DIECI GIORNI PER CAPOVOLGERE IL PARADIGMA DELLA POLITICA INTESA SOLO COME RAPPORTI DI FORZA
Di quanto è avvenuto nelle ultime settimane in relazione al caso Campania c’è poco da spiegare: ha, per il momento, vinto la visione secondo cui la politica è solo rapporti di forza. Solo: non anche, come siamo stati educati a pensare a sinistra. Si è affermata, cioè, una impostazione pre-moderna che, a ben guardare, ha rappresentato il tratto caratteristico, peculiare, quasi unico, dell’ultimo decennio di storia regionale. Alzi la mano chi, date le premesse, aveva previsto l’esito.
Da questa vicenda escono tutti sconfitti: dalla Schlein a Conte (e non c’è bisogno di specificare perché). A Fico, che tacendo si è fatto piacere il suo destino di re travicello pronto a essere sbalzato dalla poltrona al primo stormir di fronde. Agli esangui, impalpabili, oppositori interni del “patto”, Ruotolo e Sarracino, che adesso battono pietosamente in ritirata, non per questo però rinunciando ai cadreghini conquistati al Nazareno. Fino allo stesso, presunto, trionfatore, cioè Vincenzo De Luca, che ne esce come un incrocio tra un volgare estorsore e un abile baro. Un Ghino di Tacco redivivo capace di esercitare un potere d’interdizione sproporzionato rispetto alla reale forza di cui dispone.
Ora che essa è alle spalle possiamo serenamente ma non pacificamente, con quella “calma disperazione senza sgomento” del viaggiatore cerimonioso di Caproni (grazie a Isaia Sales di avermelo ricordato) rivedere tutto il film horror che ha dipanato la sua trama nell’ultimo mese e mezzo e che, nelle prossime settimane, disegnerà il futuro della Regione.
In Campania il centrosinistra aveva di fronte due destre e la possibilità, più unica che rara, di sbarazzarsi di entrambe, se solo lo avesse voluto: la destra della Meloni, e quella che è insediata al potere sotto mentite spoglie da 10 anni. Con quest’ultima la Schlein e Conte hanno deciso di scendere a patti. Chi dice per calcolo elettorale, chi per mancanza di coraggio. Probabilmente, per entrambe le cose.
In fondo, bastava riflettere lo stretto necessario, azionare la modalità critica, per accorgersi che era stata la combinazione di questi tre elementi, e cioè l’equivoco perdurante sulla vera natura del suo governo, culturalmente e politicamente di destra ma tuttora convenzionalmente inquadrato nel “campo largo”, la molto presunta indispensabilità dei suoi voti per la vittoria finale, e l’insipienza dei gruppi dirigenti nazionali, a tenere in vita De Luca ben oltre la bocciatura, con censura (andate a rileggervi approfonditamente le motivazioni della pronuncia e capirete perché parlo di censura), della Consulta. Ma molti hanno comunque voluto sperare fino in fondo.
Torniamo al punto. I primi due (la natura politico – culturale del governo regionale uscente, e l’indispensabilità per la vittoria) erano e restano elementi fallaci, che potevano essere smontati facilmente; sul terzo (l’insipienza – eufemismo – dei gruppi dirigenti) abbiamo verificato che non c’era nulla da fare.
E allora passiamo a dimostrare la fallacia del primo dei tre elementi che hanno consentito a De Luca di parlare e dettare condizioni. Il popolo di centrosinistra, almeno quella parte di esso che ragiona con la propria testa e non è inquadrata nel blocco di potere regionale, sapeva e sa bene che, oltre la propaganda, la giunta uscente ha messo in campo in settori chiave di sua competenza politiche dichiaratamente di destra. Nell’urbanistica, dove una legge quadro ha introdotto la più selvaggia delle deregulation in materia edilizia, privilegiando la rendita fondiaria a scapito della tutela dell’ambiente e degli interessi collettivi. Nella Sanità pubblica, aggredita da un progressivo, inarrestabile, processo di depauperamento a vantaggio del settore privato. Nella gestione dei beni comuni: la privatizzazione dell’acqua. Nello stile di governo, molto prossimo a quello di certe repubbliche caucasiche in cui le assemblee elettive sono ridotte a orpelli ornamentali, svuotate di qualsiasi autonomia. Tutto questo volendo lasciare fuori il clientelismo più sfacciato e manifesto, il familismo ridotto a criterio unico di selezione della classe dirigente, gli intrecci affaristici, le inchieste giudiziarie ancora aperte che hanno colpito uomini chiave del suo sistema di potere. Infine, l’elemento decisivo, quello che ha trascinato irreversibilmente il deluchismo fuori dalla tradizione della sinistra. E cioè il blocco sociale che, per effetto di quanto detto finora, si è formato e lo sostiene, venendone apertamente riconosciuto: il partito dei costruttori, dei primari ospedalieri e dei dirigenti sanitari pubblici e, più in generale, di quella parte della società e dell’economia campana che vive di incarichi e affidamenti pubblici, e che nella degenerazione del ruolo della Regione, trasformata da ente di programmazione in un gigantesco bancomat, ha trovato la propria greppia.
Nel giro di 10 anni la Campania è tornata indietro al peggiore sistema democristiano pre e post terremoto. Il modello che viene in mente è Gava, solo che don Antonio da Castellammare era costretto a mediare dal sistema dei partiti. De Luca ha inventato il gavianesimo autoritario.
Stringendo un patto con lui, anzi riconoscendogli una sorta di golden share sulla coalizione, il Pd e i Cinque Stelle hanno scelto deliberatamente di identificarsi con questo modello.
Il secondo elemento che ha tenuto in vita De Luca, e che molto probabilmente gli ha (fraudolentemente) consentito di rovesciare gli esiti di una partita che appariva segnata, è la sua presunta indispensabilità per la vittoria. A meno di “intelligenze sotterranee” che potrebbe aver intrattenuto con l’altra destra, che non possono essere escluse, il fatto che sia necessario per la vittoria è, a tutti gli effetti, una leggenda metropolitana che egli ha alimentato nelle trattative con il Nazareno, giocando con i dati dei sondaggi che aveva fatto condurre. Il suo peso elettorale, da solo, a stento raggiunge il 10%: a tanto viene dato da alcuni test recenti. Una percentuale deludente, che avrebbe potuto mettere in discussione la quasi certa vittoria del centrosinistra a un’unica condizione. Che le due destre campane, quella deluchiana e quella meloniana, si fossero coalizzate. Ipotesi impossibile? Non del tutto. Ma proviamo a darla per possibile. E cioè che la percentuale deluchiana avesse potuto sommarsi a quella del centrodestra ufficiale, distante secondo tutti i sondaggi 20 punti dal centrosinistra. Siamo proprio certi che quel 10% De Luca lo avrebbe tolto tutto al centrosinistra? Riserviamoci almeno il beneficio del dubbio: in quel 10% c’è già parecchia destra. Al centrosinistra, insomma, sarebbe venuto meno un 6-7%. Un margine rassicurante, tale da non mettere a rischio la vittoria. Il resto lo avrebbe fatto il premio di maggioranza.
Vediamo ora, in conclusione, cosa s’è perso il centrosinistra caricandosi De Luca e i suoi. Il primo dividendo che la Schlein e Conte avrebbero potuto incassare rifiutando l’accordo con De Luca sarebbe stato di ordine morale. Immediatamente monetizzabile in termini elettorali, perché un eventuale strappo avrebbe riconquistato al campo largo decine di migliaia di elettori delusi, che adesso potrebbero orientarsi per l’astensione. Per come sono andate le cose nell’ultimo mese, infatti, tutti siamo autorizzati a pensare che il centrosinistra sia stato vittima di un atto di concussione politica. Ha dovuto cedere a un ricatto, insomma. E se così è stato, sulla sua battaglia elettorale si allunga l’ombra, inquietante, di una pesante delegittimazione morale.
Il secondo dividendo sarebbe stato di natura politica. Se veramente il centrosinistra intende costituire un’alternativa di contenuto al governo della destra di Giorgia Meloni, non può più consentirsi, di patrocinare sui territori, amministrazioni che, nei fatti, sono molto più affini culturalmente a Palazzo Chigi che alla linea sbandierata al Nazareno. Tenere De Luca e i suoi ai margini del campo largo avrebbe significato lanciare un segnale forte e chiaro a tutto il Paese anche e soprattutto in previsione delle prossime Politiche.
Il terzo dividendo riguarda la tenuta stessa del campo largo, concetto che, basandosi sulla partecipazione, la più ampia possibile, è fondamentalmente antitetico alla visione solipsistica della gestione che De Luca ha dimostrato in più di 30 anni di potere.
Rispetto a questo sfacelo, su tutto ciò che si muove a sinistra del Pd, aleggia la weberiana dialettica tra etica della convinzione e etica della responsabilità. Io, almeno, così vedo l’aut aut posto da Gianfranco Nappi. Saltare questo giro, e quindi indicare come unica prospettiva la diserzione delle urne, sulla base della consapevolezza che tutto è perduto fuorché l’onore, giacché il Pd è una causa persa? Con il rischio, non remoto, di agevolare una clamorosa rimonta della prima delle due destre campane? Oppure rilanciare, mettere in campo passione, determinazione, idee, programmi e progetti per bilanciare la deriva? O almeno cercare di rallentarne il corso, circoscriverla? Se decidiamo che a prevalere dovrà essere l’etica della responsabilità i prossimi 10 giorni saranno decisivi per costruire un forte, autorevole, soggetto unitario con tutti quelli che ci stanno, movimenti e associazioni civiche incluse, in grado di rappresentare l’ala sinistra del campo largo. Con candidature di alto livello sulle cinque province. Negli ultimi tempi si è formata una massa critica le cui reali dimensioni non sono ancora misurabili. Ma c’è. Capovolgere il paradigma della politica intesa solo come rapporti di forza.
Dieci giorni, non uno di più. Ce la si può fare. Basta crederci.
Massimiliano Amato
2025-08-30

