventano, pianificano e organizzano, non potrai mai riorganizzare una presenza politica.
Certo lavoro di lunga lena, paziente, di interrogazione e di ascolto.
Per rintracciare, ascoltare e raccogliere questa “classe in se'” anche se non ancora “per se’ “
Capisco le impazienze di chi spera di ripartire dal proprio specifico movimento o dalla propria esperienza associativa.
E perfino chi va in piazza mimando una rivolta sociale senza accorgersi che la vera rivolta sociale di massa la stanno capitanando dal lato opposto gli avversari.
Ma sara’ bene mettersi in testa che senza ritrovare un ruolo centrale al lavoro vivo e senza riconquistare i ceti popolari la parola sinistra rimarra’ priva di senso.






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