Questa amministrazione americana rappresenta una delle derive più preoccupanti che può prendere il prevalere di una certa destra a livello globale: nazionalismo esasperato, suprematismo e razzismo, spinta al riarmo, deglobalizzazione selettiva come la definiscono gli economisti con robuste dosi di protezionismo, per le quali, ad un certo grado, tutti i paesi, anche gli alleati, sono concorrenti, vedi vicenda dazi. Protezionismo peraltro cominciato in modo robusto già con Obama e dopo la crisi del 2007-2008.
Ma l’alternativa ad essa non può essere rappresentata dalla rivendicazione di ritorno ad una globalizzazione libera, ai mercati aperti e, fintamente, liberi: è proprio questa declinazione della globalizzazione che ha determinato scompensi e squilibri talmente forti da suscitare in larghi settori popolari e del mondo del lavoro, rimasti esposti ai suoi effetti e senza alcuna rappresentanza politica, quel bisogno di protezione che li porta a cercare risposte nella destra modello-Trump.
Ed è invece proprio su questa frontiera che sembra rimanere ancorata la politica della Commissione in una Europa che non riesce ancora ad elaborare una nuova visione e una nuova strategia. E così, gli Orban e le Meloni fanno il tifo per Trump mentre proprio Trump colpisce a fondo gli interessi ( economia, produzione, lavoro, ruolo ), anche di quei paesi. Mentre Francia e Germania, disarticolati nelle loro posizioni sul punto emergono come dei nani a confronto con un gigante ( gli USA ). E mentre si va alla trattativa sui dazi senza alcuna carta in mano da voler giocare e con il vincitore già noto prima ancora che la partita cominci.
E così, alla fine, il mondo va avanti. Anche senza l’Europa proprio quando invece di altra visione e di altra politica il mondo avrebbe un disperato bisogno.
A Gaza si morirà ancora di più con l’occupazione totale. E prima o poi, tra fame, uccisioni, dignità annullata, la forza avrà ragione dell’umanità. Anche se poi le conseguenze saranno terribili per tutti come accade sempre quando si vive una crisi di civiltà e di umanità di queste proporzioni e che coinvolge anche, nella sua inazione, direttamente l’Europa.
E la logica di potenza farà passi avanti decisi e se per la pace occorre sperare che almeno essa trovi un nuovo punto di equilibrio, per gli assetti del mondo invece sarà una pace che darà tempo all’organizzazione dello scontro fondamentale tra gigante in crisi, gli Usa, e l’Occidente tutto, e Cina e tanta altra parte del mondo che si avviano a dominare sempre di più la scena.
Non prendiamo fischi per fiaschi: la rabbiosa esibizione di potenza che viene oggi dagli USA non è il segno di una forza egemonica espansiva ma l’espressione di una crisi e di una paura profonde: così è se ti metti contro la maggioranza della popolazione mondiale e verso Stati che detengono quote rilevanti del debito USA che schizza alle stelle e che hanno quindi nelle mani una carta da ultima istanza di vera destabilizzazione degli USA
E allora, che almeno questo incontro tra un Trump che, dopo sette mesi e non sette giorni, comincia a sperare di ottenere qualche risultato positivo, e un Putin che si vede riconosciuto il ruolo di interlocutore globale, dia qualche risultato sul terreno dello stop alla guerra e alle morti in Ucraina.
A quel tavolo non ci sarà l’Europa. Per sua scelta nei fatti, come conseguenza di una politica che l’ha portata a non aver alcun ruolo nella guerra scatenata sul suo suolo: perchè ha scelto di non imporre il dialogo alla Russia, che sarebbe stata la cosa più saggia proprio negli interessi dell’Ucraina. E perchè il suo principale alleato, gli USA, la colpiscono alle spalle con i dazi e nella politica internazionale, aggirandola ed escludendola bellamente.
E una cosa è certa: non essendoci l’Europa di sicuro le ragioni dell’Ucraina saranno le più deboli.
E l’Europa come soggettività politica non ci sarà se non sarà capace di mettere in discussione la sua strategia sin qui seguita e praticata, mix di neoliberalismo, a livello di Commissione, di nazionalismo crescente in tanti suoi Stati e di dipendenza tecnologica crescente nei confronti degli USA.
E’ dal ridisegno di una nuova dimensione di sovranità democratica nei singoli Stati e a livello continentale; di progressiva emersione di un demos europeo e di affermazione di una nuova centralità della dimensione del lavoro e popolare che possono muovere i primi passi di una nuova prospettiva.
Servirebbe una scossa.
Ma chi la da’?
La forza più consistente della Sinistra europea, il PSE, in tutte le sue articolazioni, rimane prigioniero della sua crisi ed è pienamente responsabile di questa condizione europea.
E sarebbe un bel segnale l’apertura di un confronto esplicito su questo al suo interno.
E, perchè no, a partire dall’Italia?
Dimenticavo, in questo momento il mondo non riesce ad entrare nelle priorità nostrane: al centro sono la festa per la ricandidatura di Giani in Toscana; le paturnie di De Caro, e di Emiliano e Vendola insieme, in Puglia; dell’Uscente in Campania che dato per sconfitto invece continua lì a dettar legge in ricostruita armonia nazionale e coalizionale...
Gianfranco Nappi

