Il mondo senza inverno
Bruno Arpaia
Speculative fiction
Guanda
2026
Pag. 235 euro 18

Trondheim e Svezia (laddove sono oggi città e nazione, più o meno). Tra quasi
cinquantacinque anni.
Ahmed, barba bianca e tante rughe, ha visto arrivare
l’ancor più vecchio cognato neuroscienziato ecologista Livio Delmastro, di
lontane origini napoletane; gli è morto sotto il naso, stanco e malato, e gli ha
affidato la vita di Marta e dei due ragazzi Sara (figlia 16enne dell’amica) e
Miguel (11 o 12); avevano viaggiato con lui per quasi sette mesi dall’Italia in
una lunga pericolosa migrazione imposta dalla tropicalizzazione del sud
Europa, una fuga forzatamente a piedi. Ne conservano insieme le ceneri; ben
presto, dopo averli accolti e modestamente sistemati, il solitario Ahmed li
considera la propria nuova famiglia e illustra via via le condizioni sociali e
istituzionali in cui vivono; loro considerati cittadini B (se superano gli ostacoli
burocratici e il bullismo verso i migranti nelle classi scolastiche riunite una
volta a settimana). Esistono e comandano i ricchissimi cittadini A, in zone
militarmente superprotette, con neurochip impiantati nel cervello e capaci di
“ampliarsi” geneticamente (Ugm). Esistono e marciscono altrove i cittadini C,
sopravvivendo a stento confinati in baraccopoli separate. L’intelligenza
artificiale esercita una sorveglianza soffusa e quasi totale sulle caste in basso.
Disastri climatici (subito un violento uragano) e prolungate siccità (in tutte le
stagioni) intaccano pesantemente le risorse idriche e alimentari. Ahmed è nella
“resistenza”, alimentata da dubbi esistenziali e perplessità sociali, guidata da
una ribelle cittadina A: Marina Niemand, statuaria mulatta altissima e magra,
occhi neri e acuti, che lavora a hackerare gli algoritmi, a diffondere notizie
riservate e a far trapelare le tecniche razziste che usano i suoi simili. Marta
scopre un cancro al seno, rischia di essere retrocessa a C, tutto risulta ancor
più complicato, così aiutano la resistenza, fin quando scoppia un immenso
inarrestabile incendio e provano a salvarsi, rivoltarsi, fuggire ancora.

Il competente coraggioso gran romanziere e ottimo traduttore (dallo spagnolo)
Bruno Arpaia (Ottaviano, 1957) riprende tre dei personaggi principali
sopravvissuti al termine della bella fiction climatica di dieci anni fa (Qualcosa,
là fuori): la migrazione è finita, sono giunti nel “civile” scenario scandinavo, le
situazioni ambientale e sociale risultano non proprio paradisiache. L’assunto
scientifico è lo stesso, purtroppo: le stime IPCC prevedono vari scenari e
possono essere comunque fin troppo ottimistiche; bisognerebbe che le
politiche internazionali (indispensabili a ritrovare equilibri negli ecosistemi) si
diano una mossa, realizzando molto di più e meglio per la mitigazione e
l’adattamento ora (già in ritardo), prima che gli sconvolgenti conclamati effetti
oltre ad alcune dinamiche irreversibili e “impazzite” diventino prevalenti
ovunque. Altrimenti, accadrà quello che quasi tutti gli scienziati e le scienziate,
l’autore e noi “catastrofisti” stiamo prevedendo (quasi un secolo prima):
laddove c’erano alberi tra pochi decenni non crescerà nulla, i fiumi saranno
aridi, regole residenze città dovranno essere abbandonate (da chi potrà) verso
nord, sempre più a nord. I fondati allarmi scientifici li leggiamo sugli organi di
informazione, il meccanismo di assuefazione è noto, la preoccupazione
materiale per le dinamiche personali del presente finiscono sempre per avere
la meglio sull’astratta ansia dell’incerto futuro collettivo. E, allora, ancora
grazie ad Arpaia, proviamo a immaginare tempo e spazi fra circa cinquant’anni
(solo la specie umana ne potrebbe essere capace), qui durante quasi un anno
tra fine 2079 e metà 2080: con un romanzo di sentimenti, l’autore s’accolla
l’onere di ricostruirli! La narrazione è in terza al passato, con qualche inserto in
prima persona al presente dei cinque protagonisti. Ahmed, Miguel, Sara,
Marta, Marina. Il libro angoscia con mite cura, comunque non fossilizzatevi sui
particolari! Chi saggiamente vorrà leggerlo ora, seguirà una storia ed
empaticamente capirà qualcosa in più su almeno due fenomeni globali: il
riscaldamento in corso della temperatura (da cui il titolo sulla tendenziale
“scomparsa” del rigido freddo anche in inverno) e le fughe in corso di profughi
(lì intorno in Islanda e Groenlandia pare che si stia meglio). Donne e uomini
anche dopo la migrazione forzata subiscono conflitti, traumi, angherie,
scompensi. La buona letteratura non è solo un rifugio temporaneo, dà da
pensare, qui sviluppa il nuovo genere emerso con forza e successo nell’ultimo
ventennio: climate speculative fiction.

in presentazione a Napoli giovedì 29 gennaio

E A NOLA NELL’AMBITO DELLA BRUNIANA 2026 SABATO 21 FEBBRAIO

Bruno Arpaia dialoga con Iaia De Marco    

***

La fertilità del male
Amara Lakhous
Traduzione dall’arabo di Francesco Leggio
Giallo
Edizioni e/o Roma
Pag. 238 euro 19
2026 (orig. in Francia 2024)

Algeria, Orano (ovest) e capitale (centro est), comunque sul Mediterraneo
occidentale
(con ripari all’interno, anche desertico). 5 luglio 2018 e prima,
durante l’incerta e infine definitiva indipendenza nei confronti della Francia
(autunno 1958, estate 1962, estate 1965, primavera 1976, 1985, 1988, 1992,
1998, 2011, estate 2018). Il 5 luglio 1830 i francesi occuparono la città di
Algeri, il primo luglio 1962 si svolse il referendum sull’indipendenza algerina,
approvata con il 99,72 per cento dei voti. Verso le 7 di mattina della relativa
festa del 2018 il colonnello Karim Soltani (da qualche mese oltre la 50ina),
comandante dell’Unità antiterrorismo, viene svegliato dalla compagna Mariam
“Mariouma” (inopportunamente, ha un necessitato ritmo sonno dalle quattro
alle nove); si trovano nell’appartamento di lei (divorziata da cinque anni,
seppur ancora spiata e perseguitata dal pericoloso ex marito) ma al telefono
c’è proprio addirittura il “Capo” generale Belkasmi. Come accidente aveva fatto
a sapere che lui era lì? Si veste in fretta, lo raggiunge e insieme arrivano alla
splendida villa garçonnière di Orano del potente influente faccendiere Miloud
Sabri, ex partigiano della guerra di liberazione, da poco trovato morto sul letto:
nudo, mani e piedi legati, naso reciso di netto, taglio mortale da una giugulare
all’altra. Occorre indagare bene, in fretta e riservatamente; Karim coinvolge
subito i propri fidati collaboratori, ovvero il capitano Samir Zayan, alto e
magro, di carnagione chiara e con inflessione cabila, ottimo conoscitore di
lingue e tecnologie, circa 35enne, e la tenente Malika Derraji, bruna 31enne,
capelli corti, seno florido e curve incantevoli, campionessa di karate. Dovranno
ripercorrere insieme i tratti salienti delle vicende politico istituzionali algerine;
incontrare mogli e figli, parenti e avvocati, terroristi e vittime, segretarie e
traditori; scoprire soprannomi e dicerie, ricatti e affari; affrontare altri delitti.

Nuovo bel romanzo, noir storico e sociale, per lo scrittore di origini algerine
Amara Lakhous (Algeri, 1970), diciotto anni in Italia (anche da interessante
vivido scrittore) e poi già quasi dodici negli Stati Uniti (dal 2014 docente a Yale
nel dipartimento di italiano). L’assassinato Miloud Sabriera è a tutti noto come
“L’Upupa”, forse per la messaggera fra Salomone e regina di Saba citata nel
Corano, forse per la furbizia e le efficaci manovre ricattatorie. Nel 1858 dello
stesso “gruppo di fuoco” facevano anche parte Zahra “Dolores” Mesbah, bella
studentessa del liceo femminile; Abbas “la Cicogna” Badi; Idris “Falco” Talbi. Si
erano separati quando la polizia aveva arrestato il loro comandante diretto
Yazid Mansouri, tradito da qualcuno di loro o a loro vicino, spirato sotto le
torture e capace di resistere almeno due giorni senza rilevare il nascondiglio,
mettendoli nelle condizioni di rendersi irreperibili. Miloud e Abbas avevano già
abbandonato gli studi, negli anni successivi si erano ritrovati, Idris si era
diplomato e indirizzato all’avvocatura, Zahra e Abbas si erano innamorati, ma
poi lui era stato costretto a fuggire, lei alla fine aveva sposato Miloud. La
narrazione prosegue alternando in terza persona al passato gli undici capitoli
sulle vicende convulse delle diciassette ore del 5 luglio 2018 ai dieci capitoli sui
percorsi di tutti e quattro i personaggi principali, Abbas dato a lungo per
morto. Il titolo fa riferimento al male “fertile” (per sé stesso) praticato da
Miloud (e non solo). L’originale è in arabo, l’autore lo ha scelto in modo
meditato e stimolante per raccontare il paese in cui è nato e cresciuto,
l’importanza e le contraddizioni dell’indipendenza della sua nazione, quartieri e
abitudini, affari e corruzione, droghe e geopolitica. All’inizio elenca sia la
ventina di personaggi della fiction, come in un giallo classico, che la reale
cronologia storica dal 1830 a quel 2010-2011, quando la Primavera araba
sfiorava appena l’Algeria. Karim sorseggia del buon vino algerino e ascolta Julio
Iglesias, mentre attende Mariam al termine della festa per i trentadue anni di
lei. Canzoni e musiche sono circostanziate (pure talora con qualche verso), per
esempio: Ahmed Wahbi, Blaoui Houari, Amar Ezzahi, Cheb Hasni, Fayrouz.

***

Rose di sale
Gaia Greco
Romanzo
Youcanprint Lecce (Amazon)
2025
Pag. 205 euro 18,50

Londra. 2024-25. Ezra si alza, finge, resiste. A volte ingrato, distante, crudele perfino
con sé stesso.
Studia fisica e matematica a Londra, fa psicanalisi con Marilena una
volta alla settimana. Pensa alle cose brutte, al cancro della nonna, alla rottura con
Jamie. Pensa alle cose felici, al rugby, ai suoi amici. Si sente continuamente
incastrato tra la tristezza e la gioia, sembra tutto grigio. Ottima seconda prova
letteraria per la giovane poliedrica Gaia Greco (Lacco Ameno, Ischia, 22 dicembre
2000), già videomaker e sceneggiatrice, laurea magistrale in psicologia clinica. La
narrazione è in terza persona al presente, con due lunghi intervalli sulle conversazioni
chat del protagonista nel marzo 2024, prima degli sviluppi di metà 2025. “Rose di
sale” parla di salute mentale, un tabù, pensieri che non si riescono a confessare,
emozioni che non si riescono a spiegare, tanto che diventa solitudine, stanchezza che
non si cura dormendo, paura che non ha nome, sentirsi troppo di peso.

***

Domani o dopo
Piero Borgia
Romanzo (speculative climate fiction)
Robin (Roma, Torino, home work)
2025
Pag. 375 euro 20

Livorno. 2059. La 18enne Giovanna sta tornando e ripensa agli ultimi quattro anni;
pur se innamorata di Guido
, uno dei soliti incendi nel caldo torrido aveva distrutto la
tabaccheria del vedovo padre Terenzio e dovettero espatriare forzatamente (e
illegalmente) verso il nord Europa, in mano a delinquenza organizzata, profughi
climatici. La sua vicenda s’intreccia con quella del 16enne namibiano Athiel, rimasto
orfano sempre nel 2055 per la salinizzazione delle acque del fiume Orange nella baia
di Walvis, costretto anche lui a fuggire, uno dei tanti “minori non accompagnati” poi
sbarcato in Italia. L’ottimo scrittore Piero Borgia (Roma, 1947), medico
epidemiologo in pensione, dopo innumerevoli studi e saggi scientifici, narra in
“Domani o dopo” l’accelerazione in corso degli effetti devastanti sugli ecosistemi
dei cambiamenti climatici antropici globali, descrivendo quel che potrebbe accadere
fra una trentina di anni, con ulteriore esasperazione di divisioni, aggressività,
ingiustizia.

***

Le parole del mare. Letteratura e navigazione
Piero Dorfles
Critica letteraria
Sellerio Palermo
2025
Pag. 259 euro 15

Mari. Da millenni. Quando la letteratura parla di navigazioni, abbiamo la sensazione
di qualcosa di insieme misterioso e famigliare, ci colpisce un sentimento di serenità e
nello stesso tempo di inquietudine. La navigazione non è una metafora della banalità
del vivere, ma un’allegoria della sua complessità, della imprevedibilità e della
irrimediabile drammaticità del destino di noi viventi. Un altro valore metaforico del
viaggiare per mare è quello del microcosmo rappresentato dalla vita degli equipaggi
(tenendo presente che le navi sono state per secoli luoghi preclusi alle donne). Inoltre,
s’imbarcano anche altri fattori biotici, merci e beni immateriali come idee sogni
esperienze culture lingue. Il grande giornalista e critico letterario Piero Dorfles
(Trieste, 1946) ci offre una colta ricognizione sui rapporti tra navigazione e
letteratura, scegliendo con acume una decina fra “Le parole del mare” possibili, per
esempio: bonaccia naufragio burrasca ammutinamento pesce porto.

***

Sono solo parole. Ma le usiamo tantissimo, anche a sproposito: storie e
spiegazioni intorno a come parliamo e scriviamo

AAVV (Stefano Bartezzaghi, Marco Cassini, Chiara Galeazzi, Luca
Misculin, Ludovica Lugli, Emanuele Menietti, Ilaria Padovan, Antonio
Russo, Giulia Siviero, Luca Sofri)
Illustrazioni di Gianluca Cannizzo
A cura di Nicola Sofri
Linguistica
Iperborea Milano
2025
Pag. 272 euro 21

Italia. Negli ultimi decenni. Non c’è niente che ci venga insegnato a scuola così
a lungo quanto l’italiano e non c’è niente che esercitiamo quotidianamente con
tanta intensità: possono dunque esserci molto utili storie e spiegazioni che
riguardano il linguaggio, soprattutto con un approccio prudente e indulgente.
Luca Sofri inizia il suo editoriale (“Tante cose”) da una citazione di Vasco Rossi
per argomentare come non serva una rigidità eccessiva sulle regole. Piuttosto
che correggere gli altri è meglio cominciare da noi stessi; l’obiettivo è la
descrizione e non la prescrizione, raccontare gli usi delle parole e le loro ragioni
senza voler imporre o ripetere presunte regole universali; ognuno cerca e trova
le sue parole, il modo per usarle male è soprattutto conoscerle poco e non
saperne sfruttare il senso (“anche se tante cose un senso non ce l’ha”). Così, è
possibile riflettere sulla lingua delle intelligenze artificiali o su quella specifica
nei e dei tribunali; sulle invenzioni letterarie della scrittura e del cinema; sul
vituperato schwa e sul latino che usiamo (con i relativi equivoci); su parole ed
espressioni come “movida”, “piuttosto che”, “cringe” e su certe altre che non si
potrebbero dire; su come mai diciamo “pronto?” quando rispondiamo al
telefono e sul momento in cui smettere di dire “buongiorno” e iniziare a dire
“buonasera”. Del resto, sono solo parole (da cui il titolo).

L’ottima casa editrice Iperborea pubblica la collana “Cose spiegate bene”,
realizzata da redattori e redattrici del quotidiano online Il Post, promosso e
diretto dall’aprile 2010 da Luca Sofri (che appunto anche qui firma l’editoriale
iniziale), una sorta di rivista di carta, ogni numero dedicato a un argomento,
questo godibile stimolante volume agli affascinanti propositi e spropositi delle
parole parlate e scritte (a cura di Nicola Sofri). Si tratta di una quarantina di
brevi articoli e schede (alcune delle quali fuori dal sommario), predisposti da
cinque autrici e autori (riconoscibili attraverso un simbolo peculiare), con
ulteriori spunti di Luca Sofri e quattro contributi di scrittori o giornalisti esterni
(Bartezzaghi sul “buggerare”, Chiara Galeazzi sul milanese, Cassini su parole
che si leggono al contrario, Ilaria Padovan sull’antilingua dei consulenti), con
illustrazioni e godibile lavoro redazionale grafico. Qualche spunto da alcuni
titoli: si può pensare senza parole?; l’italiano che parliamo è sempre meno
sessista; da cosa prendono nome i luoghi; perché in inglese grafia e pronuncia
sono così irregolari; le culture in cui uomini e donne parlano due lingue
diverse; il successo dell’espressione “nonluogo”; il problema di leggere Omero
se non si sa il greco; come non si raccontano i femminicidi (ma qui le
premesse messicane purtroppo mancano); diamoci pure del tu, ma…; “non
stiamo insieme, è più una situationship”; ci sono più refusi di una volta nella
ricerca scientifica. Piccola bibliografia finale “per approfondire”.

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