Da pochi giorni si sono conclusi gli esami di Stato, un momento cruciale nella vita degli studenti e nella carriera dei docenti impegnati a guidare i ragazzi verso il conseguimento del diploma. Si tratta di un’esperienza che rimane impressa nella memoria di ciascun giovane e rappresenta, spesso, il primo vero confronto con le proprie capacità e con il futuro.
Quest’anno ho avuto il privilegio di presiedere una Commissione d’Esame in un liceo classico di Napoli, dove ho incontrato studenti brillanti, preparati, motivati. Un contesto molto diverso da quello in cui, da oltre trent’anni, esercito la mia professione: istituti tecnici a indirizzo informatico e telecomunicazioni, da tempo al centro delle attenzioni dell’attuale Ministro dell’Istruzione e del Merito.
Chi legge con attenzione i giornali non avrà potuto ignorare la propaganda incessante con cui il Ministro Valditara promuove gli istituti tecnici, a scapito degli altri indirizzi scolastici. Emblematica è la riforma “4+2”, prevista a partire dall’anno scolastico 2026/2027: quattro anni per il diploma (anziché cinque), seguiti da un biennio di specializzazione tecnica riservato a chi supererà test di accesso selettivi. Un modello pensato per soddisfare le richieste delle imprese “4.0”, più che per garantire una formazione completa agli studenti.
È l’ennesima conferma di una visione aziendalistica della scuola, che si piega alle esigenze del mercato, riducendo la cultura a mero strumento economico. Un progetto che ripropone, in chiave moderna, la trasformazione della scuola in azienda – slogan già in voga durante i governi berlusconiani – e che affonda le sue radici nella riforma Gelmini, i cui effetti disgreganti non sono mai stati pienamente sanati: perdita di posti di lavoro, discontinuità didattica, impoverimento dell’offerta formativa.
Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più preoccupante, su cui si tace troppo spesso: l’utilizzo, o meglio il cattivo utilizzo, dei fondi del PNRR destinati alle scuole. In molte realtà, i finanziamenti vengono spesi senza un reale controllo sull’efficacia dei progetti, né un monitoraggio dell’impatto sugli studenti: un quadro desolante, aggravato da una gestione calata dall’alto, lontana dai bisogni reali dei territori.
In questo contesto, la riforma “4+2” rischia di creare una nuova élite, lasciando indietro la stragrande maggioranza degli studenti. Cosa accadrà a quei ragazzi che non riusciranno ad accedere al biennio specialistico? E soprattutto, che ne sarà di coloro che vivono in quartieri difficili, privi di supporto familiare o sociale? Ragazzi che, a 17 anni, rischiano di ritrovarsi fuori dal sistema scolastico, senza tutele, senza prospettive.
Ecco allora che la mia esperienza in quel liceo classico assume un valore ancora più forte. Ascoltare i colloqui dei candidati, sentire parlare di letteratura latina, di pensiero greco, di storia e filosofia, mi ha restituito la speranza. Perché la scuola, quella vera, è ancora fatta da insegnanti appassionati che resistono, che trasmettono il valore del pensiero critico, che credono nella funzione educativa prima ancora che formativa dell’istruzione.
Ma non basta più resistere. Serve una reazione collettiva, culturale e politica, per difendere l’idea di una scuola pubblica, inclusiva, democratica. Una scuola che non selezioni in base alle esigenze del mercato, ma che accompagni ogni studente a costruire il proprio futuro. Una scuola che non sprechi risorse pubbliche in progetti futili o mal gestiti, ma che investa davvero nei bisogni degli studenti e nella professionalità dei docenti.
La sfida è enorme, ma necessaria. Perché solo una scuola capace di custodire e coltivare il pensiero critico potrà formare cittadini liberi, consapevoli, capaci di cambiare il mondo in nome di una società più giusta ed equa.

Dina Serino



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