LO SPAZIO DI UNA PROPOSTA POLITICA PER LA CAMPANIA

di Stefano Kenji Iannillo


Prima di tutto è necessario definire il campo e le regole del gioco.

Quel che è diventata l’istituzione Regione e in particolare il ruolo, prevalentemente autocratico, del Presidente negli ultimi decenni indica che la scelta del nome apicale non è una scelta neutra o indifferente.

Eccede, nella sua potenzialità trasformativa “monarchica”, il quadro politico di riferimento e lo stesso consiglio regionale (spesso meno importante degli apparati tecnici e amministrativi di nomina) che è per lo più composto – nel disfacimento dei soggetti politici in cui il nostro territorio purtroppo eccelle – da individui che fanno un investimento economico/politico da “ammortizzare” in cinque anni. Non è infatti un caso che non si ricordano scioglimenti anticipati del consiglio.

Ed è quindi prevalentemente a lui che oggi tocca la parola, nella definizione di quelli che sono gli impegni e in particolar modo – a mio avviso – le metodologie del governo con cui si propone  alla popolazione campana.

Dovrebbe farlo annunciando un’inversione del metodo di governo sia attraverso la rivalorizzazione di strumenti esistenti, liberandoli dalla loro veste di “inutili orpelli”, come i tavoli di partenariato dei fondi europei, gli strumenti di co-programmazione e co-progettazione, le commissioni consiliari tematiche aperte, etc.

 Sia annunciando il rafforzamento di altri istituti regionali, come ben sanno quelli che hanno attraversato la campagna di Rigenera: dall’introduzione della firma digitale per gli strumenti di partecipazione popolare, il rafforzamento dell’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare, nuovi e più  incisive  modalità di coinvolgimento e monitoraggio popolare negli enti controllati.

In secondo luogo, dovrebbe – dopo decenni di tecnicismo e di governismo – riaffermare la natura politica di una nuova stagione per la Regione Campania – rafforzata dall’ ingresso in maggioranza di AVS e 5 Stelle – a cominciare da proposte e battaglie identitarie in grado di ridare uno spazio di partecipazione e vitalità ad un elettorato disilluso dalla trattativa feudale che ha portato alla sua nomina.

L’Acqua Pubblica, prima di tutto. A cominciare da un ripensamento della gestione pubblico-privata, da una ridefinizione completa degli indirizzi e degli orizzonti dell’EIC, da un rifiuto della logica che ha portato all’ingresso di capitali privati nel distretto di Caserta e al continuo smantellamento del distretto di Avellino, principale bacino idrogeografico del mezzogiorno.

Bisogna riaffermare una nuova consapevolezza che guardi sia alla gestione (pubblica e partecipata, con immissione di cittadinanza negli organi di controllo e monitoraggio) che alla custodia di un bene che sempre più sta diventando risorsa scarsa a causa dei cambiamenti climatici. Per una buona dose di preoccupazione vi invito a guardare le serie storiche della portata delle sorgenti irpine.

L’agenda potrebbe essere fitta: le politiche sociali attraverso strumenti di reddito universale (come propone Tridico per la Calabria), il rafforzamento della sanità pubblica e territoriale con la chiusura della stagione del commissariamento, una riorganizzazione del sistema di formazione e lavoro uscendo dalla logica dei titolifici di questi decenni, una nuova politica per le Aree Interne a partire da un nuovo protagonismo delle sue espressioni politiche e sociali, un ripensamento dell’urbanistica regionale a servizio delle persone e non dei costruttori, una nuova e compiuta strategia per affrontare i cambiamenti climatici con strategie di contrasto e adattamento come opportunità per ridefinire l’identità della Campania.

Questo è lo spazio in cui è possibile praticare le proposte che meritoriamente mette sul tavolo Gianfranco Nappi e che rappresentano una possibile via di uscita per un mondo – quello della sinistra sociale e diffusa – che dopo l’asfissia di questi anni fatica a trovare spazio, posizionamento, luoghi da cui fare leva sugli strumenti del potere.

Partendo dalla diffusa consapevolezza sia dei nostri punti caratterizzanti (in termini di presidio sociale e tematico dei territori) che della nostra, ugualmente consapevole ma spesso nascosta e quindi distorsiva delle analisi, debolezza e insufficienza.

Inutile gridare allo scandalo se nelle stanze romane si è deciso un accordo sulla “nostra testa” o se il Partito Democratico – partito di maggioranza relativa e di governo uscente – trova al suo interno una mediazione feudale. Spesso mi viene da domandare, in particolare ad alcune anime belle indignate: “ma fino ad oggi dove avete vissuto?”

Questo è il cemento su cui è costruita l’architrave della rappresentanza politica del centro sinistra campano a tutti i livelli (e questo lascia figurare soltanto cosa significhi invece la destra di questi territori). Sperare in esiti diversi (seppur possibili nell’universo infinito delle probabilità) equivaleva ad un approccio religioso di una conversione sulla via di Damasco, che in quanto materialista mi sento di rifiutare.

La politica è anche rapporti di forza, un sistema di leve fondato sulle idee e sulle gambe di persone in carne ed ossa, e in questo gioco, sulla base della crisi che abbiamo vissuto, davvero non riesco ad immaginare esiti diversi dalla piccola feritoia di opportunità che si sta aprendo.

E quindi da un lato la palla al candidato nominato a Roma, nella consapevolezza che la nomina può spostare l’asse verso l’apertura e la vicinanza ai nostri temi, dall’altro a noi la scelta delle giocatrici e dei giocatori in grado di rafforzare e allargare lo spazio dentro e fuori il consiglio regionale.

In quali squadre? Quelle in grado di garantire un’apertura al sistema politico regionale, andando oltre i feudi territoriali (che non esistono solo nel PD) costruendo le fondamenta di una stagione nuova.

Se non se ne vuole far carico nessuno dei partiti, per la paura e la miopia di perdere dopo più di dieci anni la possibilità di portare propri dirigenti in consiglio, se ne faccia carico lo stesso candidato presidente.  La sua proposta non può che venirne rafforzata.

***

STANCHI DELL’AVVICENDARSI DI GRUPPI DI POTERE

di Annamaria Patierno

Gli appelli e i commenti di queste ultime settimane che, arrivate da più parti, hanno gridato con forza il loro dissenso alla scandalosa epopea deluchiana, hanno sottolineato tutti la sfacciataggine e il cinismo con il quale il “campo largo” si appresta a presentarsi alle elezioni regionali. Priva del benché minimo riguardo verso i cittadini e senza neanche sentire il bisogno di ammantarsi di contenuti, ormai merce rara e desueta, hanno spiattellato sulle cronache cittadine la natura mercatale. Ma tanto “chissenefrega” di quel 40% che non vota e forse magari è pure meglio.

Però, e vivaddio c’è un però, gli appelli hanno messo in moto qualcosa che comincia a somigliare ad uno spazio politico del quale ora tocca fare qualcosa. Siamo tutti stanchi di votare turandosi il naso, oppure di non votare affatto perché non c’è la puoi proprio fare. Siamo stanchi di assistere all’avvicendarsi degli stessi gruppi di potere, delle stesse dinamiche spartitorie che mutano solo i destini personali. Se uno spazio si è aperto, facciamolo vivere davvero. Consapevoli che non basteranno due nomi in una lista a cambiare la prospettiva politica, né formule organizzative come unico esercizio fine a se stesso.

Servirà credo, energia e generosità per restituire la fiducia ai molti che non credono più nella partecipazione collettiva alla gestione della cosa pubblica. Io non nascondo i miei dubbi e il timore di un’ulteriore delusione, ma ho seguito con entusiasmo il dibattito che si è sviluppato e quindi dico sì compagni proviamoci, perché io non ho fede ma ho speranza

Vuoi ricevere un avviso sulle novità del nostro sito web?
Iscriviti alla nostra newsletter!

Termini e Condizioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *