Ospitiamo ben volentieri questo contributo di Adelchi Scarano, compagno di partito di Paolo Broccoli e autore del libro Storia di un comunista. La professione politica di Paolo Broccoli. Venerdì 21 novembre a Caserta, ad un anno dalla sua scomparsa, si tiene un importante appuntamento di riflessione e di confronto che sarà concluso da Massimo Cacciari.
Uno degli ultimi scritti politici di Paolo Broccoli è contenuto nel volume edito da Infinitimondi e dedicato alla Storia del PCI casertano ( scrivere a infinitimondirivista@gmail.com per riceverlo ).
***
Homo politicus: la definizione sembra mettere d’accordo tutti quelli che hanno parlato di Paolo Broccoli in questo anno che ci separa dalla sua morte. Ma la grammatica – come sappiamo da tempo – pur essendo indispensabile a formulare le nostre proposizioni, è pur sempre il risultato di processi di enorme semplificazione che, in quanto tali, eludono in gran parte la complessità dei fenomeni che intendono rappresentare. È come se volessimo discernere le qualità di un vino limitandoci a leggerne l’etichetta, senza assaggiare il contenuto della bottiglia. Se con questa etichetta intendiamo riferirci all’arcinota definizione aristotelica, allora sì, Broccoli era indubbiamente un politikón zõon: essendo connaturato agli esseri umani vivere in comunità articolate in classi, funzioni, interessi, in sé disarmonici, chi pensa di fare a meno della politica vive fuori dalla realtà e, in definitiva, si mostra assai poco umano. La politica è necessaria perché, senza di essa, qualsiasi comunità umana sarebbe destinata al disfacimento.
Le cose tendono a complicarsi quando consideriamo che lo stesso Aristotele sostiene che (prima della politica) gli umani si distinguono perché desiderano conoscere (eidénai orégontai). Un desiderio che, nel caso di Broccoli, è stato tanto acuto da diventare talvolta un problema nell’esercizio della sua professione politica. Accadeva che quando parlava negli organismi dirigenti del Pci casertano, non erano pochi quelli che ironizzavano circa la scarsa comprensibilità dei suoi discorsi: un modo come un altro per mascherare la loro insufficiente propensione all’apprendimento. Forse nessuno più di Mauro Olivi è riuscito a descrivere in poche parole l’indole del suo amico: “Broccoli era soprattutto un uomo di singolare qualità: con un talento naturale, vorrei dire, per comprendere e spiegarti la complessità della vita”. Questo talento naturale mi pare un elemento differenziale indispensabile ad inquadrare la figura di Paolo Broccoli e il suo rapporto, vitale e tormentato, con la professione politica. Egli sapeva che non è la politica a permetterci di conoscere le cose, bensì la scienza, la filosofia, l’arte, la letteratura. Quando gli si chiedeva cos’era per lui la politica, Broccoli non esitava a rispondere che si trattava di una tecnica, di una professione dotata di proprie competenze. Ma il suo era un machiavellismo assai diverso da quello praticato dai “predoni borgiani” (G. da Empoli) che dominano la scena politica del ventunesimo secolo, fondato com’era sulla convinzione che, in assenza dei sostrati cognitivi che consentono di percepire la complessità del reale, la politica non merita neppure la qualifica di tecnica: non si dà alcuna tecnica che ignori le cause, le relazioni, la possibile evoluzione dei fenomeni di cui si occupa.
Al tempo stesso non si dà alcuna tecnica che non produca qualcosa: può essere un manufatto, un’opera d’arte, un cambiamento dello stato di cose preesistente. Quando gli chiesi che cos’è la politica, Broccoli rispose: “La politica non è dire, ma fare; può essere pensare, ma al pensiero deve conseguire l’azione, altrimenti non è altro che contemplazione”. E citava Mario Tronti: “Chi viene da lì non dice: ho un sogno. Dice: ho un progetto. Devo fare una cosa che si può fare. Appronto i mezzi indispensabili per farla. Tentare l’impossibile? Si, ma per ottenere, weberianamente, il possibile. Mettersi dalla parte del torto? Certo, ma per arrivare ad avere ragione. E questa nessuno te la regalerà. Te la devi conquistare, con l’abilità e la forza, con la golpe e il lione”. Così istituiva un legame inscindibile tra pensiero e politica: senza scienza la politica non ha il rango di una tecnica, ma senza l’azione trasformatrice la scienza si riduce a stucchevole contemplazione.
D’altra parte, se è vero che dal compagno Machiavelli aveva appreso che nell’argomentare politico non dovesse essere riconosciuto alcuno spazio a considerazioni di tipo moralistico, il suo argomentare mostrava in piena evidenza la consapevolezza che nel suo partito (come in tutti gli altri) convivevano almeno due modi di concepire la politica: per i semplificatori, uomini dall’eloquio facile e accattivante, la politica in sé stessa (il potere) era un fine, l’oggetto vero del loro desiderio: cummannari è megghiu ca futtiri (Broccoli amava i racconti di mafia, perché li considerava in continuità con questa visione della politica). Per lui, invece la politica era uno strumento di organizzazione della complessità mediante la decisione, purché fondata sulla conoscenza dei fenomeni e sull’urgenza di cambiare uno stato di cose ritenuto insoddisfacente: “ho sempre considerato il partito uno strumento del riscatto dei lavoratori (come del resto è il sindacato), non un moloc al quale sacrificare il nostro pensiero”.
Broccoli era comunista: la chiosa finale del Manifesto del 1848 (Proletari di tutti i paesi unitevi!), lungi dall’essere uno slogan, costituiva per lui la condizione senza la quale non era possibile cambiare i meccanismi economici che generano lo sfruttamento e le disuguaglianze. Nondimeno, in un dialogo durato più di mezzo secolo, non gli ho mai sentito dire che un giorno avremmo realizzato il comunismo: nella sua visione non c’era traccia alcuna di una filosofia della storia, dell’idea che la presenza umana sulla terra avesse un senso prescritto. La convivenza degli umani si esprime nel conflitto perenne: nessuno stato può ritenersi stabile, meno che mai si può pensare che il comunismo sia il destino della storia.
La sua adesione al Partito comunista era la conseguenza, non la premessa, di una scelta di campo (necessariamente prepolitica!), fatta a quindici anni, quando nella piazza del suo paese assisteva al mercimonio delle braccianti sue coetanee. Interrogandosi, per alcuni anni, sul che fare per modificare uno stato di cose per lui intollerabile, pensò che il cambiamento fosse possibile solo per via politica e che il partito comunista costituisse lo strumento più idoneo a generarlo.
Ritengo che il documento più significativo che Broccoli ha lasciato sia contenuto nella relazione da lui svolta nel congresso della Federbraccianti-Cgil di Caserta nel marzo del 1969, nel pieno della più importante stagione di lotte sociali della vicenda repubblicana. In essa possiamo leggere, quasi per intero la sua visione della politica. “Un intreccio nuovo e più avanzato oggi lega le rivendicazioni e gli obiettivi che sono alla base delle lotte dei lavoratori dell’industria e dei braccianti, che per la prima volta vedono l’apporto autonomo, originale, ma tuttavia unitario, che viene dalla presenza degli studenti e dalle loro lotte rinnovatrici. Per questi ultimi si fa sempre più pressante ed urgente la necessità di una saldatura e di un legame con le lotte dei braccianti, degli operai, per creare insieme una reale volontà liberatrice nel paese e nel Mezzogiorno, per abbattere l’oppressione, lo sfruttamento, i dislivelli umani e sociali. Il Mezzogiorno è al centro di questo scontro di classe: la lotta contro l’attuale assetto retributivo per zone salariali, […] pone soprattutto un problema di sviluppo autonomo e pieno di tutte le risorse umane e sociali”.
Indubbiamente si tratta di un linguaggio che appartiene al ventesimo secolo, sicché pare lecito domandarsi se e in quali termini può parlare all’umanità del ventunesimo. Personalmente non so dare una risposta; mi aspetto che il Convegno del 21 novembre sappia trovarne qualcuna.
Adelchi Scarano





