Il World Economic Forum di Davos si è concluso, tutti i jet privati e gli aerei di stato sono volati via, con i loro capi stato, ministri, finanzieri, proprietari e azionisti di multinazionali, economisti mainstream. Insomma, il gotha del potere politico, economico e finanziario, quello che governa il mondo.

Prima di arrivare a Davos hanno tutti ricevuto un documento, il Global Risks Report 2026, espressamente preparato per loro dagli organizzatori. Il rapporto – che indica i rischi più gravi emergenti che possono innescare effetti a catena capaci di destabilizzare gli equilibri economici e politici globali – integra le opinioni dei principali esperti del mondo accademico, imprenditoriale, governativo, delle organizzazioni internazionali e della società civile.
Cosa dice questo rapporto? Ci dice che i più gravi rischi da fronteggiare nel 2026 sono, prima di tutto, i conflitti geoeconomici (la guerra dei dazi, per intenderci), a cui seguono, in ordine, i conflitti armati tra Stati, gli eventi meteorologici estremi, la polarizzazione sociale e la disinformazione.
Gli stessi rischi si presentano nel breve termine (due anni), con sempre in primo piano i conflitti geoeconomici. Insomma, il sistema commerciale mondiale è a rischio di collasso, con le conseguenze a cascata immaginabili.
Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente, i governi ci stanno mostrando, con le loro azioni, che sono proprio questi, più o meno con lo stesso ordine, i rischi che percepiscono e si preparano a fronteggiare, se si escludono gli eventi meteorologici estremi, la cui criticità invece non è percepita e nel caso degli USA, negata.


Le cose cambiano completamente quando si va al medio termine, dieci anni. I rischi di oggi lasciano il posto a ben altri, dice il rapporto. La cenerentola della politica e dell’informazione che è oggi la crisi ambientale balza in cima ai rischi più destabilizzanti.
Infatti, secondo gli esperti il rischio più grande è costituito dagli eventi meteorologici estremi, seguiti – in ordine – dalla perdita di biodiversità e conseguente collasso degli ecosistemi, dai cambiamenti critici nei sistemi terrestri, dalla disinformazione e dalle conseguenze negative delle tecnologie di intelligenza artificiale. Cioè, ci dicono, se continuiamo a ignorare la crisi ambientale, strettamente collegata alla disinformazione, ci troveremo a dovere affrontare rischi gravissimi con conseguenze incontrollabili. Il tutto condito dal continuare a usare in modo improprio una potente innovazione tecnologica quale l’Intelligenza artificiale.
Gli esperti, che rappresentano un ampio spettro di punti di vista, danno alla platea di Davos, a quelli che comandano il mondo, il segnale di allarme: occupatevi della crisi ambientale, preparatevi ad affrontarla, perché già nel 2036 sarà in cima ai nostri problemi. Oppure agite in modo che non si presenti, combattendone le cause.


Una preoccupazione del tutto analoga, e supportata da crudi numeri, riguardanti ciò che a Davos più di tutto interessa, il denaro, viene pure dal mondo dell’assicurazione. Un recentissimo rapporto della Munich Re, la grande società di riassicurazione, fornisce dati agghiaccianti sui costi della crisi ambientale. Nel solo 2025 il costo totale dei disastri naturali, per il 92% dovuti agli eventi meteorologici estremi, è stato di 224 miliardi di dollari. A questo vanno aggiunti 17.200 morti e i danni alla salute, oltre a quelli causati agli ecosistemi, che non sono stati quantificati economicamente.
In Europa i danni causati dagli eventi meteorologici estremi nel periodo 2021-2024 sono ammontati a 208 miliardi di Euro, ci informa l’Agenzia Europea dell’Ambiente.
E non si tratta di anni eccezionali. Al contrario, i disastri ambientali sono destinati ad aumentare col passare del tempo anni, se non si arresta il riscaldamento globale.
Se il club esclusivo di Davos avesse fatto tesoro del rapporto sui rischi e si fosse preso la briga di ascoltare la voce di almeno alcuni dei suoi membri, le società di assicurazione, avremmo sentito parlare, almeno un po’, di crisi ambientale e di come affrontarla. E invece niente. Si è parlato di Groenlandia, ma solo come contesa terra di rapina, non come involontaria causa – attraverso lo scioglimento dei suoi ghiacci causato dal riscaldamento globale – del possibile arresto della corrente del golfo che porterebbe l’Europa nord-occidentale in una nuova era glaciale e della alterazione del regime di piogge sulla foresta amazzonica, che porterebbe alla sua trasformazione in savana.
Si è parlato di dazi, un po’ di Ucraina, di riarmo, mentre è scomparsa magicamente la tragedia di Gaza. E il futuro? Non quello lontanissimo, quello vicino, del prossimo decennio. Fuori dalla portata dei radar, evidentemente. Chi decide i destini dell’umanità desidera occuparsi solo di ciò che genera profitto o consenso subito. Che importa se fra dieci anni l’ambiente porterà il conto da pagare, tanto a pagarlo non saranno loro.


Da manuale è la risposta del nostro governo ai disastri ambientali. Propone misure di adattamento? No. Per carità, non c’è budget, dobbiamo armarci
. Allora misure di mitigazione, tipo auto elettrica invece che termica? No, per carità, e poi Elkan e l’ENI chi li sente. E allora? Allora, dice il governo, assicuratevi contro i rischi ambientali (per le imprese è diventato obbligatorio), così almeno qualcuno che ci guadagna c’è, le assicurazioni, e se poi le tasse dei cittadini vengono in parte usate per pagare i necessari aiuti alle popolazioni disastrate invece di usarli per la sanità o la scuola, pazienza. Non si può fare tutto. Bisogna essere pragmatici, non ambientalisti ideologici.

Federico M. Butera



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