Ai confini degli antichi imperi. Una nuova storia delle civiltà del passato
Owen Rees
Storia antica
Traduzione di Bianca Bertola
Bollati Boringhieri Milano
2025 (Orig. The Far Edges of the Known World. A New History of the Ancient
Past, 2024)
Pag. 299 euro 28

Le periferie sono definite da quello che crediamo sia il centro, “periferie” create
dalla cultura alla quale le riferiamo. Concentrandoci sulla storia antica di
determinate civiltà, siamo portati a ritenere marginali le terre descritte come
tali dai greci e dai romani, regioni della cui esistenza erano al corrente ma che
consideravano esterne ai propri “confini”; spazi non deserti, tuttavia, brulicanti
di esistenze famiglie culture. La Grecia e Roma costituiscono la più ricca fonte
di testimonianze fra tutte le culture antiche vissute nel e intorno al bacino del
Mediterraneo, è dunque comprensibile che siano diventate il punto di partenza
di gran parte delle indagini storiche nell’ambito della tradizione europea, ma
ciò non dovrebbe impedirci di osservare il mondo antico come un ambiente
globale, come insieme d’ecosistemi interconnessi. Esplorando le zone di confine
(interattive) e la vita al loro interno, si può sia far luce su alcune storie meno
note del mondo antico che sfumare la nostra percezione delle culture classiche
ritenute omogenee. Affrontando le vicende di persone comuni, uomini e donne,
adulti e bambini, soldati e civili, individui liberi e schiavizzati, cittadini e
stranieri, si possono scoprire società incredibili e straordinarie, ai presunti
margini delle civiltà greca e romana. Rileggendo la prima opera storiografica
dell’Occidente (Erodoto) e altri testi simili, rivisiteremo ecosistemi e popoli di
duemilacinquecento (circa) anni fa, aggiornando (e correggendo) le prime
descrizioni, sulla base di ricerche e indagini comparate, segnate oggi da un
pianeta diviso per stati e storie nazionali. La dicotomia civiltà-barbarie non è
più accettabile, il multiculturalismo e il meticciamento furono necessari, per
sopravvivere e riprodursi, ai sapiens di allora (come a quelli contemporanei).
Il giovane ottimo storico britannico Owen Rees, ricercatore interdisciplinare
presso la Birmingham Newman University, ha compiuto un’affascinante
esplorazione su territori e aspetti spesso omessi o trascurati dalle storie
convenzionali “occidentali”. Opportunamente, il volume non segue una rigida
cronologia, si dipana anche attraverso la geografia ed è suddiviso in varie
sezioni corrispondenti alle antiche sfere d’influenza. La prima parte è dedicata
alla preistoria, allo sconfinato mondo precedente all’avvento della storiografia.
Comincia a sud del Sahara, concentrandosi sulle prime società pastorali (non
necessariamente “nomadi”) del Kenya e sul regno urbanizzato di Kush, in
Sudan, per poi esaminare la vita sia lungo il Nilo da Kush verso l’Egitto e
nell’attuale Libia (ovvero, per loro, nel resto dell’Africa), sia tra la Mesopotamia
e il bacino del Mediterraneo (in particolare, il cruciale sito di Megiddo). La
seconda parte si sposta nel mondo greco, caratterizzato da migrazioni,
dall’espansione delle reti commerciali e da una fondamentale spinta a
colonizzare tutti i territori del mondo conosciuto, riferendosi con meticolosa
attenzione a Olbia Pontica (Ucraina), Naucrati (Egitto), Massalia (Marsiglia,
Francia). La terza parte esplora le rigide demarcazioni dell’Impero Romano,
definite da avamposti militari e monumenti difensivi, all’estremità
dell’Inghilterra settentrionale (Vallo di Adriano), nell’angolo sud-occidentale
dell’Impero (sito marocchino di Volubilis), infine a sud-est, in Egitto (l’umile
città di Karanis). La quarta parte ci porta ancora una volta al di là dei confini
del mondo antico: incontriamo la città semi-mitica di Gelonus (già Bil’s’k,
Ucraina), gli insediamenti archeologici di Texila (Pakistan), Cổ Loa (Vietnam),
Aksum (Etiopia ed Eritrea). Proprio il regno aksumita permette di comprendere
al meglio la natura globale del mondo nel VII secolo d.C., quando l’epoca
antica stava volgendo definitivamente al termine. Ognuno dei tredici capitoli è
introdotto da una o più mappe. Seguono le conclusioni, i ringraziamenti,
l’elenco delle edizioni italiane utilizzate per le citazioni da fonti antiche, le note
con esaustivi riferimenti bibliografici e l’utile indice dei nomi.
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Il sogno. L’Europa s’è desta!
Roberto Benigni
Con Michele Ballerin e Stefano Andreoli
Storia europea
Einaudi Torino
2025
Pag. 144 euro 15
Europa. Da secoli addietro, verso il futuro. Forse si può parlare dell’Unione
Europea come ne parlerebbe Balzac. Come di un sogno. O di un romanzo:
politica, storia, geografia, geopolitica, statistica; amicizie, amori, passioni, colpi
di scena, turning point, cliffhanger; metonimie, rime in terne, digressioni! Il
grande regista, attore e intrattenitore europeo Roberto Benigni (Castiglion
Fiorentino, 1952), europeista estremista, ci ha provato in diretta su Rai1 e in
Eurovisione mercoledì 19 marzo 2025, uno splendido accorato seguitissimo
monologo televisivo. Grazie al contributo per i testi del saggista Michele
Ballerin (Cesenatico, 1972) e dello scrittore (e consueto collaboratore) Stefano
Andreoli (Cesena, 1979), il volume cartaceo è ora la trasposizione scritta
integrale del lungo “intervento”, con l’inserimento di altre parti escluse quella
sera per mantenersi nei limiti della durata prevista del programma. Dopo
l’apposita introduzione di Benigni, ognuno dei trentasette capitoli contiene una
singola storia significativa o un episodio indimenticabile: sfide, sconfitte,
trionfi. “Chiudiamo gli occhi e accendiamo il nero di scintille. Sogniamo insieme
questo sogno come colui «che sognando desidera sognare». E chissà che, a
forza di sognarlo, non finisca per diventare realtà”. Tutto ruota intorno alla
scelta di sentirsi orgogliosi di essere europei, pur consapevoli che qualche volta
(spesso) siamo stati tremendi, nella storia. La cultura europea ha radici
profonde, profondissime: è un processo che ci accompagna da almeno tremila
anni, forgiando alcuni tra i più grandi pensieri dell’umanità, dalla logica alla
libertà, dalla democrazia allo sport, dalla diplomazia a molte arti e scienze.
Purtroppo abbiamo anche gareggiato a chi inventava la guerra più brutta, civile
religiosa etnica coloniale.
Siamo nel campo della divulgazione colta e intelligente, fantasiosa e frizzante.
Benigni insomma! Il quale conferma: durante l’ultimo millennio noi europei ci
siamo ammazzati gli uni con gli altri, senza concederci un solo mese di tregua,
in tutti i modi possibili. Fino alle due guerre mondiali, che abbiamo scatenato
noi: cento milioni tra uomini, donne e bambini sono morti a causa della
violenza, della fame, delle deportazioni, delle pulizie etniche. Finché qualcuno
ha cominciato davvero, finalmente, a pensare e realizzare qualcosa di nuovo,
le istituzioni sovranazionali. L’unione delle nazioni europee nasce in questo
contesto, il principio basilare è la pace, fra noi e con gli altri. Sapendo che,
invece, il principio del nazionalismo (non il patriottismo, col quale “si
maschera”) è odio, guerra: “si può essere patrioti senza essere nazionalisti…
Anzi, si deve”! L’unione Europea è stata “pensata” nel 1941 da tre esimi italiani
al confino insulare, messici dal regime fascista, aiutati dai libri inviati loro da
Luigi Einaudi e dalla riflessione sull’esperienza delle tredici repubbliche degli
Stati Uniti d’America, i cui delegati a Filadelfia nel 1787 posero le fondamenta
(inedite) di uno stato federale. Il vero tema del Manifesto di Ventotene, il
pensiero fondamentale, è chiaro e attualissimo: superare i nazionalismi che
avevano distrutto il continente, per costruire un’Europa unita, democratica e
liberale, basata sulla giustizia sociale, in cui nessuno fosse lasciato indietro
(chissà perché all’attuale governo italiano non piace quel pensiero)! Gli autori
illustrano poi il ruolo decisivo del francese Jean Monnet, gli stati via via unitisi
(prima sei, poi dodici, infine quasi trenta), nonostante problemi inciampi ritardi
errori fallimenti. Ovviamente, vi sono varie semplificazioni, gli statunitensi sono
sempre chiamati “americani”, il pensiero liberale sembra tutto lineare e
democratico, le convulsioni di singoli stati nazionali vengono accantonate. Così
sull’immigrazione si finisce per dire che il Parlamento e la Commissione
avrebbero fatto proposte sensate (impreciso, sia sul fenomeno migratorio
complessivo che sulla specificità delle migrazioni non forzate) mentre chi
sbaglierebbe, all’opposto, sarebbero il Consiglio europeo e il Consiglio dei
ministri europei (peraltro vero). Restano un eloquio e un’argomentazione fluide
e incantevoli (solo alla fine una ventina di note puramente bibliografiche).
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In ultima analisi
Amanda Cross
Giallo
Traduzione di Adriana Bottini
Sellerio Palermo
2025 (orig. 1964 e 1992, In the last anaysis, 1° ed. La Tartaruga nera 1987; ed. Il
Giallo Mondadori 1999)
Pag. 268 euro 15
New York. Anni Sessanta. Qui, una ragazza accoltellata sul lettino dello psicanalista.
La docente e grande scrittrice Carolyn G. Heilbrun nacque il 13 gennaio 1926 nel
New Jersey, figlia di Estelle Roemer Gold (origine austriaca) e Archibald Gold,
(lettone), entrambi ebrei allontanatisi per scelta da quelle radici. A sei anni la famiglia
si trasferì a Manhattan. Lei si sposò nel 1945 (avrà tre figli) e si laureò nel 1947 (a
Boston), iniziando poi la carriera universitaria alla Columbia University, dipartimento
di letteratura inglese e comparata, prima donna a diventare di ruolo. “In ultima
analisi” è il primo romanzo firmato con lo pseudonimo Amanda Cross (che la
renderà celebre al mondo) di una serie (mai cruenta e violenta) di 14 avventure con
protagonista Kate Fansler, arguta indipendente femminista, consapevole delle proprie
potenzialità e solidale con le altre donne (per spronare lettrici ad assumere il controllo
della loro vita e a ribellarsi contro la società fallocentrica).
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Tempo di ritorno
Ferdinando Cotugno
Ecologia
Guanda Milano
2025
Pag. 264 euro 18
Bagnoli 1963 (prologo) e Napoli 2024. “Tempo di ritorno” è l’interessante bel
viaggio a ritroso (in statistica il tempo medio tra il verificarsi di due eventi di eguale
intensità e quindi la probabilità che un evento estremo si verifichi) che compie il
giornalista Ferdinando Cotugno (Napoli, 1982), professionista freelance dal 2009
trapiantato a Milano dal 2012 (verso pure le mete di innumerevoli viaggi di lavoro).
La narrazione è in prima al presente nel ricordo della generazione del biondo padre e
del “bizzarro” nucleo familiare di origine e ora al passato nei trascorsi dei
cambiamenti climatici antropici globali: “La crisi climatica è il tempo di ritorno dei
traumi peggiori ridotto a una punteggiatura della tua biografia… Con i nostri genitori
condividiamo anche gli esiti delle faccende planetarie, il ciclo dell’acqua, … le
criosfere, le barriere coralline. Forse loro sapevano che a un certo punto io sarei
tornato, una madre e un padre in fondo lo sanno che il figlio tornerà…”.
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Odyseo y el Rio Atrato
Francesco Antonio Fagà
Romanzo
Link Lamezia Terme
2020
Pag. 175 euro 13,50
Panama e Caraibi. Anni fa. Rocco Scordo, calabrese emigrato in America latina,
piccolo spedizioniere di merci, fuma il sigaro cubano appoggiato alla balaustra
dell’albergo sul Pacifico, prima di prendere un buon rum in compagnia di Sofia, petto
generoso e ventaglio colorato, donna di mondo con la quale vuole organizzare una
piccola rumba. Questa volta Rocco dovrà salvare proprio una donna sull’orlo
dell’abisso, aiutato da Augustin, fidato amico colombiano, sollecito Virgilio. “Odiseo
y el Rio Atrato” è il primo garbato romanzo dell’ingegnere lametino Francesco
Antonio Fagà (Sambiase, Lamezia Terme, 1958), immerso nella scoperta del
realismo magico e ben consapevole dell’identità originaria, un modo efficace per
raccontarsi (in prima persona al passato). Odiseo è citazione epica, il Rio Atrato (del
titolo) un fiume, attraverso ecosistemi di tanti viaggi e lavori ingegnosi, tanta
sperimentazione e tanta letteratura dell’autore socialista, ancor bel radicato sulle coste
del Tirreno.

