Alla luce delle notizie che quotidianamente ci giungono dall’Ucraina e dal Medio Oriente, ho provato a fare una ricerca sulle guerre e sui conflitti che oggi sono in corso a livello mondiale. Emerge un quadro veramente allarmante ed impressionante. Attualmente nel mondo sono in corso numerosi conflitti armati, con stime che variano (intorno a 50-60), il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgono direttamente o indirettamente quasi metà dei Paesi e hanno causato milioni di sfollati e centinaia di migliaia di morti solo nel 2024. I conflitti principali includono la guerra in Ucraina, la crisi in Medio Oriente (Striscia di Gaza, Yemen), la situazione in Myanmar, in Sudan, in Etiopia, e le violenze legate al terrorismo e ai cartelli della droga in Africa (Sahel, RDC) e America Latina (Messico). Infatti nel 2025, il mondo continua a essere segnato da numerosi conflitti armati, molti dei quali silenziosi agli occhi dell’opinione pubblica, ma devastanti per le popolazioni coinvolte. Dall’Ucraina a Gaza, dallo Yemen alla Repubblica Democratica del Congo, milioni di persone vivono sotto la costante minaccia della guerra.
Ogni conflitto ha cause e sviluppi specifici, ma tutti condividono un impatto drammatico su civili, bambini e intere economie. Mentre i media si concentrano su alcuni scenari, ce ne sono altri dimenticati, dove le persone continuano a morire e sopravvivere in condizioni umanitarie critiche. Nelle principali zone di crisi alcune associazioni di volontariato, come Oxfam, portano aiuti, difendono i diritti umani e lavorano con i partner locali per garantire accesso all’acqua, cibo e protezione. Se esaminiamo le guerre attuali più rilevanti, con una panoramica globale emerge che rispetto ai conflitti del passato, oggi le guerre sono spesso più asimmetriche e frammentate, con attori statali e non statali, e si combattono non solo per territori, ma anche per risorse naturali, identità etniche e influenze geopolitiche. La componente mediatica e digitale ha inoltre cambiato la percezione e la gestione della guerra stessa. Tra le guerre più note nel 2025 spiccano due conflitti particolarmente gravi: quello in Ucraina e la recente escalation a Gaza. La guerra in Ucraina, iniziata nel 2022, ha causato oltre 14 milioni di sfollati e una crisi umanitaria su larga scala. Oxfam ha supportato più di 140.000 persone in Ucraina, oltre 370.000 in Polonia e decine di migliaia in Romania e Moldavia, fornendo acqua, kit igienici, cibo, alloggi e supporto legale. Quella in Ucraina è una guerra di cui si parla sempre meno, ma che non è ancora finita. Gaza è invece l’epicentro di un conflitto ciclico e devastante che nasce dall’occupazione e che ormai rientra nella categoria “genocidio” per la violenza costante subita dalla popolazione di Gaza in maniera unilaterale. L’ultima offensiva iniziata nell’ottobre 2024 ha provocato decine di migliaia di morti e sfollati. Nei primi tre mesi, Oxfam ha raggiunto oltre 73.000 persone con aiuti in contanti, kit igienici, cibo e assistenza per disabili. Il mondo nel 2025 conta oltre 100 conflitti armati, secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program. Alcuni sono internazionali, altri interni ma con implicazioni globali. Oltre a Ucraina e Gaza, sono attivi conflitti in Yemen, Siria, Etiopia, Somalia, Sudan, Myanmar, Afghanistan, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger e Sudan del Sud. Molti di questi conflitti sono classificati come vere e proprie guerre civili o insurrezioni armate, spesso alimentate da crisi economiche, violazioni dei diritti umani e disuguaglianze storiche.
In particolare l’Africa è oggi teatro di numerosi conflitti armati. Tra i più gravi troviamo quelli in: Yemen paese che, sebbene geograficamente in Asia, è legato alla crisi del Corno d’Africa. Repubblica Democratica del Congo (RDC) – Etiopia – Sudan e Sudan del Sud – Mali, Burkina Faso, Niger – Somalia In Yemen, il conflitto attivo dal 2015 ha causato una delle peggiori crisi umanitarie del mondo: 18 milioni di persone hanno bisogno di aiuto, di cui 11 milioni sono bambini. In RDC, gli scontri tra esercito e gruppi armati continuano a causare sfollamenti di massa e insicurezza alimentare. Anche l’Etiopia, con la guerra nel Tigray e le tensioni in Oromia e Amhara, resta instabile. Il conflitto etiope da solo ha provocato oltre 100.000 morti. DALLE TENSIONI SOCIALI E RELIGIOSE ALLE GUERRE ETNICHE Le guerre non nascono mai per caso. Spesso sono il risultato di tensioni accumulate nel tempo, alimentate da fattori politici, sociali ed economici. Tra questi, le divisioni etniche e religiose rappresentano alcune delle radici più profonde e complesse del conflitto. Quando le differenze culturali vengono strumentalizzate da attori politici o poteri esterni, possono trasformarsi in vere e proprie cause di guerra. La retorica dell’“altro” che esclude, colpevolizza o disumanizza chi è diverso è uno strumento potente nelle mani di chi vuole rafforzare il proprio potere fomentando divisioni. Le guerre etniche e religiose non riguardano solo il passato: oggi si combatte in numerosi paesi, dall’Africa orientale al Medio Oriente, in contesti dove gruppi diversi convivono forzatamente o sono stati storicamente marginalizzati. L’origine etnica si riferisce all’identità culturale di un gruppo di persone che condividono caratteristiche comuni come lingua, storia, religione o costumi. A differenza della razza, che è un concetto biologicamente privo di fondamento, l’etnia ha una forte componente sociale e culturale. Il senso di appartenenza a un gruppo etnico può essere una forza di coesione, ma anche un fattore di divisione se strumentalizzato in contesti di conflitto o diseguaglianza. Le tensioni etniche spesso si intensificano quando uno o più gruppi sono esclusi da risorse, rappresentanza politica o servizi fondamentali. Le politiche di discriminazione etnica adottate da alcuni governi possono condurre all’isolamento, alla marginalizzazione e infine allo scontro armato. Va detto che ci sono diversi tipi di guerre e i conflitti armati possono essere classificati in diversi modi. La IV Convenzione di Ginevra e i Protocolli aggiuntivi li distinguono principalmente in due categorie: conflitti internazionali, che coinvolgono due o più Stati con eserciti regolari (es. la guerra Russia-Ucraina). Conflitti non internazionali o interni che avvengono all’interno di uno Stato, tra il governo e gruppi armati organizzati, oppure tra fazioni in lotta tra loro.
Oltre a questa distinzione legale, ci sono anche conflitti etnici, religiosi, politici o economici. In molti casi, un conflitto presenta una combinazione di più motivazioni: ad esempio in Yemen la guerra ha origini politiche ma coinvolge anche differenze religiose (sunniti vs. sciiti) e regionali. Occorre anche precisare che cosa sono le guerre etniche: sono dei veri e propri conflitti armati in cui gruppi etnici si scontrano per ragioni di identità, potere, controllo territoriale o sopravvivenza. Questi conflitti possono essere il risultato di discriminazioni prolungate, politiche repressive o promesse mancate di autonomia o giustizia. Un esempio drammatico è il conflitto in Sudan, dove la guerra in corso coinvolge diverse milizie etniche e ha già causato una crisi umanitaria gravissima. In Etiopia la guerra nel Tigray ha mostrato come le divisioni etniche possano esplodere in violenze diffuse. Già nel 2024 oltre 116 milioni di persone nell’Africa orientale e meridionale erano senza accesso all’acqua, aggravando i conflitti esistenti e moltiplicando le tensioni. Spesso, questi conflitti sono sostenuti o aggravati da attori esterni, Stati o gruppi armati, che forniscono armi, risorse o supporto strategico, sfruttando le divisioni etniche a proprio vantaggio. Infine, abbiamo cercato di capire quali sono i conflitti religiosi nel mondo, con guerre o violenze motivate, almeno in parte, da differenze di credo. Ma la religione è raramente l’unica causa: spesso è intrecciata con rivendicazioni politiche, territoriali o etniche. Il rischio principale è che la religione venga manipolata per giustificare odio e violenza, contribuendo alla radicalizzazione e al prolungamento dei conflitti. Alcuni esempi attuali: Yemen: il conflitto tra il governo (sostenuto da Arabia Saudita) e gli Houthi (gruppo sciita) ha una forte componente settaria, con la religione usata come marcatore identitario e strumento di propaganda. Striscia di Gaza: il conflitto israelo-palestinese, pur avendo radici storiche e politiche, è anche carico di tensioni religiose. Nigeria: i gruppi estremisti come Boko Haram perseguitano le comunità cristiane e moderate islamiche, provocando migliaia di morti e milioni di sfollati.
Per dare evidenza e fare conoscere questi dati allarmanti nel mese di gennaio come Piazze del Sapere, insieme alle altre associazioni (a partire da Infiniti Mondi e dai padri comboniani che operano a Castel Volturno) organizzeremo un incontro pubblico nella sede del Cidis di Caserta.
Pasquale Iorio

