CHIEDETELO SCRIVENDO A infinitimondirivista@gmail.com ARRIVA ALL’INDIRIZZO DESIDERATO SENZA COSTI DI SPEDIZIONE AGGIUNTI

E ANCORA, ALESSANDRO GENOVESI DA REPUBBLICA E UN ARTICOLO SU FRANCESCO DE MARTINO DA REPUBBLICA NAPOLI

E’ davvero molto ricco il nuovo numero di Infinitimondi, il 26/2022.

Il tema del futuro della Sinistra ripercorre in diversi contributi e rappresenta il tema portante di questo numero.

Anticipiamo l’editoriale di Gianfranco Nappi, direttore della rivista.

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Il tempo di una rivoluzione democratica

di Gianfranco Nappi

Se la politica e la sinistra smettono di pensare la società, è il mercato a determinarla.

E’ ben vero che l’89 ha segnato emblematicamente e fattivamente una sconfitta storica per le ragioni del lavoro, non solo e non tanto per il crollo di un regime che ormai con quelle ragioni non aveva niente a che vedere da tempo, ma per quel che ne è derivato, per le conclusioni che la parte prevalente della sinistra ne ha tratto in Europa fondamentalmente perché invece nel resto del Mondo, e nelle Americhe in particolare, si è stati più lesti a vedere le criticità della parabola di un capitalismo vincente e si sono rianimate domande radicali di cambiamento.

E comunque, è ben vero che quella società che la sinistra aveva ‘pensato’ nel ‘900 era essa stessa radicalmente cambiata.

Per effetto delle stesse lotte e conquiste del movimento operaio.

E per effetto dell’intelligenza del capitale che, spaventato dalla forza acquisita dalle ragioni del lavoro, che nascevano in quel che era il cuore stesso e pulsante della produzione e della estrazione di profitto, la fabbrica, ne ha scomposto la struttura, l’ha dilatata oltre ogni confine geopolitico, l’ha smontata e frantumata mentre ne ha centralizzato al massimo il cervello.

E ha tracimato non solo oltre i confini nazionali, ma anche oltre i confini del classico atto produttivo e lavorativo per invadere quello di tutta la vita che sempre più è diventata territorio di conquista diretta di una realtà malata della Rete che, concentrata in pochissime mani, estrae ricchezza da queste vite e alimenta il desiderio libero di rimanere sempre più suoi prigionieri divorando, con le vite,il loro stesso tempo.

Ed ecco che in modo sempre più pervasivo è il mercato, è l’economico a pensare la società, a formarla nella sua informe polverizzazione, nella sua stabilmente vorticosa mobilità, nella sua permanente e permanentemente insoddisfatta ricerca di un’altra cosa da possedere, da consumare, da scartare, fino alle vite medesime che, come ci ha insegnato Papa Francesco, diventano scarto esse stesse.

Queste dinamiche hanno segnato il trentennio dopo l’89.

Ad esse si è piegata una idea di sinistra e di politica che, appunto, ha smesso di pensare la società, di osare progettarla con la partecipazione e il contributo delle donne e degli uomini il cui futuro è primariamente in gioco: per essa, per davvero, quel passaggio ha segnato la fine della storia.

Ed ha smesso di farlo proprio quando l’altra faccia della Rete ( che come tutti i fenomeni sociali ha sempre più facce ), per quella stessa ossessiva ricerca di profitto, si è vista costretta a mettere in contatto miliardi di persone, a connetterle, e ha dovuto subire, con la progressione delle innovazioni e della tecnica, la crescita di un sapere sempre più diffuso, nonostante tutto.

E quindi proprio quando, il crescere di un cervello sociale, sì, diciamola pure con il Marx dei Grundirisse e del general intellect, sembra delineare una nuova opportunità per le ragioni di quel lavoro che è sempre più sapere anche e di cui si può fare sempre più difficilmente a meno.

E poi viene la crisi di un sistema che brucia futuro per andare avanti: quella del 2007/2008. Quella ambientale sempre più difficilmente contenibile. Quella pandemica che nasce dalla invasività biologica della ricerca ossessiva di profitto.

E proprio quando tutto un modo di produrre e di organizzarsi mostra la corda – o quanto avevi ragione caro Enrico Berlinguer –  ti guardi attorno e ti accorgi che una sinistra che su queste contraddizioni aspiri a motivare le proprie ragioni di esistenza non c’è più.

Con Pietro Folena possiamo ben dire che si è evaporata.

Fino alla crisi verticale della sua principale forza in Italia, il PD, che di Segretario in Segretario è arrivato alla realtà plasticamente condensata dalle due piazze per la pace del 5 novembre. A Roma quella vera, popolare, multicolore, solidale con l’Ucraina ma che invoca un ruolo forte dell’Europa e il disarmo. A Milano quella tecnocratica e scompostamente atlantista. E il Pd diviso tra questi due spazi fisici che sono anche due spazi culturali, sociali, di visione del mondo e del tuo ruolo, scisso in questa sua identità centrista indefinita che tiene ‘imprigionata’ dentro di se’ una quota, pur sempre più piccola e disorientata, di popolo di sinistra.

In questo senso, io non credo neanche che i 5 Stelle possano rappresentare un approdo per la Sinistra del futuro.

E’ evidente che lì c’è un magma in movimento, la possibile apertura a sbocchi molteplici e se vedo lì difficile l’assunzione della centralità costituente del conflitto sociale e di quello del mondo del lavoro in particolare, questo non vuol dire che non vi si muovano forze e pulsioni con cui interloquire per un ancoraggio a sinistra.

E allora, è da queste consapevolezze che deve partire un discorso nuovo.

Luciana Castellina intervenendo alla reunion della FGCI a Napoli nel giugno scorso ha posto il tema del bisogno di una rivoluzione democratica, di una rottura con l’ordine esistente. Non come fuga ideologica, ma come piena immersione nelle contraddizioni del presente: è la specie stessa ad essere in gioco, tra guerra e crollo climatico.

Aldo Tortorella, di fronte ai problemi di questo nostro tempo ha evocato il bisogno di un mondo nuovo di idee.

Mario Tronti invoca il bisogno di un pensiero radicalmente alternativo, di una utopia concreta come ha scritto sulle nostre pagine e come discute in questo stesso numero con tre giovani compagni, come condizione per strappare il futuro dalle mani dei pochi che l’hanno sequestrato.

Edgar Morin nel suo bellissimo Svegliamoci pone il tema di fondo di fronte a noi, la crisi di un pensiero capace di animare un movimento grande:

In assenza di un grande movimento politico portatore di speranza, queste forti inquietudini favoriscono il ripiegamento identitario, ravvivano razzismi che si spacciano per garanti delle radici e risvegliano un suprematismo dormiente, eredità dell’epoca coloniale …”

Parla della Francia Morin, ma è di tutta la contemporaneità che ci illustra il quadro.

Il tema è enorme, storico.

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Notazione a margine. Ho fatto riferimento alle riflessioni di quattro figure della sinistra che messe insieme fanno quasi quattro secoli di vita. Credo abbia pienamente ragione sempre Mario Tronti che nel suo La Saggezza della Lotta, scritto per i suoi 90 anni, tra le altre cose, ha modo di sostenere che : “ La saggezza in politica arriva tardi, molto tardi, perché ha a che fare con il secretum dell’animo umano, personale e collettivo, insondabile se non alla luce della conoscenza delle cose passate e della distaccata comprensione delle cose presenti. Senza queste due conquiste interiori, l’agire politico si fa dipendente rispetto al corso del proprio tempo. Questa subalternità produce la crisi della politica “

Ed ecco così anche definito il posto non tanto per loro, che se lo sono guadagnato con una vita intera che continua a sollecitarci e interrogarci,   ma per tutti gli altri con capelli bianchi a sinistra: mettere questa saggezza, se ce l’hanno, se l’abbiamo veramente…al servizio dell’opera delle generazioni e dei pensieri più giovani.

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E qui preme urgente, tanto più dopo il voto e la nascita di questo governo guidato da una esponente che viene dal MSI, il tema – proprio dal fondo di questo abisso nel quale siamo precipitati con responsabilità politiche stratificate nel tempo di questo trentennio ben evidenti e su cui però, quel che rimane del centrosinistra non mostra alcuna intenzione di voler riflettere seriamente e criticamente –  del come, del con chi, dell’attraverso quali percorsi, perfino dell’in quale tempo della Sinistra.

Non stiamo a raccontarci storie: non sta scritto da nessuna parte che una Sinistra popolare e critica viva.

Evocarla non la rende più vicina e concreta.

Servono una visione, un lavoro paziente, la testarda disponibilità all’ascolto e la non minore disponibilità a costruire relazioni e pratiche comuni tra esperienze che vogliono rimanere diverse e che intendono questa diversità non come un ostacolo ad un rapporto unitario ma come un suo nutrimento: cosa verissima ma difficilissima a costruire nel concreto.

Serve una direzione di un processo, capace di unire ricca trama orizzontale – che vive in mille forme ed esperienze associative, di movimento, di volontariato, di vertenza locale, di autoproduzione e di consumo critico, di ricerca e produzione culturale – , sua soggettività con elaborazione di sintesi ‘verticali’ non date apriori.

Questo è il dato nuovo di fronte a noi.

Nella crisi dei soggetti politici e delle forme stesse della politica di questi ultimi decenni, è cresciuto un mondo associativo variegato, di movimenti che  in molti casi si richiama direttamente alla sinistra e che comunque esprime pulsioni di rinnovamento profondo della società nella direzione della giustizia sociale e della solidarietà straordinariamente ampio e diffuso, mai in queste dimensioni così ampie.

E’ un mondo che per i temi su cui è impegnato, costruisce pratiche nuove, fa società, pone domande che sono tutte nella dimensione di un nuovo politico e che però, ecco il punto, non riesce politicamente a pesare.

Il fattore principale di questo ‘non peso’ è dato dalla chiusura della politica, compresa quella della sinistra come abbiamo detto, in territori lontani dalla società e dalle sue ansie.

Ma in questo ‘non peso’ o peso molto al di sotto delle potenzialità e necessità, c’è anche il conformarsi di questo multiforme mondo di esperienze come frantumato, chiuso spesso nel proprio particolare territoriale, prigioniero di una necessaria fragilità.

E poi ci sono le grandi organizzazioni sociali del nostro paese, da quelle ambientaliste a quelle  culturali e ricreative, a quelle impegnate sul terreno della lotta per la legalità e contro i poteri criminali a quelle per un nuovo rapporto con la terra e i suoi frutti.

Possono ritenersi esse stesse non interrogate da questo tema?

E non c’è un’esigenza simile per tutto il mondo della cooperazione e del privato sociale che si vede spesso schiacciato tra logiche escludenti che privilegiano invece le forme più esasperate di attività di mercato e il pagare un prezzo ancora più alto quando, come è successo e succede, perde di vista la propria peculiare ragione e tende esso stesso a immaginarsi come soggetto che ‘compete sul mercato’ in una pura logica aziendalistica?

Infine ma non certo ultimo, non da meno non può non sentirsi interrogato il mondo sindacale, delle organizzazioni dei luoghi di lavoro, della CGIL: una ancora grande potenza sociale ma sempre più dai piedi di argilla, con un grande problema di rappresentanza reale del lavoro per come esso è oggi è e colpita essa stessa dalla assenza di un tessuto politico forte di riferimento. Eppure, proprio qui, nel mondo del lavoro c’è una delle carte decisive da mettere in campo per segnare in modo diverso l’andamento delle cose. Una grande responsabilità per la CGIL ma anche una grande opportunità.

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Questo processo di nuova costruzione politica, non potrà che muoversi oltre le coordinate delle forme politiche novecentesche e oltre quelle di questo trentennio di progressiva chiusura nella unica legittimazione istituzionale, peraltro sempre più delegittimata dal non voto, va però pensato, nominato, esplicitato, insisto su questo.

Va costruito un terreno politico nuovo, ispirato al più forte principio federativo, fondato sull’idea che ogni sintesi non potrà che essere il frutto di una larga partecipazione e attivazione di energie dal basso; che quel sapere diffuso, quelle intelligenze attive, attraverso un altro uso ed un altro concepire la Rete, rappresentano la risorsa più preziosa per una cultura politica forte, per quel cambiamento molecolare di cui c’è bisogno, per quel ripensamento della democrazia e delle sue forme di cui c’è bisogno per battere il suo svuotamento e aggiramento di oggi.

Nessun protagonismo o effervescenza sociale da sola potrà farlo nascere: il nodo della politica è tutto squadernato di fronte a noi.

E la cosa bella è che, per fare questo non c’è neanche bisogno oggi che chi ha compiuto scelte di militanza, le metta in discussione preventivamente: ritrovandosi in un percorso in cui conteranno contenuti, pratiche, lotte ed esperienze comuni, il necessario scompaginamento della insufficiente e inadeguata rappresentanza politica dell’oggi nascerà, questa sì, nelle cose e prenderà forme che oggi è difficile prevedere.

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Per una Sinistra  che riprenda a guardare il mondo, a pensarlo per cambiarlo, servirà una visione generale, una ambizione grande, una proposta di radicale trasformazione per definire la quale riformismo è ormai una di quelle parole inutilizzabili, passata all’uso del campo avverso.

Aiuta allora proprio l’indicazione di una rottura, del bisogno di un punto in cui una storia si spezza, quella di questo trentennio che ha derubricato le ragioni del lavoro – come quelle del Pianeta e della sua vita – e si prova a delineare l’orizzonte di una nuova.

Nuova nelle forme, nelle pratiche, nelle strumentazioni concrete e programmatiche, ma antica nella sua scelta di ancorarsi ad un bisogno radicale di giustizia sociale e di liberazione umana.  

Ecco, una rivoluzione democratica serve.

Un orizzonte generale.

Questo orizzonte può ben chiamarsi nuovo socialismo.

In questa opera enorme di rinnovamento, che con Machiavelli, possiamo ben definire

“…il modo di rinnovargli è ridurgli verso e principi suoi…”,

c’è una delle carte per riacchiappare il futuro.

E’ per tutte queste ragioni che siamo grati a Pietro Folena per aver voluto assumere l’iniziativa del 12 novembre scorso a Roma e del Documento di idee e di ricerca che ha voluto proporre e che pubblichiamo in apertura di questo numero.

Si può quasi dire che Infinitimondi è nata per momenti e occasioni del genere.

Non sappiamo se e quanto il percorso che muove da quel 12 novembre procederà. Sappiamo però che se sarà nutrito da una ambizione grande, ideale e politica, in ogni caso, andrà avanti in modo utile.

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ALESSANDRO GENOVESI NEI GIORNI SCORSI HA POSTO CON GRANDE FORZA IL TEMA DELLA RELAZIONE TRA MONDO DEL LAVORO, ORGANZZAZIONI SINDACALI, CGIL E QUESTIONE DEL FUTURO DELLA SINISTRA SOSTENENDO GIUSTAMENTE CHE LA CGIL NON PUO’ ESSERE INDIFFERENTE ALLA QUESTIONE. Anzi, potremmo perfino aggiungere che è dalla forza democratica e sociale della CGIL che potrebbe venire la vera novità per aprire un altro percorso a sinistra: non per immaginare nuovi collateralismi ma per concorrere a costruire un nuovo argine politico e di organizzazione di un pensiero e di un fare alternativi.

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MERCOLEDI’ 7 DICEMBRE SI E’ TENUTA AL MASCHIO ANGIOINO DI NAPOLI LA PRIMA PRESENTAZIONE DEL NUOVO NUMERO , IN UN AFFOLLATO INCONTRO DEDICATO A FRANCESCO DE MARTINO, CON GLI INTERVENTI DI NORA PUNTILLO, LUIGI MASCILLI MIGLIORINI, ANTONIO BASSOLINO E FRANCESCO RAFFAELLO DE MARTINO.

QUESTO E’ L’ARTICOLO CON CUI L’EVENTO E’ STATO PRESENTATO SU REPUBBLICA NAPOLI, UN RIGRAZIAMENTO SEWNTITO A OTTAVIO RAGONE E AGLI AMICI DEL QUOTIDIANO: E ANCHE QUI UNA OCCASIONE PER RAGIONARE, PARTENDO DALLO STORICO LEADER DELLA SINISTRA, SUI TEMI DELL’OGGI.

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