Ma allora, non c’è un ‘oltre’ Scilla e Cariddi da cercare, inventare, costruire? C’è solo un ‘dentro’? Questo sembrano indicarci due belle riflessioni di questi giorni: di Pietro Spataro da Strisciarossa.it cheriflette sulle contraddizioni enormi aperte nelle scelte della Segretaria del PD e di Paolo Macry dal Corriere del Mezzogiorno che denuncia un meccanismo di passivizzazione della società

Per quanto amaro sia, al momento sembrano avere più ragione che torto.

Certo è che ogni giorno che passa sembra crescere un solco di incomunicabilità e di stupore misto a delusione tra una intera classe politica e sempre più ampi settori di società.

Si invertirà questa scellerata tendenza?

Abbiamo inteso aprire su queste pagine un confronto aperto e libero. Tante sollecitazioni sono emerse. siamo anche soddisfatti per questo dato realizzato da un piccolo collettivo di pensiero quale è Infinitimondi. ( https://www.infinitimondi.eu/2025/08/24/note-a-margine-40-tra-lo-scilla-del-non-voto-e-il-cariddi-del-turarsi-il-naso-ce-unaltra-strada-in-campania-riflessioni-non-richieste-per-una-possibile-via-duscita/ )

E però, quella che continua a mancare è l’iniziativa politica concreta che ponga un argine a un accordo di potere, ne metta in discussione il suo tentativo di imbalsamare la Campania e riapra il terreno della partecipazione e del cambiamento: è DISCONTINUITA’ quello che serve, non la CONTINUITA’ imposta.

Il 4 settembre si annuncia un importante appuntamento di un’area critica del PD con Gianni Cuperlo a Napoli: vedremo se da lì partirà una iniziativa forte e critica rivolta a tutta la coalizione che dichiari fin d’ora l’indisponibilità ad ogni continuismo, checché ne dicano i papocchi romani. Ce lo auguriamo. Nonostante tutto lo speriamo.

Qualcuno dall’interno di questo partito, lancia un IO NON CI STO grande quanto necessario? Poi si vedrà tutto il realismo necessario e si eviterà pure ogni favore gratuito alla destra. Ma possibile che in quel partito non ce ne sia uno che dica: No!

Nessuno si illuda: sarà la durezza della realtà a richiamare ciascuno alle proprie responsabilità.

Con la continuità e la magnificazione del Decennio, non si accorceranno le liste di attesa in sanità; non si bloccheranno consumo di suolo e rendita fondiaria; non si fronteggerà la crisi climatica che colpisce sempre di più i settori sociali più deboli; non si metterà al centro il lavoro con i suoi diritti; il trasporto pubblico non sarà rilanciato come non sarà contrastato l’abbandono dell’Appennino che invece è cresciuto…

Si dice, ma ci sono le politiche del 2027 da preparare, c’è il campo largo da consolidare…ma amici miei, se in nome di questo obiettivo ( giusto e necessario ), si sacrifica ogni coerenza di contenuto e di trasparenza e partecipazione, non è la vittoria che si costruisce ma solo un’altra illusione politicista.

Così facendo si aprono solo nuovi affluenti al lago della disillusione e del non voto.

Ed è proprio in questa vicenda, in questo inciampo campano che probabilmente si segna un punto di svolta negativo della segreteria di Elly Schlein: se contraddici te stessa su un punto decisivo del tuo discorso, cosa rimane?

Bene ha fatto nei giorni scorsi il nostro Massimiliano Amato che ha aperto confronto polemico nientemeno che con Goffredo Bettini che si vanta invece di avere sostenuto e caldeggiato questo papocchio.

L’altra domenica Antonio Polito ha polemizzato con gli esponenti schleniani napoletani, Sarracino e Ruotolo, perchè si opponevano al papocchio romano e criticavano una certa ossessione della vittoria di cui una certa sinistra sarebbe vittima non comprendendo che l’ossessione della vittoria, sarebbe il sale della politica.

Ecco, questo potrebbe essere un buon inizio di discorso di cambiamento: l’ossessione della sinistra dovrebbe essere la trasformazione, l’abbattimento delle ingiustizie, delle povertà, della negazione dei diritti. Dopo viene quella per la vittoria, funzionale a questa prima. Nel tempo invece, la prima è del tutto scomparsa in un neoliberalismo acquisito e di cui ci si vanta perfino, ed è rimasta solo la seconda, rapidamente tradottasi in ossessione per il potere.

Caro Bettini, ci ritroviamo su questo?

***

di Pietro Spataro

https://www.strisciarossa.it/cara-schlein-ma-che-centra-il-patto-con-de-luca-con-il-cambiamento/

“Anche stavolta non ci hanno visto arrivare… Il popolo democratico è vivo. È vivo, c’è ed è pronto a rialzarsi. E lavoreremo su questa fiducia: è un mandato chiaro a cambiare davvero. Volti, metodo e visione”. Era il 26 febbraio del 2023, Giorgia Meloni si era insediata da qualche mese a Palazzo Chigi, il Pd alle elezioni politiche di settembre del 2022 aveva ottenuto un pessimo risultato (19,4%, appena un misero 0,6 in più rispetto alla catastrofe renziana del 2018) ed Elly Schlein aveva conquistato la segreteria del partito puntando tutto sul cambiamento. Sul proprio volto nuovo, sul suo modo di fare politica controcorrente e sulla voglia di far circolare aria nuova nelle stanze e nelle idee dei democratici. Per fare questo, spiegò, bisognava rompere vecchi schemi e vecchie liturgie, ridimensionando gli intoccabili potentati che costituivano (e per certi versi costituiscono ancora purtroppo) la spina nel fianco di quello strano animale politico che è il Pd.

Dopo due anni difficili un inciampo serio

Sono passati poco più di due anni da quel giorno in cui Schlein vinse e gli altri non l’”hanno vista arrivare”. Due anni difficili non c’è che dire, con il primo governo guidato da una esponente post-fascista nel paese fondato sull’antifascismo e sul 25 aprile. E Schlein ha resistito, combattuto, contrattaccato e ridato una identità a un partito che sembrava in via di evaporazione e che in breve tempo ha ricominciato a frequentare i luoghi delle periferie umane e sociali, si è affacciato davanti ai cancelli delle fabbriche o dei call center dove domina il precariato, ha posto con forza il tema dei beni pubblici, dalla sanità alla scuola. Insomma, faticosamente il Pd è riemerso. E qualche lieve speranza si è riaccesa tra gli elettori.

E Vincenzo De Luca che c’entra con tutto questo? Il presidente della Regione Campania, come si sa, è un uomo che è assiso sulla tolda di comando da lunghissimo tempo. Prima come sindaco di Salerno per tre mandati, poi come deputato per due legislature, poi come governatore per altri due mandati. Da più di trent’anni è il dominus della politica in un pezzo importante del Sud d’Italia. Quasi un intoccabile. Diciamolo in modo chiaro: De Luca è l’immagine di un partito sempre uguale a sé stesso, con nessuna voglia di cambiamento, è il rappresentate di un blocco politico-elettorale ormai incistato in un territorio che di rinnovamento avrebbe un bisogno vitale.

E dunque, cara compagna Schlein, che senso ha essere scesa a patti – sarebbe meglio dire: a bassi compromessi – con un esponente del partito che ha un’idea familistica della politica e che rappresenta il vecchio mondo? Che cosa c’entra tutto questo con la promessa di voler “cambiare davvero” un partito che rischiava di scomparire? Sicuramente nulla.

L’accordo che consente di poter candidare il Cinque stelle Roberto Fico alla presidenza della Regione Campania e quindi di tenere unito il centrosinistra senza che il potente De Luca mettesse i bastoni tra le ruote è, infatti, un chiaro esempio di brutta politica che ricorda quei “patti scellerati” che andavano di moda nella vecchia Democrazia Cristiana e di certo non ha nulla di nuovo, né nel metodo né nella visione. Il succo come si sa è questo: De Luca (Vincenzo) se ne sta zitto e buono e non rema contro l’alleanza di centro sinistra in cambio però di un altro De Luca (Piero, suo figlio) che dopo aver già ottenuto l’elezione a deputato ora si assicura, grazie al potente padre, anche la nomina a segretario regionale Pd della Campania. La famiglia è salva, la saga continua e Elly Schlein subisce il primo duro colpo (non solo di immagine).

È una storia che, senza usare troppi giri di parole, appartiene al filone della miseria della politica che si sperava – almeno noi lo speravamo – di non vedere in un partito che si definisce di sinistra e che si richiama agli ideali della politica come missione di cambiamento e non come affare di famiglia. E badate bene, non si tratta di fare gli ingenui. Lo sappiamo benissimo che la politica è anche realismo e compromesso. Il punto dolente è se il realismo significa piegarsi alle convenienze e il compromesso accettare la legge dei padri-padroni. E, visto che è così, ci sia consentito di esprimere un profondo pessimismo della ragione senza nemmeno avere il conforto dell’ottimismo della volontà.

***

di Paolo Macry

Alla fine il “campo largo” vincerà, dice soddisfatto il Nazareno. Ma con un nostro candidato, aggiungono trionfanti i pentastellati. E con un forte partito deluchiano nel Pd e nella Regione, avvisa mefistofelico il governatore in scadenza. Ed è difficile dare torto ai nostri eroi. Questo accadrà. Ma intanto il caso della Campania è giunto agli onori delle cronache nazionali. E nel modo peggiore. È diventato uno scandalo. E, nello scandalo, tutti gli annunciati vincitori hanno perso la faccia. L’inflessibile oppositrice dei capibastone ha finito per regalare al “cacicco” di palazzo Santa Lucia una seconda vita. Prometteva discontinuità e rinnovamento e ha messo la firma su un patto di continuità e di conservazione. I suoi boots on the ground, i Sarracino, i Ruotolo, che erano armati fino ai denti per la battaglia della vita, si sono ritirati senza sparare un colpo. Il commissario Misiani ha addirittura rivendicato candidamente la vittoria nella battaglia contro il terzo mandato (proprio così). Ma non hanno perso la faccia soltanto i democrat. Anche l’astuto Conte, il paladino dell’o-ne-stà, ha finito per accordarsi con chi fino a ieri lui stesso esponeva al pubblico ludibrio come la quintessenza del “poltronificio”. E perfino De Luca, il temutissimo squalo, è passato se non alla storia, quanto meno alle prime pagine per avere smentito in quattro e quattr’otto il cumulo di contumelie e di disprezzo che ancora pochi giorni orsono dedicava a Fico. “Uno senza arte, nè parte”. Sì, così definiva quello che è diventato oggi il suo candidato.

Si dirà, alla maniera di Enrico IV, che palazzo Santa Lucia val bene una faccia. E però neppure un simile ragionamento, per quanto cinico, appare comprensibile. Almeno per coloro che, come Schlein e Conte, se solo si fossero fatti i conti in tasca, avrebbero scoperto di avere in mano, comunque, il risultato delle urne. Dopotutto, con una destra incapace di trovare perfino un candidato, perfino un solo nome autorevole fra cinque milioni e mezzo di campani, con questa destra locale sempre evanescente, la vittoria, diciamolo, sarebbe stata un gioco da ragazzi. Ma il problema è ben più grave. Un “campo largo” – nessuno escluso – che perde la faccia così sfacciatamente (!), che offre lo spettacolo delle ritrattazioni più spudorate, dei compromessi più indicibili, degli scambi politici più opportunistici, una simile coalizione non danneggia soltanto i suoi leader. Peggio, sfibra e lacera ogni residuo rapporto di credibilità della politica. Aurelio Musi, un paio di giorni fa, per stigmatizzare con l’usuale intelligenza quel che accade nei palazzi campani, rivangava la nobiltà della politica come compromesso. Dalle difficili origini ottocentesche dello Stato nazionale alla strategia berlingueriana del rapporto con i cattolici. Capisco l’ottimo Musi, facciamo lo stesso mestiere e qualche volta ci si aggrappa alla storia per non finire nella disperazione. Ma la crisi di credibilità della politica regionale, nella Campania odierna, non ha paragoni di sorta. Non nei robusti legami che i partiti ebbero con il paese durante la Prima repubblica e neppure con il tentativo, spesso acerbo, di costruire un’alternanza di coalizioni nella Seconda, dopo il 1994. Non nei giochi complessi delle segreterie nazionali, di Piazza del Gesù, di Botteghe Oscure, e neppure nell’affermarsi, dopo il 1970, di classi dirigenti regionali che talvolta furono di qualità e di grande efficienza. E sì, si potrà dire che, in fondo, gli italiani hanno sempre avuto una propria specialissima diffidenza nei confronti dei loro politici. Non era amato Giovanni Giolitti, non era amato Giulio Andreotti. E furono odiati, oltre che amati, Silvio Berlusconi o Matteo Renzi. Ma si trattava di un’altra storia. A quei tempi “le facce” erano associate a culture politiche, programmi di governo, modelli di vita, conflitti sociali, speranze individuali. E oggi? Cosa mai può spingere un elettore campano a superare la pigrizia e recarsi alle urne? La faccia di Schlein o di Conte o di De Luca? Il curriculum di Roberto Fico? Il programma tuttora inesistente del “campo largo” per il prossimo quinquennio? O non, piuttosto, la promessa di una poltrona, la garanzia di un posto, la prospettiva di un appalto, un debito di riconoscenza per qualche pregresso favore? E dunque quanti sono, dei 2,3 milioni di votanti in Campania (dati del 2022), i clientes, le truppe cammellate, i collettori locali di consenso? Quanti andranno alle urne perché hanno un “certo motivo” per farlo? Abbiamo mai provato a contarli? Sarebbe istruttivo.

È una politica ormai nuda alla meta, quella che chiederà un voto ai cittadini. Una politica che non ha paura di perdere la faccia perché, paradossalmente, fa conto proprio sulla sua perduta credibilità. Fa conto cioè sulla stanchezza dell’opinione pubblica. Sull’impossibilità della gente comune di trovare, nella scheda, un nome o un simbolo degno di fiducia. Fa conto cioè, per dirla brutalmente, proprio sull’astensionismo. E sarà all’ombra dell’astensionismo che tutte le trame sconcertanti di questi giorni, tutti gli scambi innominabili, tutti i figli e fratelli e nipoti ficcati spudoratamente nelle liste, sarà all’ombra di un astensionismo di massa che la giostra della politica campana potrà suonare, il giorno dopo, le campane a festa. Schlein dirà che ha vinto il “campo largo”. Conte dirà che hanno vinto i suoi Cinque Stelle. De Luca dirà che ha vinto la continuità. E poco male se, come in un dipinto di Magritte, i tre non avranno più la faccia. In fondo, a cosa serve la faccia, quando basta l’intelligenza artificiale a farsene una nuova?

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