https://www.strisciarossa.it/pasolini-comunista-eretico-e-lo-scandalo-della-coscienza-che-ci-interroga-ancora-oggi/

1. ”Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere di un Partito che è tuttavia all’opposizione ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere”.

Il messaggio politico della famosa invettiva, dopo gli scontri di Valle Giulia, di Pier Paolo Pasolini è qui. Di un Pci “malconcio” e, aggiungiamo, nei confronti suoi e di altri intellettuali, intollerante. PPP avverte, col gusto del paradosso, che il plauso generale ai movimenti e agli studenti è carico di insidie.

Qualche anno dopo Adriano Sofri, al Congresso di scioglimento di Lotta Continua, sembra indicare questa prospettiva – impadronirsi del potere nel Pci – che da tante parti, dopo l’apertura di Luigi Longo agli studenti, viene praticata come scelta individuale.

Ma nella critica pasoliniana c’è di più.

Santo laico della corporeità

PPP si sente un «corpo estraneo» rispetto agli studenti: egli è estraneo in quanto corpo, tra giovani borghesi che gli appaiono borghesi come i loro padri che contestano, menti senza corpo, irrigiditi in un puro rigorismo astratto e nella mistica del primato della prassi. Il Sessantotto, ha osservato Romano Luperini, “non era favorevole alla rivendicazione della corporalità, perché puntava molto sull’elemento superegotico, cerebrale”.

Saranno i movimenti degli anni Settanta – aggiunge una giovane studiosa, Jole Silvia Imbornone – quello femminista in testa, ad identificare nel nesso corpo-mente un livello di radicale ‘asimmetria’ rispetto alle forme del dominio e a richiamare a modello Pasolini, come ancora ha notato Luperini, come un “santo laico della corporalità”.

Pasolini al contrario riconosce nei giorni delle rivolte studentesche del 1968-1969 la poesia come strumento irriducibile di critica del presente; come ha scritto un altro grande poeta, Andrea Zanzotto, la poesia appare a Pasolini, nel suo vivere la vita violenta, i margini -non solo ai margini – della società l’”ultima roccaforte di resistenza alla marea montante della massificazione”. L’e-marginazione diventa nella poetica pasoliniana una scelta corporale, di condivisione della sofferenza e della speranza degli ultimi.

La percezione corporale, carnale e, per così dire sentimentale che del 68 studentesco ha Pasolini – “testimone esterno” come ebbe a scrivere Rossana Rossanda degli intellettuali rispetto al Movimento – è che in assenza di un rapporto con la tradizione del Pci, col mondo popolare che rappresentava, coi figli del popolo identificati coi poliziotti, questa rottura giovanile rischiasse di favorire i processi di omologazione e americanizzazione sempre più inarrestabili nella modernità. Le lucciole erano già scomparse, e ora rischiava di scomparire la memoria.

La lotta contro la tradizione e contro l’autorità aiuta il sistema a rigenerarsi cancellando il suo passato, per perpetrarsi, rinvigorito, nel futuro sotto forme concilianti che bene risponderebbero all’autentica vocazione riformistica e non rivoluzionaria della contestazione studentesca.

La restaurazione di sinistra

Habermas aveva parlato di «fascismo di sinistra». Pasolini postula l’esistenza di una «restaurazione di sinistra», i cui “Capi invisibili videro con soddisfazione / che il loro Passato cominciava a venir distrutto”. Ormai l’intellettuale “è dove l’industria culturale lo colloca: perché e come il mercato lo vuole”. Non avendo il coraggio di adempiere al loro dovere di essere intellettuali fino in fondo, gli studenti diventano, nella loro opposizione alla cultura, strumenti del Capitale.

2. Si può discutere del carattere unilaterale di queste affermazioni. Fatte allora, invitavano a riflettere al di là delle apparenze delle assemblee, degli slogan, dei cortei. A capire la grande trasformazione del capitalismo che si era avviata da un decennio, e a cui il 68 ha dato un formidabile, anche se largamente inconsapevole, impulso. Il salto è stato dalla società rigida, della catena di montaggio e della divisione del lavoro a quella liquida, del lavoro parcellizzato, del controllo digitale, del consumo di massa. Le icone di Andy Warhol e tutto il fenomeno Pop – popular, popolare – stanno in questa capacità delle élites di affascinare il popolo, sono in qualche modo la manifestazione di questa “restaurazione di sinistra”, per dirla con Pasolini.

Certo. Riconoscere la verità interna di questo punto di vista non può trascurare quello che già l’ultimo Palmiro Togliatti, all’inizio del 1964, aveva compreso. Quattro anni prima del 1968, Togliatti scrive che “il tratto fondamentale dell’animo delle giovani generazioni” è “una potente spinta verso la libertà… libertà dai vecchi intralci, dalle secolari costrizioni, come avanzata impetuosa verso la conoscenza e la padronanza del mondo”. Il leader del Pci percepiva cosa bolliva nella pentola delle società occidentali. L’apertura di Longo e poi di Enrico Berlinguer alle istanze studentesche, e il sindacato dei consigli e la linea studenti-operai uniti nella lotta, contribuirono a dare negli anni successivi uno sbocco politico a sinistra, culminato con le elezioni del 1975 e del 1976.

Le sue profetiche provocazioni

In questo senso, come ha suggerito in uno splendido lavoro su Pasolini politico Giorgio Galli, l’intellettuale friulano è stato un “comunista dissidente”. Ancor più: un comunista eretico, che del legame fisico e coprorale col popolo e coi giovani faceva la sua irriducibile identità. Un marxista “essenziale”, con una palese matrice cattolica.

Dopo la pubblicazione di “Una vita violenta”, nel 1959, Mario Montagnana, dirigente del Pci (e cognato di Togliatti), stronca il romanzo, perché a suo dire rappresenta in modo negativo “la povera gente”. Ma gli risponde Edoardo D’Onofrio, leader dei comunisti romani, difendendo Pasolini per la verità e l’amore che trova nella rappresentazione delle attitudini del popolo delle borgate della Capitale.

Ma, tornando a PPP, oggi, le sue provocazioni appaiono come incredibilmente profetiche. Un intellettuale dotato di uno shining che illuminava gli scenari più oscuri. Certo: ci sono voluti vent’anni perché questo ciclo si compisse, attraverso il terrorismo fino al crollo del Muro di Berlino. L’industria culturale -in senso lato- è stata la protagonista di questo cambiamento, così come quella meccanica lo era stata della precedente rivoluzione industriale. Al fondo c’è l’algoritmo, e la capacità di massimizzare tempi e profitti, al di là dell’umanità. Di dare valore economico al tempo e alla sua riduzione.

Il compromesso storico e il congelamento del conflitto

La velocità- questa superfast society- è la misura di tutto. Ma ci sono valori, dell’umano e del non umano (come ci diceva Pietro Ingrao), della natura, che non possono reggere l’aumento infinito della velocità. I battiti di un cuore, perché non si fermi o non scoppi, debbono stare dentro una forbice definita e irriducibile di valori, così come il sorgere del sole e il tramonto non possono essere subordinati a questa velocità. Sono irriducibili. Il lavoro e la natura sono al centro di questo cambiamento, e vengono consumati, usurati fino ad un punto di rottura. Occorre quindi, per rispondere a questa novità, un cambio radicale di paradigma.

3. Rimango convinto, come ho avuto modo di scrivere in un recente contributo su Berlinguer, che la strategia del compromesso storico sia stata – benché obbligata dal contesto internazionale e dal timore del colpo di stato in chiave anticomunista – inadeguata rispetto a quanto bolliva nella pentola della modernità. Ha in qualche modo offerto una prospettiva di congelamento del conflitto, e delle istanze dì libertà del mondo giovanile che avrebbero invece dovuto fondersi con la vocazione egualitaria della sinistra.

Una rottura epocale

Il venir meno di un’opposizione -di un Partito di opposizione, per dirla con PPP- ha prodotto un corto circuito. Dall’estate del 1976 – Parco Lambro, Licola, Ravenna – al ‘77, da settori del movimento che, congiungendosi con gruppi che già praticavano la lotta armata, si mettevano in clandestinità o in semiclandestinità, la rottura che si consuma è epocale.

Ha poco senso alambiccarsi sulla distanza fra gli obiettivi del compromesso storico e la concreta politica della solidarietà nazionale. Cose molto diverse, e il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro hanno fatto precipitare la situazione. Ma quel movimento aveva bisogno che rimanesse chiaramente percepibile un’alternativa, un’opposizione. Ridurre tutto il problema ad un ingresso nella “stanza dei bottoni” – espressione coniata da Pietro Nenni – faceva parte di una tradizione comunista e socialista, ma non interloquiva col nuovo che avanzava. Bettino Craxi in qualche modo lo capì, in quel frangente, cercando di collocarsi, prima e dopo il rapimento Moro, in una posizione antagonista rispetto al dialogo Pci-Dc.

Quando Berlinguer cambia strategia e Craxi a sua volta si rende disponibile a un’intesa strategica con le forze moderate per isolare il Pci, praticando la linea della stanza dei bottoni, oramai la situazione, nel breve termine, è compromessa.

Rifondazione culturale di una sinistra di trasformazione

Rimango convinto che il tentativo operato dal leader del Pci dal 1979 fino alla sua morte, sia stato il più coraggioso tentativo di rifondazione culturale e ideale di una sinistra di trasformazione. Non ci voglio tornare. Tutti i temi – il femminismo, l’ ecologia e gli stili di vita, il pacifismo, un governo mondiale, le ingiustizie nord-sud del mondo, causa di drammi e poi di migrazioni bibliche, l’algoritmo, la rivoluzione digitale, e potrei continuare – sono sul tappeto, alcuni più elaborati e altri più accennati. Sono temi che la nostra generazione di giovani sentiva come pasoliniani.

Ricordo che la prima Festa Nazionale della nuova Fgci, che guidavo, e che si svolse a Castel Sant’Angelo a Roma fu dedicata nel 1985 a PPP. Si intitolava: “la disperata passione di essere al mondo”. Venimmo pesantemente criticati da alcuni intellettuali di sinistra – come Alberto Asor Rosa – per la nostra anti-modernità.

Negli anni successivi, dopo la sconfitta della sinistra, il bisogno di libertà trova risposta nel mercato e nella globalizzazione, con una gigantesca illusione durata fino alle Torri Gemelle, all’inizio del nuovo millennio. Ma la strada tracciata dall’ultimo Berlinguer si perde, perché i suoi eredi, anche noi, “ragazzi di Berlinguer”, ripetiamo l’errore della “stanza dei bottoni”. Di credere che tutto si giochi nella competizione per il Governo – importante, certo, ma non identitaria – facendo nostro lo Zeitgeist, lo spirito del tempo degli anni 90. Caduta l’Urss, sembra cadere anche l’idea socialista. Tutto è mercato e competizione.

La grande crisi in cui siamo ancora

Nei primi anni 2000, dopo gli avvenimenti di Seattle e Genova e la nascita del movimento di critica alla globalizzazione, una parte della sinistra con il Correntone e poi con la breve sfida di Sergio Cofferati sembra aver un’opportunità nel riprendere il cammino interrotto dopo il 1984. Ma chiusa quella parentesi, poi si corre verso la nascita del Partito Democratico, e si afferma l’idea, alla prova dei fatti del tutto fallimentare, di poter temperare la spietatezza dei processi della modernità, proprio quando comincia la grande crisi dentro alla quale siamo ancora.

pier paolo pasolini

4. Nei social c’è il massimo del dominio della velocità e del mercato, ma c’è al tempo stesso un’enorme possibilità di comunicazione, di apprendimento, di socialità. La domanda è se e come le opportunità di libertà che offre la rete possano essere incanalate da e dentro un movimento che si batta per l’eguaglianza e per difendere l’umano e la natura. Per nuove regole che impediscano l’auto-distruzione del genere umano, del pianeta, della vita e della persona – corpo e mente -, del lavoro.

È un’impresa titanica, favorita solo dalla percezione crescente che occorre fare presto, fare qualcosa. Intanto impedire che la tragica illusione nazionalista e sciovinista crei nuovi mostri, come quello antico nell’animo italiano, del razzismo e della xenofobia. Questo per me è un prius, prima di tutto. Poi viene il resto.

Il possibile socialismo dei millennials

E il resto ce lo indica, anche in risposta al dilagare del trumpismo, della rivalutazione del fascismo e di forme antidemocratiche e autoritarie nel cuore delle vecchie democrazie e della stessa Europa, la nascita di un possibile socialismo dei millennials, com’è stato chiamato negli Usa il movimento attorno a Bernie Sanders e a Alexandria Ortasio-Cortez, e a quanti nel mondo raccolgono il sentimento anti-oligarchico e di ingiustizia che viene prepotente dalle ultime generazioni.

Un socialismo quasi senza storia, o che riprende la memoria saltando le precedenti due o tre generazioni, cesura causata dal deserto che le vecchie sinistre – moderate e radicali – hanno lasciato dietro di sé, soprattutto in Italia, dove c’era la sinistra più forte dell’Occidente e dove oggi è ai minimi termini.

In queste nuove istanze, nel movimento che fa riferimento agli insegnamenti lasciati da Papa Francesco, nella mobilitazione contro le guerre e contro il genocidio a Gaza, forse nella nuova generazione della Palestina che sta prendendo parola, ci sono questi elementi. Qualcuno dovrà cominciare a raccoglierli e a unirli, senza fretta e in modo unitario.

A me tornano in mente i versi di Pasolini delle Ceneri di Gramsci: “Vivo nel non volere / del tramontato dopoguerra: amando / il mondo che odio / nella sua miseria / sprezzante e perso / per un oscuro / scandalo della coscienza”.

Pietro Folena

Oggi al Teatro Porta Portese a Roma inaugurazione  della mostra fotografica “Pasolini, Art Visual Territorio” (dalle 10 alle 20). Alle 16.30 proiezioni e letture. Alle 18 il dibattito su “Il pensiero politico di Pasolini” con Giacomo Marramao, Pietro Folena, Giuseppe Di Leo. Alle 21 lettura scenica “Anna Magnani e Pasolini” con Tiziana Bagatella e Stefania Parigi.

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