Quando sono intervenuto nel breve dibattito sulla commemorazione di Sandro Dal Piaz, ne ho ricordato uno scritto dimenticato,
apparso sulla rivista Edilizia popolare, nel 1982, insieme ad un altro di Leonardo Benevolo. Erano articoli di critica alla stagione dei Commissariamenti disposti dopo il disastro del terremoto del 1980. La suddivisione geografica-politica-amministrativa tra aree interne, affidate al Presidente della regione democristiano e la città di Napoli al sindaco PCI, sanciva la rinuncia ad una pianificazione di area vasta degli interventi e un vulnus alla partecipazione democratica.


Dal Piaz, nel suo articolo aveva criticato la scelta di attuare il Piano Straordinario di costruzione di 20mila alloggi, finanziato dal Fondo straordinario di ricostruzione di 20mila alloggi con 8mila miliardi di lire, scegliendo di costruire 13.578 alloggi in aree e quartieri periferici già interessati dal Piano delle periferie e dotati di Piani di Zona. Piani varati con il proposito di riqualificare i nuclei storici di vecchie autonomia locali per dotarli di “qualità funzionali e morfologiche di livello urbano” facendovi convergere una pluralità di funzioni (Dal Piaz,1982). Secondo Dal Piaz, la scelta di costruire i 13.756 mila alloggi insieme ai restanti 7.056, per comporre i 20mila alloggi deliberati, ne alterava le proporzioni tra infrastrutture, attrezzature, dimensionamento degli edifici e popolazione, contribuendo così a rigonfiare quella corone di spine” che circondava Napoli.
Benevolo, documentava i saldi maggiori di movimenti migratori interni, dal centro storico (Montecalvario, S. Lorenzo, e Stella) verso quartieri periferici (Pianura, Piscinola, Chiaiano e Ponticelli) passarono da circa 32mila residenti del 1976-80, a ben 41mila nel solo 1981, stimolando la produzione di edilizia abusiva. Si potenziò anche il flusso verso Comuni esterni all’area urbana napoletana, che nel 1976-1981 era stato di 10mila e che, nel solo 1981, interesserà 24 residenti. Per Benevolo fu “un acceleratore di processi già in atto””, irrobustendo i flussi migratori interni dal centro verso le periferie.
Il secondo asse di accelerazione fu quello della delocalizzazione d’imprese industriali, micro, piccole dal centro storico verso la cintura esterna all’area napoletana. Benevolo ci ricorda che i danni del terremoto non erano stati gravi per le imprese artigianali- industriali del centro storico. Cita due ricerche, una del Cesan che documentava come, per le imprese sopra i 10 addetti solo il 36% presentava danni gravi, mentre un’altra, dell’IRES-CGIL, documentava che solo il 5% dei laboratori di artigianato produttivo presentava danni gravi.


Gli effetti di questa trasmigrazione di persone ed imprese furono gravi, sia per la distruzione di quella “economia del vicolo”, forma arcaica, ma necessaria di sopravvivenza, sia per lo spostamento di popolazione storicamente urbanizzata e priva di un rapporto con la natura. Lo spostamento avvenne verso aree peri-urbane (aree miste tra agricole e urbane) o direttamente agricole. I danni furono prodotti sia dalle costruzioni abusive, prive dei necessari servizi anche per la mancanza nei comuni di fondi per assolvere gli oneri urbanistici, sia per le imprese micro e piccole, che falcidiate dalle poli-crisi degli anni 2.000, cercavano di recuperare competitività smaltendo illegalmente i rifiuti industriali.
Il movimento di Rigenera è nato proprio per affrontare questo disastro ambientale regionale attivando forme di “democrazia partecipata” con la presentazione in Regione Campania di un disegno di legge in cui la pianificazione urbanistica e territoriale sia condotta come processo pubblico partecipato per la cura dell’ambiente e dei beni comuni.


Un movimento importante e fondamentale che, coerentemente con gli studi di “democrazia partecipata” condotte dal prof. M. Villone e sui “beni comuni” dal prof. A. Lucarelli, rappresenta una svolta nell’azione politica ambientale, produttiva di tutela rigenerativa e di partecipazione democratica.
Purtroppo, la Regione Campania, pur avendo Rigenera presentato il progetto di legge sinteticamente descritto, rispettando le norme previste, non ha avuto ascolto nella sede regionale e il disegno di legge presentato non è stato mai discusso nelle sedi istituzionali deputate. Il suo limite è stato quello di non essere riuscito a coinvolgere le popolazioni locali dell’area metropolitana di Napoli.
Nel mio intervento ho provato a dire che è necessario rafforzare la partecipazione dell’associazionismo locale, pur presente con la CGIL, Libera e la sua rete associativa. Forse non è sufficiente limitarsi ad una firma di adesione ad un progetto di legge. Forse c’è bisogno di una partecipazione effettiva e maggiore delle popolazioni locali.
Quello che è avvenuto nel ‘900 non è stato solo uno spostamento su base regionale di popolazioni ed imprese. Alle spalle vi è la ristrutturazione produttiva degli anni ’70, riducendo la dimensione d’impresa per addetti, al fine di frantumare con le imprese la notevole forza operaia delle grandi concentrazioni produttive.
Oggi la dimensione delle imprese in Italia è al 95% (96% nel Mezzogiorno) d’imprese micro e piccole, poche le pur vivaci imprese medie, rare le grandi. Anziché rimpiangere il passato, bisogna adeguare le forme d’intervento a questa nuova realtà. Mai come oggi il territorio rappresenta il luogo in cui le lotte per la tutela dell’ambiente, della salute, del lavoro sono concentrate in un unico luogo. Se il modello produttivo fordista concepiva il territorio come mero sostegno passivo alla produzione, con il corollario di distruggerne identità, storia e culture produttive, il post-fordismo lo ha rivalutato come luogo ricco di saperi locali produttivi, in cui le PMI rappresentano un potenziale fattore produttivo di beni differenziati qualitativamente.
Nonostante ciò, il successo delle produzioni agroalimentari e manifatturiere del Made in Italy, grazie alle capacità distrettuali di tradurre sul piano produttivo saperi e culture radicate nei territori, una “molla caricata nei secoli”, secondo il suo maggiore studioso G. Becattini, è evidente il loro successo internazionale.


Il problema è che è in atto un fenomeno distruttivo, denominato “Terra dei Fuochi”, con cui, una parte di micro e piccole imprese, ricercano una competitività di costo e di prezzo bruciando illegalmente i rifiuti industriali all’aria aperta. Un ribaltamento dell’immagine virtuosa dei territori, veicolata dalle produzioni distrettuali e dalle filiere agro-alimentari. Uno percorso che rovina l’immagine territoriale, tramutandola da valore positivo a stigma negativo, inquinando i territori e minando la salute delle popolazioni.
Riusciremo, come Rigenera, a coinvolgere l’associazionismo della disperazione, la moltitudine di figure sociali disperse nelle piccole fabbriche, in toto o parzialmente in nero, i lavoratori del terziario debole (ristorazione, alberghi, riders delle consegne, assistenza alle persone, etc), così come gli operai delle micro fabbriche e quello delle piattaforme logistiche a comporre quella moltitudine di lavoro povero oppure si limiterà ad essere un movimento di opinione ma debole perché privo di forza sociale?
Una grande ruolo potrebbe essere svolto dal Sindacato, se solo riuscisse ad adeguare la sua struttura organizzativa, troppo verticale perché ancora ingabbiata nel modello organizzativo fordista, senza un’efficace modello d’intervento territoriale. Certo non è facile. Il sindacato fatica ad entrare in micro fabbriche. Ecco perché l’associazionismo, sociale, ambientale, culturale, se radicato nei territori può essere un antidoto all’isolamento e all’accensione della speranza di un futuro migliore per persone e ambiente. Sempre che non si limiti a firmare un appello ma sia radicato nei territori.
La presenza nei territori contribuirebbe anche ad un nuovo rapporto tra l’uomo, la natura e l’ambiente, elevando quella “coscienza di luogo” che Becattini individua come antidoto alla distruzione ambientale, come coscienza delle potenzialità produttive nascoste e della fragilità territoriali, elevando l’uomo a principale presidio contro il degrado ambientale.

Achille Flora




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