La nuotatrice notturna
Adrián N. Bravi
Romanzo
Nutrimenti Roma
2025
Pag. 191 euro 18

Marche e Portogallo. Novembre 2008. Il gentile 45enne Jacopo Bordignola
sente squillare il telefono nella vecchia casa marchigiana dei nonni, dove ormai
da un decennio vive solo con la gatta Milla. Dall’altra parte, Ingrid gli comunica
che la notte prima suo padre è morto annegato in un fiume portoghese. Pietro
era andato via decenni prima, aveva lasciato la moglie poco più che ventenne e
il figlio piccolo di nemmeno sei anni, non era più tornato, spediva cartoline
raramente (dal Mississippi, dal Gange, dal Nilo, dalla Finlandia); con i bei
capelli ricci lunghi e basette risorgimentali era salito su una Citroën arancione,
un uomo al volante e due o tre ragazze dietro; pur avendo detto che sarebbe
rientrato presto, evidentemente aveva poi iniziato altrove una nuova esistenza.
Jacopo era nato quando i genitori avevano 17 e 19 anni, da infante si era
molto legato al padre e, dopo la sua repentina immotivata partenza, aveva
trascorso la vita aspettandone il ritorno, avrebbe tanto desiderato reincontrarlo
e starci ancora insieme, magari a suonare l’armonica. La madre Mina non ne
parlava mai, non gli aveva confidato o raccontato nulla; si era sposata con
Simone, avevano avuto due gemelle monozigoti; la notizia lo immerge nel
dolore e nei pochi ricordi, pure nella esigenza di capire da chi, come e perché è
stato avvisato, il giorno prima che il padre compisse i sessantré. Ormai da
molti anni Jacopo è assunto dal comune per sistemare le tombe al cimitero
Santa Maria dei Canti, lui altissimo pesante lento goffo (dislessico) accanto
all’iracondo collega muratore necroforo Quinto Ciabattoni. Quinto viene lasciato
dalla moglie, Jacopo lo ospita per un po’ e gli presta i soldi; sistemano le
faccende e Quinto gli suggerisce di andare di persona a Rio Salgueiro; certo
non può organizzarsi da solo, prendono le ferie e partono insieme. Scoprono
quasi subito che lì Pietro era Manuela (e che si tratta di un bel segreto).
L’ottimo scrittore argentino di lingua italiana Adrián Nazareno Bravi (Buenos
Aires, 1963) si è trasferito in Italia alla fine degli anni Ottanta per proseguire
gli studi, si è laureato in filosofia e lavora da tempo (recanatese d’adozione)
come bibliotecario presso l’Università degli Studi di Macerata, pubblicando
anche da oltre vent’anni letteratura varia (pure traduzioni e saggi),
principalmente una decina di romanzi e alcuni racconti di notevole qualità.
L’ultima bella opera è delicata e poetica. Il padre del protagonista aveva
un’abitudine: nuotava sempre di sera, quando la luce del sole calava e
cominciavano a comparire le prime stelle della notte; gli piaceva fermarsi in
mezzo al fiume e fare il morto a galla; se proprio c’era necessità di trovare una
sua qualsiasi condivisa identità (“parola escludente”, ovvero costringente) si
considerava dunque una nuotatrice notturna (da cui il titolo). In copertina una
azzeccata immagine (volto colorato d’intenso genere) di Irene Blasco, sopra un
foglio manoscritto dell’autore. La narrazione è prevalentemente in terza al
passato, con incursioni in prima durante il finale racconto materno e le
ritrovate lettere paterne, fra plurime femminilità e mascolinità, maternità e
paternità, accanto a innumerevoli citazioni di libri e film, in un mondo in cui
siamo tutti trans e queer, poco o tanto. Significativa la scansione in quattro
“parti” intitolate ai personaggi principali legati a Jacopo: Pietro, Quinto,
Manuela, Mina. Vino e whisky ovvio, ma è la musica a narrare davvero molto:
l’armonica risulta intergenerazionale, Tintarella (di luna) il soprannome
affettuoso, gli Abba cantati con una mano sul cuore come inno nazionale, poi
soprattutto Michel Jackson. Eccolo, eccoci: Jacopo di tanto in tanto frequenta la
matura abbondante Rosalia, da lei e dalla relativa madre cerca lo stato
mentale appropriato e comincia a muoversi a modo suo, ancheggiando per
infervorarsi; adatta una mimica evocativa prima di intonare l’inizio di Billie
Jean; prosegue in un inglese approssimativo e inventato, facendo finta di
prendere il microfono e ripetendo meticolosamente ma goffamente i passi di
danza; affascinante. Affascinante.
***
L’opera-vita di Antonio Gramsci
Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini
Traduzione di Giulio Azzolini
Storia intellettuale biografica
Einaudi Torino (orig. 2023; edizione italiana aggiornata)
Pag. 505 euro 34,00
2025
Torino, Italia, Russia, mondo. 1911 – 1937. Antonio Gramsci (1891-1937) da
fine 1911, ovvero dalla giovinezza (alla morte) scrisse testi dallo statuto assai
diverso (tralasciando qui temi scolastici e poco altro prima del trasferimento a
Torino): dapprima articoli di giornale, molto spesso impegnati e anonimi; poi
testi militanti, analitici e programmatici, confacenti al dirigente politico
liberamente divenuto (1919-1926), e lettere riservate ai componenti del
gruppo comunista italiano e dell’Internazionale; infine, una volta in prigione
(da novembre 1926), due tipi di narrazioni (i cui primi lettori, come l’autore
sapeva bene, erano i censori responsabili fascisti della sua detenzione): lettere
a vari destinatari, che la cognata Tatiana Schucht, trasmetteva segretamente
anche ai dirigenti del partito in esilio (le famose eccelse Lettere dal carcere);
traduzioni e appunti di lettura, riflessione e ricerca, vergati su trentatré
quaderni di scuola (i famosi eccelsi Quaderni del carcere), conducendo una
duplice acuta polemica, contro le filosofie idealistiche (Croce in particolare) e
contro le deviazioni dogmatiche del marxismo (pure in Urss). C’è tutta una
storia, politica culturale filologica sociale, della loro pubblicazione ed effettiva
conoscenza, in Italia e in molti paesi dei vari continenti: Gramsci è ancor oggi
considerato (da oltre mezzo secolo) l’intellettuale italiano più letto e apprezzato
al mondo, valutazione meritata e sapiente. La lettura e l’analisi delle sue
scritture meritano e necessitano un onesto serio approccio insieme storico e
diacronico, ancorarsi sia alla contestualizzazione di parole e frasi rispetto a
quanto avveniva più o meno un secolo fa, sia alle coeve attività pratiche e
intellettuali di uno scrittore, indipendente o rinchiuso, letto decenni dopo la
morte; un pensiero politico inseparabile da un concreto agire nel mondo (da
cui il titolo).
Due studiosi francesi, lo storico del pensiero politico italiano Romain Descendre
(Parigi, 1971) e lo storico della filosofia politica Jean-Claude Zancarini (Saint-
Étienne, 1952), insegnano da decenni a Lione e spesso collaborano per
ricerche e saggi, offrendo qui un meticoloso aggiornato volume di coerente
riflessione sui testi di Antonio Gramsci, letti in modo integrale, diacronico e
storicizzato. Gli ottimi autori scandiscono tre sequenze, utili pure a ovviare a
semplificazioni enciclopediche, ortodossie unilaterali, opportunismi contingenti:
gli anni della Formazione di un intellettuale socialista (1911-1919), fino al
termine della guerra (sei capitoli); Il militante rivoluzionario (1919-1926) che
promuove la nascita del movimento comunista italiano (sette capitoli); Il
prigioniero (1926-1937), costretto dal carcere a sviluppare un pensiero
innovativo sul marxismo, con appunti strategici per una lotta teorica e politica
tesa a comprendere l’avvento reazionario del fascismo e, sulla base della ricca
documentazione emersa e diffusa negli ultimi trenta anni, le involuzioni
regressive del movimento comunista internazionale (tredici capitoli). Non è una
biografia in senso stretto (loro e noi attendiamo con saggia pazienza quella di
Francesco Giasi), non è un compendio organico delle idee gramsciane, non è
una sintesi monografica su un’intellettuale moderno; piuttosto il racconto
dell’elaborazione di un pensiero inscindibile da un agire storico, la ricostruzione
del percorso intellettuale e morale di chi, già in vita, è percepito come un
“gigante” politico, considerandosi a sua volta “un uomo medio, che ha le sue
convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo”. Oltre al
rigoroso apporto filologico del traduttore, la principale differenza con l’edizione
originale francese del 2023 (conseguenza di seminari specifici tenuti dal 2012
all’École normale supérieure di Lione) è l’aggiunta di alcune (indispensabili)
pagine iniziali sulla giovinezza (sarda) di Gramsci. Utili apparati all’inizio
(riferimenti cronologici, fonti e abbreviazioni) e alla fine (indice dei nomi).
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Colpo di luna
Georges Simenon
Traduzione di Marina Di Leo
Romanzo
Adelphi Milano
2025 (orig. 1933, Le Coup de lune, 1° ed. Adelphi 2004)
Pag. 166 euro 12
Libreville, Gabon. Un agosto dei primi anni Trenta del Novecento, quasi un
secolo fa. La nave si ferma in rada; la terraferma è ancora lontana, appare
come una sabbiosa linea bianca sovrastata dalla linea scura della foresta;
grazie a una scialuppa e all’aiuto di un negro, il beneducato 23enne Joseph
Timar, francese originario di La Rochelle (a sud-ovest, fra Nantes e Bordeaux),
con tanti bagagli sbarca infine al porto della capitale della colonia. C’è un unico
albergo, il Central, una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a
cinquanta metri dalle palme da cocco, e immersa in un intrico di piante dalle
forme bizzarre. Le spoglie camere (tante sempre libere) si trovano al piano
superiore: pareti in colori pastello, zanzariere sopra i letti, brulichii di
animaletti, una brocca un catino un baule (i bisogni dietro un cespuglio, fuori).
Sotto, nella sala principale, ci sono il caffè, aperto al pubblico (bianco), e il
ristorante, dove quotidianamente mangiano gli scapoli (bianchi) della zona,
ognuno possiede i propri tavolo e portatovagliolo. Grazie a un potente zio, lui è
stato teoricamente assunto dalla compagnia Sacova, si presenta all’agenzia
commerciale, malmessa; il direttore è ancor più stupito, il posto si trova
praticamente a dieci giorni di navigazione, nella parte alta della foce del fiume,
e la lancia è in riparazione, ci vorrà almeno un mese. Una delle prime mattine
(di sudata pigra attesa) si presenta in camera la calma sorridente 35enne
sensuale bianca Adèle e scatta d’improvviso un’intimità frenetica e brutale, non
è il primo. Lei è la padrona dell’albergo insieme al bianco marito, Eugène, il
quale muore dopo qualche giorno, quasi in contemporanea con l’omicidio di
Thomas, il boy negro dell’albergo. Clima torrido equatoriale, torbido contesto
coloniale, concessioni francesi di sfruttamento privato di innumerevoli alberi
locali (ebani e mogani), regole storicamente razziali, da capire purtroppo.
Anche questo romanzo è molto bello (non Maigret, non giallo). Mesto
angosciante avvilente, sempre eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo
quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese
d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli
autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta
ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi
scritti. Questo breve impietoso excursus romanzesco nel mondo coloniale
africano della Francia (visitato di persona poco tempo prima) è del 1933, già
tradotto una ventina di anni fa. Scritto in un periodo di prodigiosa creatività,
l’autore descrive l’ecosistema umano con crudo coraggioso realismo: da una
parte la massa dei neri, schiavizzata seppur inafferrabile e minacciosa;
dall’altra la comunità europea, mediocri funzionari più o meno cinici e più o
meno corrotti, accanto a oppure essi stessi “naufraghi” della vita abbrutiti da
caldo, alcol, febbri tropicali. La narrazione è in terza varia al passato, fissa sul
giovane inesperto sprovveduto Joseph Jo, vieppiù angustiato dalla situazione.
In copertina un nudo di schiena (d’incarnato scuro) su divano rosa di Vallotton
(dipinto nel 1925), la coprotagonista verrebbe da dire. Il titolo allude ai
tenebrosi allucinati chiaroscuri dell’Africa (che dicono misteriosa), a volte di
notte appare il proprio colpo di luna, poi torna indimenticabile e inesorabile,
una “crisi”, come potrebbe definirsi: “l’avrebbe aiutato, nel vuoto del letto, a
ritrovare la carne troppo bianca di Adèle e l’aria pesante, e un sottofondo di
sudore, e l’odore dei rematori neri, mentre sua moglie, in camicia da notte, gli
avrebbe preparato una tisana”. I negri possono essere frustati o appesi, pagati
o sparati, alla bisogna. Vini e liquori soprattutto patri (come giustizia e
ingiustizia), ça va sans dire: champagne, pernod, calvados. Anche il contorno
musicale ne risente.
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La filosofia di Montalbano
Andrea Camilleri
A cura di Filippo Lupo
Con una nota finale di Gianfranco Marrone
Sellerio Palermo
2025
Pag. 258 euro 15
Vigàta, decenni scorsi. Nel 2012 l’immenso Andrea Camilleri (1925 – 2019) ha
pubblicato già 18 dei romanzi con protagonista Salvo Montalbano e fin dal 1999
milioni di italiani lo hanno scoperto anche grazie a Luca Zingaretti (calvo e senza
baffi l’attore, però). In quell’anno matura l’idea di definire meglio i contorni del
personaggio e approva il progetto di una raccolta di brevi brani solo sulla personalità
di Salvo, rinviandone la realizzazione. Ora “La filosofia di Montalbano” (quella che
emerge dalla fiction letterale, non dalla ricostruzione culturale successiva) raccoglie
dialoghi, frasi, battute dei romanzi, documentati e selezionati dal presidente del
Camilleri Fans Club, in 28 voci: abitudini, amicizia, amore, burocrazia, carabinieri,
carattere, comunicazione, donne, eros, età, filosofia, genitori, giustizia, lessico,
letture, lingua, mafia, mare, matrimonio, morte, passioni e idiosincrasie, pensieri,
politica, religione, sbirritudine, tavola, tecnologia, ulivo saraceno.
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Giacomo Leopardi. Sguardi contemporanei tra Recanati e Napoli
AAVV, ovvero Pietro Ingrao, Piero Bevilacqua, Gianfranco Borrelli, Francesco
Paolo Botti, Valerio Calzolaio, Mario Carassai, Iaia De Marco, Marco Ferri,
Enrico Ghidetti, Mimmo Grasso, Cesare Luporini, Mario Martone, Gianfranco
Nappi, Claudia Siano, Paolo Speranza, Antonio Tubelli, Rossana Valenti, Gianni
Zagato
Letteratura
Infinitimondi Napoli
Dicembre 2025 (supplemento speciale del bimestrale di pensieri di libertà, anno 9
numero 42)
Pag. 225 euro 20
Italia. 1832 – 1837, pure prima e dopo. Leopardi trascorse a Napoli gli ultimi intensi
cinque anni dell’esistenza, non furono certo i peggiori, sul piano letterario o sociale o
enogastronomico. Nell’interessante numero speciale di fine 2025 dedicato a
“Giacomo Leopardi” dall’ottima rivista curata dal poliedrico Gianfranco Nappi con
contributi di AAVV, studiosi ed esperti (alcuni anche recanatesi e napoletani, da cui
il sottotitolo) di molteplici competenze, troverete documentazione e saggi
contemporanei che offrono spunti su vari aspetti culturali e biografici. S’inizia con
una lunga intervista a Pietro Ingrao effettuata proprio a Recanati il 12 giugno 1998,
sul poeta filosofo scienziato, ripubblicata e, incredibilmente, ancora fertile e
“moderna” (per esempio: “sento in Binni un po’ sottovalutate le Operette morali, che
invece hanno delle pagine splendide, incantevoli”). Ghidetti scrive del “moralista e
politico”, Martone del “drammaturgo segreto”, Tubelli dei piatti preferiti.
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La stanza delle ombre
Mirko Zilahy
Noir
Mondadori Milano
2025
Pag. 371 euro 20
Roma. Settembre 2025. Sul Tevere, sotto la mole del Gazometro e della basilica di
San Paolo, viene ritrovato un cadavere di donna con bocca socchiusa e una
(splendida) colorata messa in scena, come in un dipinto. L’esperto commissario
Zuliani arriva con la sanguigna ispettrice Tiberi e capisce che deve convocare un
esperto; il giovane amico Nemo Speranti, docente dell’Accademia, arriva suo
malgrado e riconosce l’Ophelia di Millais; così come due settimane prima aveva
visto Giaele e Sisara di Artemisia Gentileschi sulla scena di Palazzo Barberini con il
cadavere del direttore. A Miriam il tipo non piace e alcuni indizi indicano addirittura
lui come possibile colpevole. Fra l’altro, il quadro appena rubato non è autentico,
bensì opera del più grande falsario del Novecento, Rufo Speranza, morto suicida
pochi anni prima e padre di Nemo. Delitti artistici nel bel noir sul concetto di vero
dell’ottimo Mirko Zilahy (Roma, 1974). “La stanza delle ombre” è stato finalista
allo Scerbanenco 2025.

